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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
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I mille racconti
Giovedì 07 Aprile 2011 12:39

OCCHIATE A SAN GREGORIO

 

Il suo negozio d'articoli sportivi era punto d'incontro degli appassionati di pesca e non c'era posta, sia sull'Adriatico che sullo Ionio, o tecnica di cattura che non conoscesse a menadito quel simpatico sbruffone di Ernesto. Vendeva anche pulici e malote che traeva dagli accumuli algosi spinti a riva dalle correnti.

 

Ventotto luglio, scirocco umido e ventoso. Ultimate le operazioni connesse agli esami di maturità, sentivo l'urgenza di scaricare le mie tensioni; bastava un salto da quel negozio, un cesto d'esca, e poi niente e nessuno mi avrebbe precluso ore e ore sul mare. Ernesto mi propose di andare (insieme) dalle parti di San Gregorio, a pochi chilometri da Leuca, sullo Ionio; accettai, cogliendo l'opportunità che mi si dava di conoscere una marina a me ignota. A mezzanotte e mezza prendevamo un caffè nell'unico bar aperto d'un paesino a metà strada. Lungo il tragitto parlavamo, ovviamente, di pesca, e dopo una serie di 'vai dritto, gira a destra', San Gregorio mi si parò davanti: un leggero pendio, quattro case, una piazzetta (più terrazza) vista-mare coronata da alberi bassi di fronte ad un bar; sullo sfondo a sinistra, isolata, villa Filograna. Tutto qui.

 

Un gruppo di ragazze e ragazzi festeggiava allegro la fine degli esami (questo mi sembrò di capire). Incrociai i loro sguardi: bianche vele pronte a dispiegarsi. A Donatella (così la chiamavano, ne ricordo ancora il volto, lo sguardo, il taglio delle labbra e quel suo atteggiarsi che ostentava una sensualità disinibita) e a tutto il gruppo augurai mentalmente cose belle. Avrei voluto intrattenermi con loro, dirgli che la maturità che avevano conseguito era solo l'inizio e che altra maturità li attendeva, attraverso tappe in salita e sonore sconfitte, ma lasciai perdere per non turbare quell'atmosfera gioiosa.

“Io scendo qui”, disse Ernesto, indicandomi una bassa scogliera a ridosso della piazzetta; “tu vai di là, dopo la spiaggia troverai scogliera e posta”, e m'indicò la direzione con l'indice teso. La notte spalmava tutto di nero e mi sentivo un allocco che andava alla ricerca d'un qualcosa d'ignoto, col peso dell'esca, la torcia funzionante a malapena e l'afa, l'afa che lo faceva sudare come un dannato. Mi rimproverai d'aver sacrificato la libertà d'andarmene per conto mio. Attraversai un tratto ghiaioso (la spiaggia) rischiando più volte di rotolare a terra. Procedevo pensando al mio amico, così vago nel darmi le dritte, e mandai al suo indirizzo qualche parola blasfema. Intravidi la scogliera che da bassa andava a salire, e una busta bianca abbandonata mi fu d'indizio; giuntovi, posai i miei attrezzi. Non c'era un granché di spuma e il fondale mi era ignoto del tutto; davo per scontata solo la presenza di sorci notturni.

Il vento di sbieco mi portava odori più di macchia che di mare. Alle mie spalle, sull'altura, da una veranda accesa, le note d'una canzone mi evocavano una donna amata e perduta; la pensai per un attimo, poi approntai la lenza: galleggiante a un metro e mezzo dall'amo, niente piombi, filo da 0,20. La scelta si rivelò azzeccata. Quella notte, per la prima volta, star light a luce rossa. Buttai manciate di malote stropicciate tra le mani, prima di effettuare il lancio.

Avevo sperimentato sul mare che la corrente va quasi sempre controvento, sicché stabilii di dover lanciare in direzione della piazzetta, lasciata laggiù alla mia sinistra. Al primo tentativo si afferrò una grossa occhiata, poi altre ne seguirono di uguale pezzatura. “E' notte propizia”, pensai, e poiché di tempo ne avevo a iosa, mi concessi una pausa, attuando i consigli avuti da un vecchio lupo di mare, Salvatore De Benedetto, di Giurdignano, alias Toto Pica. Enumerai mentalmente a chi distribuire il pescato, nel caso di molte prede: don Salvatore, l'ing. Franco, qualche amico; sempre fatto così, per il piacere di donare o di stupire. Il bottino era già a due cifre quando dalla piazzetta una torcia cominciò a mandare segnali intermittenti. Non ero certo che fosse Ernesto, ma il silenzio della notte m'aiutò a percepire un grido: veeengo? Era lui, amareggiato per non aver sentito una    toccata di occhiate. Mi raggiunse e si posizionò alla mia sinistra, gomito a gomito, dove la corrente portava l'esca. Sbirciò nel mio cesto: “bei pezzi”, disse a denti stretti, poi lanciò. Una prima occhiata gli si afferrò vorace ed io.... niente, poi una seconda ed io niente, alla terza, che non capimmo mai a quale dei due ami avesse abboccato, i fili delle nostre canne si imbrogliarono e fu la fine.

