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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
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Francesco Libetta, Il mondo cambia PDF Stampa E-mail
Prosa
Sabato 13 Febbraio 2016 13:29

[in "Almanacco 2016" di Giovanni Invitto, Panico, Galatina, dicembre 2015, pp. 18-19]

 

Il mondo cambia. A volte in peggio, altre volte in meglio: dipende. Trascorso un tempo sufficiente avremo avuto il modo, rimboccate le maniche, di aver tentato di ottenere qualcosa. La cosa bella dell’essere adulto è che c’è stato il tempo di ottenere dei risultati. Da ragazzino rimanevo incantato leggendo i testi di alcuni scrittori e intellettuali; ora sono amico personale di alcuni di loro. Rimanevo ammirato da persone che, magari leggermente più grandi di me, non avevano alcuna intenzione di frequentarmi; e oggi ho avuto il tempo di valutare o accorgermi se ci fosse (all’epoca o tuttora) qualcosa da ammirare in quelli di loro cui ancora mi interesso (e, quando c’era, se avessi o meno bisogno di frequentarli). Ho visto persone svilupparsi e fiorire fino a raggiungere posizioni di straordinario prestigio, e persone che hanno perso quel trono su cui sedevano tanto tronfiamente.

Sì, tutto cambia con il tempo. E non solo è vero questo: possiamo aggiungere anche che con il tempo cambia la nostra interpretazione di ciò che in sé resta immutato. Dovrei dire qualcosa sui miei amici, ma non ci sono concetti che potrei qui scrivere in breve spazio. Non riesco a distillare un pensiero astratto, una idea generale e sempre valida, quando scrivo delle persone in modo conciso. Si può essere molto più facilmente icastici nell’insulto… Ci sono le persone – e i loro cervelli. I concetti sono solo un momento transitorio che può servire per lo spazio di una decisione. Scrivendo in questo momento, dunque, dietro a ogni parola che scriverò, dietro a ogni città, io penso a una persona precisa.

So dunque che ho amici del cuore che vivono lontani (a Parigi, a Miami, a Tokyo, a Londra, a Oslo, a Mosca; ma anche a Napoli, Bologna, Milano, in Sicilia…), e che vedo a distanza di anni; e ho amici che non sanno quanto io mi consideri loro amico. Ho amici con cui sono stato in rapporti di inimicizia, e ci sono miei nemici con cui forse stringerò inaspettati rapporti di confidenza. Ho amici che mi hanno tradito con cattiverie così efferate da essere state evidentemente inconsapevoli, e ho nemici che in fondo non riuscirebbero a farmi tutto il male che dicono di volermi. Con i miei veri amici posso avere silenzi di anni. Anche in questi tempi di social network. Ci diciamo le cose quando abbiamo cose da dire. Per il resto del tempo, ci teniamo compagnia… esistendo.

Ho scoperto che pronunciare parole è troppo facile perché si possa trovare un accordo fra tutti su quante usarne. Il piacere di vedere che la gente ascolta, quella responsabilità dolce e inebriante dell’attenzione su di sé, prende alla testa i conferenzieri, i professori, gli intervistati, finanche le persone che nella quotidianità usano la conversazione come rituale di rinforzo dei patti di convivenza. Io ho smesso di rispondere al telefono due anni fa, e mi trovo benissimo. Quando qualcuno vuol veramente parlare con me, è costretto a scrivermi e, quindi, misura le parole con più attenzione. In un solo caso ho visto che è utilissimo parlare con gli amici: quando siamo sinceramente felici. La felicità è caduca; come i gelsi o come una buona frittura, non mantiene quel gusto miracoloso a lungo. Nessuno riesce a riporre un po’ di felicità in cassaforte o in cantina o nell’armadio, per assicurarsi una riserva, quantità che potrebbe servirci in futuro – magari in un momento di carestia. Però… possiamo dare la nostra felicità in eccesso ai nostri amici, chiedendola indietro se ci servisse di lì a qualche tempo.

Io incontro molte persone, conosco amici nuovi quasi ogni giorno, di ogni età, in tutti i continenti. Converso con loro in diverse lingue. C’è (tra i miei amici ma soprattutto tra i miei nemici e tra chi non mi conosce – non di rado le ultime categorie coincidono) chi pensa io stia diventando una persona che nel campo professionale sta assumendo una posizione di potere o, almeno, di prestigio. Sono a volte persone che potrebbero potenzialmente transitare dal rapporto di stima (anche altissima, anche reciproca) alla fiducia salda, presunta e di largo raggio. Forse in quei rapporti che appaiono più “interessati” c’è molta meno finzione di quanto sembra. La vera finzione, quella data dalla paura, si annida dappertutto: nel sorriso gentile, nello sgarbo distratto…

Come per il parmigiano, per l’aceto e per l’aura dell’opera d’arte, l’amicizia si distinguerà semplicemente (e difficilissimamente): è quella che tra i vari ingredienti sarà composta dal tempo trascorso. Dopo qualche tempo, magari sarà possibile chiamare “amici” anche coloro che oggi sono sconosciuti. Se ciò non avvenisse, il rischio è di illudersi che sia avvenuto – magari nel caso più pernicioso. Le mille e una notte mettono in guardia dagli amici conviviali (suis et amicis). Ma, dal Simposio in poi, le cose vanno capite con la propria testa. Nessuno potrebbe andare in palestra al posto nostro. Neanche il migliore degli amici fidati.

 



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