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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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I mille racconti
Sabato 05 Marzo 2011 11:35

AGUGLIE  A  IOSA

Il mare la soggiogava da gennaio a gennaio, ma della pesca (tecnica e cattura) era totalmente a digiuno; poi, apprese le nozioni più elementari, ne fu totalmente posseduta. Non avendo impegni lavorativi, si concedeva qualche ora di sonno in più, specie nei mesi autunnali e d'inverno, e spesso mi rimproverava le mie levatacce, ma la passione della pesca diventava sempre più incontrollabile e, messe da parte le vecchie abitudini, Maria cominciò ad amare l'aria frizzante dell'alba e il mare anche in funzione della pesca. Le sue incombenze di primo mattino erano quelle di accudire alla casa e preparare qualche cosa da trovare pronta al rientro; e noi si tornava affamati, stanchi e affamati. Una conversione totale le sua, che spesso la portava a fare riflessioni a voce alta: “Alzarmi alle prime luci, dedicarmi ai fornelli in orari impensabili, 'sentire' la pesca come qualcosa di appagante..... chi mai lo avrebbe immaginato?”. La sua metamorfosi meravigliava anche me; ero contento di condividere con lei la grande passione della mia vita, una volta persi gli amici più cari.

Andavamo a pesca quasi tutti i giorni, dimenticando il resto del mondo. Bello nella vita di coppia camminare assieme, avere affinità di gusti e di mete; se tutto questo non dà felicità, quanto meno fa sentire un intimo benessere che le somiglia.

Primo giorno, settembre inoltrato. Si unì a me più per la sua solita passeggiata sul lungomare che non per altro. Pescai solo nove grosse aguglie dal micidiale muso aghiforme. Maria, di ritorno,  assisteva all'abboccamento dei pitoni (così li chiamava) senza poter pescare in quanto si erano mantenuti piuttosto fuori e una canna da nove metri non le si prestava. Seguiva, interessata, le mie operazioni: una cucchiaiata di crusca ogni tanto e un ciuffo di bigattini. Provò con una canna dalle dimensioni ridotte, ma senza risultati. “Domani ti potrà andar bene, ché talvolta arrivano proprio sul ciglio”, le dissi, sulla base di esperienze acquisite. Si stava caricando e qualcosa in lei era prossima alla deflagrazione.

Il giorno dopo, verso le 10.30, eravamo sulla scogliera, ma più a sud rispetto al giorno precedente, perché la posta era occupata da altri pescatori. C'era mare spumoso e ad ogni getto di crusca le aguglie venivano a branchi, coi musi fuori dall'acqua come baionette. Che spettacolo e che voracità avevano le belle! Maria s'era scelta una canna al carbonio, leggera e maneggevole, di cinque metri; quasi in competizione, iniziammo a pescare. La sfottevo divertito, perché impiegava più tempo a liberare le aguglie dall'amo che non a tirarle fuori. Lei rideva: gioiose scene familiari sul mare, e ci bastava. Nei giorni seguenti corse ai rimedi: pezzuola e forbicine, sicché le 'operazioni' erano più veloci. Intanto i nostri polpastrelli, tutti rigati, sanguinavano e, a protezione, applicammo dei cerotti.

Con grande meraviglia di tutti i pescatori, le aguglie s'aggirarono sotto costa  oltre i tempi canonici, e noi, da metà settembre sino alla prima decade di novembre, quasi tutti i giorni, dal tardo mattino al pomeriggio avanzato, le sfidavamo; poi, sopraffatti da fame e stanchezza, salutavamo il mare. A casa c'era quel piatto di minestra già pronto e un bicchierotto di rosso. La notte ci ricaricava. Che annata! Catturammo aguglie a iosa in quel lasso di tempo, tanto che in molti credevano che le pescassimo con la caloma, invece quel ben di dio era dovuto a correnti ben disposte e a mare costante.

In quel periodo, lo stato d'animo di Maria, alto, la faceva filosofare: “Meglio stanca che non annoiata”, ripeteva come un ritornello, ed io annuivo. Fu tutto così bello.

