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Quando si parla di immigrazione… PDF Stampa E-mail
Prosa
Sabato 30 Aprile 2016 11:54

Quando si parla di immigrazione bisogna tener presente, innanzitutto, quali sono le cause che la provocano. L’attuale scenario mondiale è caratterizzato da conflitti tra paesi, conflitti all’interno degli stessi paesi, dal terrorismo, da destabilizzazioni per cause politiche e ambientali, da vecchie e nuove forme di disuguaglianze, non solo tra paesi e aree geografiche, ma anche, se non soprattutto, all’interno degli stessi paesi, compresi quelli cosiddetti ricchi.

Nel mondo però non si fugge solo a causa di guerre o per motivi economici. Molti fuggono perché nei loro paesi non sono garantiti i diritti umani fondamentali. Questi migranti vengono chiamati rifugiati. Fuggono perché nei loro paesi non viene garantita l’integrità della loro identità etnica e culturale, la libertà politica, la libertà religiosa, la libertà di pensiero.

Pertanto, dietro una fuga da un paese vi sono cause che vanno ricondotte a vicende interne al paese di provenienza di colui che fugge, ma anche cause che vanno ricondotte a problematiche geopolitiche. A problematiche internazionali sovente addebitate a quella che viene chiamata “società globale”, anche se questa non ha una definizione univoca.

Lo Stato-nazione, infatti, non sembra più essere al centro della costruzione della storia, tutti sembrano concentrare l’attenzione sulla “società globale”, come nuovo fulcro che produce storia ed equilibri. Io faccio umilmente osservare che attualmente, i popoli che sembrano gestire meglio questo cambiamento epocale, sono quelli che sono riusciti a darsi uno Stato forte e/o autorevole (come esempi possiamo indicare Cina e Germania). Inoltre, è lo Stato che decide come ripartire la “torta” della ricchezza nazionale.

Ovviamente concordiamo tutti sul fatto che alcune sfide, come quella dei flussi migratori e del terrorismo internazionale, possono essere vinte solo con la collaborazione di molti Stati. Per tale ragione è così complesso anche il solo arginarli. Se da un paese vi è un flusso migratorio, non è sufficiente agire solo su questo paese per bloccarlo. Se ad esempio, un paese ricava buona parte della sua ricchezza dall’esportazione di cacao e le borse internazionali ne fanno cadere il prezzo e ciò scatena un flusso migratorio, cosa facciamo? Si può risolvere il problema solo rimpatriando coloro che fuggono da questo paese? Se con scelte poco “oculate”, si procede come si è fatto in Libia, come ci si può lamentare se il paese diviene un covo di terroristi e di traffico di esseri umani? Cosa facciamo, ricominciamo a bombardare la Libia? O peggio ancora si utilizza il pretesto del terrorismo per potersi impossessare delle sue risorse?

La difficoltà nella risoluzione dei problemi risiede anche nel fatto che il potere, in tutte le sue forme, compreso quello religioso, generalmente, ama trasformare i cittadini in sudditi senza alcun diritto o con diritti molto affievoliti ed in soggetti poco propensi a ragionare sui fatti. Per far questo agisce con la forza, con il ferreo controllo delle decisioni politiche e dell’economia di un paese e/o con la manipolazione dell’informazione se non delle stesse coscienze. Per questo o anche per questo è difficile la convivenza civile tra i popoli. Purtroppo ciò accade da sempre ed in tutte le culture. Emblematica in tal senso è la storia dell’attuale sistema economico globale. Conosciamo la storia dell’industrializzazione, del colonialismo, del dominio USA dell’economia mondiale ecc. Per favorire lo sviluppo di questo sistema economico globale, si è provveduto alla creazioni di istituzioni internazionali, alla produzione di normative nazionali ed internazionali. Ora abbiamo cartelli, monopoli, oligopoli, trust, “paradisi fiscali” e come abbiamo già detto istituzioni internazionali, come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale. A queste possiamo aggiungere l’ONU, creato nel 1945, il cui “Consiglio di Sicurezza” ha come membri permanenti Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina, Francia e altri paesi a rotazione per un totale di 15 membri. Queste controllano, sicuramente orientano, l’economia mondiale e non solo l’economia mondiale. Sono nate prima degli anni Sessanta dello scorso secolo, ciò significa che alla loro creazione non hanno potuto partecipare buona parte dei paesi e dei popoli del mondo, perché all’epoca soggetti alla colonizzazione. Ciò forse implica un difetto di legittimità di queste istituzioni. La cosa non è di poco conto se consideriamo il potere che esercitano ed hanno esercitato per molti decenni. Il mondo che conosciamo è stato “modellato” solo da pochi paesi al mondo. A questi recentemente se ne sono aggiunti altri senza però che sia cambiato molto. Dovremmo considerare questo aspetto quando trattiamo l’argomento immigrazione e le sue cause. A parere di molti queste istituzioni lavorano per consegnare il mondo all’egemonia capitalista, cioè a poche migliaia di super ricchi (che si trovano in tutte le aree geografiche e culturali del mondo). I risultati sono evidenti a tutti. Se non si inverte la rotta non sarà il terrorismo di matrice islamica o una guerra nucleare globale a cancellare l’essere umano dalla faccia della terra, lo farà l’ambiente che abbiamo devastato. E non è stato devastato in egual misura da tutti i popoli del mondo.

