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Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
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Programma febbraio 2021
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Riflessioni e ricordi parlando con l’ombra. Per Giovanni Bernardini PDF Stampa E-mail
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Sabato 16 Aprile 2016 05:45

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 12 aprile 2016]

 

Come accade in una giovinezza, in una di quelle giovinezze che si ha tanto da scrivere e si sente una frenesia nelle dita, ecco, nella giovinezza dei suoi novantatré anni, Giovanni Bernardini ha tanto da scrivere. Con una differenza, forse. Nella giovinezza, nella stagione che va dai venti ai trent’anni, si pretende, ingenuamente, di scrivere del mondo; in quella che va dagli ottanta in poi si accetta, saggiamente, di scrivere di sé. Con un confronto spietato, senza indulgenze, senza timori, senza false umiltà, senza ipocrisie, senza ambigue mediazioni. Un duello, un corpo a corpo. Anche perché non si può indulgere, non si può mediare, non si può fingere: c’è un’ombra che sorveglia, che smaschera e rivela l’identità autentica.  “Il vecchio e l’ombra” è il titolo che Bernardini ha dato all’ultimo suo libro edito da Esperidi con una puntuale prefazione di Franco Martina. Venti dialoghetti. Sulla morte. Quando è questa la cosa che si pensa, che si scrive, quando è questa l’angoscia, il rovello, l’orizzonte, non è che ci sia tempo e parole per premesse, per diramazioni del discorso, per le digressioni. Tutto converge verso quel nucleo esistenziale, semantico, quel grumo. Con una scrittura asciutta, essenziale, che sembra quasi rifiutare l’aggettivazione, tesa  alla confessione o alla scoperta, alla metafora esplicita, tagliente.  Il modello mi pare quello del dialogo filosofico finalizzato all’indagine, all’analisi, condotto attraverso una logica serrata, che giunge alla dimostrazione adottando il metodo della comparazione. In realtà il lavoro poetico e narrativo di Bernardini è stato sempre caratterizzato da una venatura filosofica, che in questo caso si  struttura nella relazione tra la domanda e la risposta  conseguente ad un ragionamento che, nel suo svolgersi, scarta progressivamente gli elementi secondari per trattenere quelli fondamentali, dimostrandoli con il riferimento all’io, all’esperienza personale, alle circostanze, ai fatti, agli accadimenti quotidiani.  Nell’opera di Giovanni Bernardini, la costante componente autobiografica probabilmente risponde  proprio a questo metodo, a questa esigenza. Il vivere serve a fornire la prova di quello che si pensa, e quello che si pensa viene provato dal vissuto. La scrittura costituisce la rappresentazione del vissuto, della riflessione sul vissuto e della riflessione sulla stessa scrittura, che in questo libro si propone in modo significativo sintetizzandosi particolarmente  nell’ultimo dialogo, che Giovanni usa anche per ribadire la natura del suo pessimismo.

L’ombra sa già tutto. Di ogni domanda conosce la risposta. L’ombra è il vecchio stesso oppure è colui che ha dato vita al vecchio. (Non so se Giovanni potrebbe accettare di chiamarlo Dio). Le domande incalzanti, assedianti, che pone al vecchio hanno soltanto la funzione di consentirgli il racconto. Quindi, se da un punto di vista psicologico è un alter ego, una proiezione dell’io, da un punto di vista narrativo costituisce un elemento di metodo. L’ombra serve a far raccontare al vecchio quello che sa, quello che sente, quello che vuole. Ma serve anche, o forse soprattutto, a consentire al vecchio di giustificare a se stesso il suo racconto. Gli permette, se è il caso, di dire che non voleva raccontare, non voleva scrivere ancora, non voleva scrivere più, perché a un certo punto il racconto si fa sempre più doloroso, a un certo punto scrivere non dà più consolazione,   ma qualcuno – un’ombra – gli  ha fatto le domande e il vecchio non ha il costume di negare le risposte. Mai. Su niente. A nessuno.  Quest’altro libro forse il vecchio non lo voleva scrivere; ha dovuto; ha dovuto scriverlo per non negare le risposte.

Ma i lettori di Giovanni Bernardini esprimono la loro gratitudine all’ombra che ha posto le domande, costringendo il vecchio a dare le risposte.

 


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