 

 

 

 

LE  BRONZEE  CORVINE

La presenza costante d'una coppia di pescatori, sul tratto di costa che va dalla Reggia alle Quattro Colonne, mi aveva insospettito; era d'obbligo un sopralluogo. A fine febbraio di quell'anno sono in zona per una serata di pesca; i due sconosciuti non si vedono e m'avvio in quella direzione. A metà strada, un vecchietto combatte con la sua caloma che non vuole prendere il largo, sicché mi avvicino e gli dico che converrebbe fissare la veletta sull'altro asse, essendo mutato il vento;  convintosi, la recupera e posiziona la vela in altro modo. Conosco così Dante, simpatico e cordiale ottantenne con la passione della pesca scolpita sul volto. Mi parla del suo vissuto in modo coinvolgente, mentre nuvole sparse accompagnano il sole al tramonto. “Hannu piscatu pisci crossi”, mi dice di punto in bianco, indicandomi uno sperone di roccia a quindici/venti metri di distanza che coincide con quello che intendo ispezionare. Non sa dirmi che tipo di pesce, ma aggiunge che s'è trattato di “pisci crossi, allu scuru”; già ero incuriosito di mio, ma ora mi ha messo una pulce nell'orecchio e lo sono ancora di più.

La caloma, (da mezzo fondo, con duecento ami) scivola  sull'acqua, sospinta dal vento marino che la prende sul fianco. Gli chiedo se la recupera all'alba, ma col capo mi fa cenno di no, per “evitare il rischio che i calamari facciano razzie”. Rimando il sopralluogo al giorno successivo   e torno verso la Reggia dove, appena giunto, avevo posato i miei attrezzi. Attendo il buio, prima d'insidiare le amate occhiate. Per due lunghissime ore non sento un tocco e non so spiegarmi il perché. Una sigaretta tira l'altra, mentre il freddo della sera avanza. Decido di rientrare.

Per tutta la notte penso a quei pisci crossi, girandomi e rigirandomi nel letto; poi, a giorno fatto, i miei pensieri sono presi dal quotidiano. Quel chiodo fisso ritorna dopo l'ora di pranzo, quando prendo la via del mare. Prima del crepuscolo, ispeziono il punto indicatomi il giorno prima da Dante: squame grandi più dell'unghia d'un pollice disseminate tutt'intorno, monconi di filo, cicche di sigaretta, piombini ed altro. Giocando d'anticipo, frego gli habitués che giungono di lì a poco e mi guardano torvamente, quasi avessi usurpato una proprietà privata. Allo stesso modo li frego nei giorni seguenti. Ho due sfide già poste in essere: con i due pescatori e con i pesci grossi che ancora non conosco. Quella sera però......

Dopo la rituale pastura infilzo un verme di tremolina all'amo, lasciandone l'ultima parte libera di muoversi, e calo, facendo sporgere il terminale della canna 50 cm. ca. oltre il ciglio dello scoglio (il fondale a picco me lo consente). Passano i minuti, il pensiero se ne sta andando a ruota libera, quando, nella semioscurità, la punta della canna s'abbassa appena e poi ritorna. Il cuore comincia a battere all'impazzata; non so che pesce ha toccato, chi sto insidiando. Combattuto come l'asino di Buridano fra ricontrollare l'esca o aspettare lo sconosciuto che torni, passa qualche minuto privo d'azione. 'Sento', però, che sta girando attorno, annusando l'odore del verme, la cui estremità ancora si divincola; è lì, lo 'vedo', pregusta il boccone. Resto immobile per attimi in un crescendo emotivo; ed ecco una seconda volta, la punta della canna si arcua e rimane in tensione; mi balena l'idea di ricorrere allo strappo quando di colpo affonda. Inizia la fase del combattimento, un'altalena di tira e molla senza concedere l'iniziativa al pesce; lo tengo sotto controllo, non lasciandogli il tempo di riposare e di riacquistare energie, poi, colto il momento del recupero, lo scaravento sugli scogli. E' una grossa preda dal colore bronzeo, le pinne dorsali bordate di bianco; me la guardo sotto la torcia mentre apre e chiude le branchie: straordinaria! Vibro ancora, ma il cuore ha retto, come lo 0.25 e l'amo abbrunito. Non so che pesce sia, so però il momento topico in cui ha abboccato: quando l'ultimo chiarore che accompagna il sole morente si fonde con le luci del paese appena accese. Quella sera tiro tre esemplari di grossa taglia, a intervalli di tempo piuttosto lunghi, poi più niente. E' mezzanotte e mezza quando rientro. Dormono tutti e presto attenzione ai rumori, ma la prima a venire in cucina è Maria, mia moglie: una sequela di esclamazioni che sveglia i ragazzi. Accorrono anche loro: sbigottiti! Si cerca sull'enciclopedia: i pisci crossi di Dante altro non sono che le bronzee corvine (Corvina Nigra – della famiglia Sienidi – ordine perciformi). Per tutto il mese di marzo ne catturo una trentina, di cui pochissime da porzione; a salire di peso le altre, sino ad un massimo di 1920 gr.. Sono sul mare a sere alterne e non catturo più di tre esemplari per volta. Questo tipo di pesca l'ho poi abbandonato, preferendo quello delle occhiate voraci.* La tana delle corvine, però, me la sono tenuta segreta come un'amante; scopro dopo che altri ne conoscevano l'esistenza. Iniziavo le operazioni di rito quando un sub, affiorando, mi dice che sotto il mio culo c'è una caverna che comunica col mare attraverso una fenditura inaccessibile: covo di corvine. Aggiunge che sinora lo hanno beffato, ma che prima o poi, appostandosi, gli farà la festa. Gli grido che non so che pesci siano. Con un gesto della mano, il sub mi manda a quel paese e s'inabissa. Ne avevo già pescate tante!