Abbiamo bisogno di istituzioni internazionali molto differenti, prima di tutto legittime, ovvero legittimate da tutti i popoli, e che abbiano come primo obiettivo quello di promuovere una maggiore giustizia nella ripartizione delle risorse mondiali e quello di crearne altre nel rispetto dell’ambiente mondiale. Se non si fa ciò non ha senso parlare di pace, di giustizia, di sviluppo, di lotta alle criminalità organizzate e di controllo dei flussi migratori. Infatti le attuali lotte contro questi flagelli servono solo a produrre montagne di carte ed a pagare lautamente tante persone (in tante istituzioni, pubbliche e private, Università ecc.) per produrre nulla di concreto. Faccio un esempio, come si può pensare di lottare contro le criminalità organizzate (che tra le altre cose gestiscono anche il traffico di esseri umani) se i “paradisi fiscali” sono legittimi e non lo sono solo nel “terzo mondo”? Li abbiamo anche all’interno dei nostri confini nazionali.

Riferendoci a fatti locali, al nostro paese, dobbiamo promuovere una Unione Europea che si assuma la responsabilità di affrontare il dramma dell’immigrazione. Una Unione Europea che con procedure chiare e democratiche si dia politiche ed autorità comuni. Non possiamo affrontare le attuali sfide senza avere un’unica politica estera, un’unica politica in materia di immigrazione. Non è sufficiente che siano le diverse polizie a collaborare e neanche questo accade. Si deve avere anche una politica comune, e trasparente, sul commercio delle armi. Non possiamo continuare a contribuire a riempire di armi gli arsenali finanche di paesi che finanziano il terrorismo e poi chiederci come facciamo a debellarlo.

Ma anche come Italia, come singolo Stato, ritengo che si possa fare molto, iniziando a non delegare la risoluzione dei problemi agli uomini ed alle organizzazioni che hanno determinato lo sfascio attuale (e non mi riferisco alla sola classe politica). Come pensiamo che possano avere l’intenzione di modificare l’attuale sistema uomini o organizzazioni che grazie a tale sistema, fortemente ingiusto, hanno fatto la loro fortuna? Eventualmente chiediamogli di risarcire i danni che hanno fatto. E quando ci coinvolgono in guerre assurde (solo per fare qualche esempio: Iraq e Libia) condanniamoli anche penalmente e chiediamo scusa ai popoli che abbiamo danneggiato. Così facendo ridurremo fortemente le argomentazioni delle organizzazioni terroristiche, che stanno imperversando nel mondo intero. Tali persone e organizzazioni conservano il loro potere perché sono ricchi e potenti anche perché, non poche volte, hanno piegato ai loro interessi molte istituzioni pubbliche e private (agendo a braccetto con le criminalità organizzate) e pertanto hanno tanti amici, in tutti i settori, ai quali garantiscono la tutela dei loro privilegi. Ad aggravare la situazione si aggiungono la crisi del nostro sistema politico ed il processo di integrazione del “terzo settore” nel modello ingiusto, ed a volte anche criminale, che è stato descritto.


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