Nuccio mi era amico. A quei tempi, per chi praticava la pesca dilettantistica dagli scogli, era d'obbligo intrattenersi con lui, pescatore incallito ed esperto. Una sera, rientrando prima del solito perché un freddo pungente mi aveva penetrato, vado a trovarlo con le mie prede nel cesto: tre bei esemplari di corvina da chilo. Danno ancora segni di vita (sono dure a morire come gli scorfani) e mentre le osserva dalla testa alla coda, ecco la domanda di rito: “Dove le hai pescate?”. La costa che va dalla Fraula a Torre Inserraglio (o Torre Bianca), passando per Marina Serra, Leuca, S. Maria al Bagno, ci aveva visti insieme più notti; ci scambiavamo quel dominio di conoscenze tecniche acquisite sul mare e per certi versi eravamo in simbiosi. C'era però tra di noi una sana rivalità sottaciuta; quella volta lo indirizzai altrove. Non credo se la sia bevuta. Anche dopo continuai a depistarlo, sicché la posta delle corvine rimase un mio segreto. Bastardo me! Ora che l'amico Nuccio si è congedato per sempre dalle scogliere di questo mondo, me ne rammarico. Troppo tardi, dice il Tempo, e mi dà una lezione.

* L'occhiata è di facile riconoscimento a causa della macchia nera fortemente marcata all'inizio della pinna caudale e dei grandi occhi, pure cerchiati di nero, caratteristiche che le hanno valso il nome che porta. La sua pesca è da ritenersi una delle più affascinanti e divertenti che si possano praticare dalla costa, perché è un pesce onnivoro e vorace e tiene svegli.

 

 

 

I SUGARELLI

Torme di pescatori sulla parte alta della Reggia: è tempo di sugarelli. Personalmente rifuggo quella costa per altre dimenticate dal tempo, dove più facilmente intreccio discorsi col mare e pesco. Con l'amico Nuccio siamo sulla stessa lunghezza d'onda.

Come meta, quel giorno scegliamo un luogo poco frequentato, faticoso da raggiungere, che cade tra Torre Uluzzo e Torre dell'Alto, al di qua della Tràpisa. L'appuntamento è per le 14 e quando torno da scuola Nuccio è già sotto casa; mi concede appena il tempo di farmi un panino, smanioso com'è. Partiamo. E' fine maggio ma sembra estate piena. La sua vecchia SIMCA divora la strada e in un battibaleno siamo fermi di fronte alla torre, sul ciglio della strada. Per abitudine calza gli stivali, che tiene nel cofano, appena sceso dalla macchina, e ripete il gesto come un rito. Con le nostre cose c'incamminiamo per il vialone che divide la pineta, ai cui bordi una giovane coppia è in amore. Quest'immagine pura appena intravista mi evoca desideri amorosi di gioventù, il tremore dell'innamoramento volato via con gli anni e la pena che scende quando l'eros cade per sempre. (Succede poi che tornino immagini e scene nelle notti oniriche, diventate celle d'ogni amarcord, accompagnate sempre da un volto, ed è un ritorno agrodolce). Quei due corpi ignudi mi mandano in empatia e bisbiglio un “amatevi e godete, ché farlo in abiti adamantini, nel sottobosco, e ancor più bello e puro”. Nuccio, invece, è scandalizzato e la cosa mi meraviglia non poco. Seduttore impenitente e accidioso nei suoi trascorsi in quel di Como, ora stenta a credere ai suoi occhi. Come cambia l'uomo e come cambiano i costumi! Proseguiamo, accompagnati dalla scena appena vista, lui avanti, io dietro. Il verso d'una cinciallegra  invita alla pennichella che è di stagione. Nessun altro rumore al di fuori dei nostri passi. Per tutto il percorso stropiccio un rametto di mirto e m'inebrio. Puntiamo a Sud. Sul limitare della pineta, che ostruisce la visione del mare, rimane un avvallamento di macchia mediterranea da scendere e risalire, andando poi decisamente a destra verso una grotta protetta da vetrata (pare vi abbiano rinvenuto reperti preistorici). Giunti sul mare, lascio a Nuccio la libertà di scegliere la posta; va sulla punta estrema, oltre la grotta.

Onde non molto alte s'infrangono e ricadono formando scie spumose sulle rocce; ne scelgo una a poche decine di metri dal mio compagno e inizio a pasturare. Avremmo fatto sera e, a scanso di amare sorprese, controllo la torcia: tutto ok. Sfodero una sette metri (la lunghezza della canna dev'essere in rapporto all'altezza della scogliera e alla forza del mare). C'è luce piena nel meriggio assolato, quindi monto uno 0,16 con amo da 9; malote e pulici per esca. Delle une e degli altri so individuare a tentoni qual   è la testa e quale la coda, sicché al buio non ricorro all'uso della torcia. Anche Nuccio fa quest'operazione con consumata perizia.

Al primo lancio parte il galleggiante come un siluro e recupero, nientemeno che un sugarello, pesce non autoctono che s'avvicina di sera sotto costa nel periodo di fregola; siamo nel periodo ma è tutt'altro che sera. La corrente è ottima, l'esca profumata, e le catture si susseguono numerose: una piacevole sorpresa. Mangiucchio quel panino (olio e caroselle sotto aceto per companatico) quando un sole screziato affoga all'orizzonte e il mare si fa cupreo. E' l'ora più triste. Il mio amico, ombra tra le rocce, non fa uso di torcia e questo la dice lunga sulle sue capacità di districarsi al buio. Lo raggiungo, ha già mangiato e beve un pompelmo; ne accetto volentieri un sorso e subito una tempesta chimica si scatena nel mio stomaco: brividi, conati di vomito, un malessere diffuso. L'aria marina m'infastidisce e mi rannicchio tra scoglio e scoglio; sento di voler rimettere, lo faccio, e le forze mi abbandonano. Nuccio aveva pescato per tutto il pomeriggio e continuava la sua sfida vincente al buio, ma il mio stato fisico è tale da indurlo a smettere. Accende la torcia, comincia a riporre le sue cose. Da parte mia avrei già voluto trovarmi a casa, sorbire una camomilla calda, ma ci aspettano tre chilometri circa di percorso, col pescato che sostituisce il peso dell'esca. Ci avviamo verso la macchina, passo dopo passo, tra i profumi della notte. Nessuna luce filtra dal buio della pineta e quando finalmente raggiungiamo l'asfalto, ecco il colpo di scena: Nuccio gira e rigira nelle tasche, in ogni possibile custodia, ma delle chiavi non v'è traccia. Avanza l'ipotesi che gli siano potute cadere sugli scogli e l'idea di dover ripercorrere il tragitto (siamo sprovvisti di telefonino) mi fa percepire l'oggettivarsi del terrore e perdere ogni energia residua; poi ha un barlume di memoria: accende la torcia e gira torno torno all'auto, scrutando il terreno. Le chiavi sono lì, posate e dimenticate all'atto di calzare gli stivali. Che sollievo!


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