L'alba s'affacciava dietro di noi.

 

 

 

LE TRE BOGHE DELLA MADDALENA

 

A Serra degli Alimini 2. (Otranto – Le) i coniugi Migliorini avevano un bilocale e da tempo utilizzavano la formula dello scambio; in uno di questi (una settimana a Porto Rotondo) ci chiesero se volevamo unirci a loro. Approfittando dei costi abbordabili d'inizio stagione, cogliemmo al volo l'invito. Stabilimmo di trovarci a Fiumicino (loro, da Siena in macchina, noi salivamo in treno) e proseguire poi per Civitavecchia

Le previsioni davano mare grosso di maestrale (i collegamenti con la Sardegna erano interrotti da due giorni) e questo mi preoccupava non poco. All'alba, il mare di Formia era calmo e rassicurante. Come prestabilito, c'incontrammo coi Migliorini. Tutto filava liscio.

Il porto di Civitavecchia era un brulichio e stavamo appena alla prima decade di giugno. Salpammo con un venticello leggero che si alzò di brutto sul mare aperto dove imperversava ancora il maestrale e la motonave cominciò a ballare; ci aspettava lì, con onde giganti e spumose, e furioso soffiò per tutto il tragitto.

Perduta ogni sponda, l'ansia s'impossessò di me. La linea d'orizzonte era lì, immobile, e mi sforzavo a non guardarla, ché mi dava netta l'idea di quanto il traghetto la superasse per poi sprofondare prima di risalire, ma era l'unico elemento fisico da cui non riuscivo a distogliere lo sguardo o ero io indisponibile ad obiettivi diversi; eppure bastava chiudere gli occhi, in abbandono! Il traghetto avanzava a fatica, sferzato dal vento scarrocciava e ogni tanto le eliche rombavano a vuoto. Quei passeggeri che ad inizio viaggio s'erano appoggiati al parapetto di prua, ben presto si defilarono, spazzati da violenti spruzzi d'acqua; altri facevano su e giù dai bagni forse per non aver preso anzitempo tisane di melissa o altro. Mia moglie ammirava il mare estasiata. “E' suggestivo”, ripeteva nella sua incoscienza. Io lo guardavo con astio. Nell'aria percepivo il rischio d'una sciagura e la situazione oggettiva non mi dava motivo d'assumere atteggiamenti disinvolti; al contrario, mi rendeva stranito. Pensai a quei viaggi senza ritorno e sciolsi una preghiera che presto la mia razionalità rifiutò per lasciare spazio a blasfemie volgari. Se la mia sorte è segnata - pensai - scriverò un messaggio da chiudere in una bottiglia e gettare in mare; ne formulai il testo: “E' perito un uomo, dalla barba incolta e canuta, che amò il mare, lo visse e ne interloquì toccando l'Oltre; beffardo il mare ha posto fine ai suoi giorni”. Mentre scrivo, riaffiora la tensione di quelle ore, la mia pavidità mal celata; evoco il pericolo reale di andare a fondo, quel parlottio disinvolto dei passeggeri, e mi disapprovo una seconda volta: sembrava fossi l'unico a farsela addosso.

Si navigava da ore senza il conforto d'una presenza; solo sul tardi incrociammo un traghetto e dirottai pensieri e cono visivo: la scia bianca prodotta dal turbinio delle eliche si confondeva nella spuma diffusa. Pensai alle coste sarde da scoprire, alle pescate che m'attendevano e allentai la tensione; poi un'enorme sagoma scura troneggiò in lontananza e mi rasserenò.

Approdammo a Golfo Aranci: un'ora di ritardo sulla tabella di marcia. Toccata terra m'inchinai a baciarla, suscitando l'ilarità del mio gruppo. Dopo le operazioni di rito, ci dirigemmo al residence, ubicato alla periferia di Porto Rotondo. La notte passò tranquilla. Il giorno dopo cominciai a perlustrare la zona, alla ricerca d'un posto dove poter pescare: cale e scogliere radenti il mare. Che delusione! Avevo due canne da pesca, una busta d'ami, piombini e galleggianti, un rotolo di filo; mi mancava la canna da lancio, più adatta a quelle rive. Porto Rotondo, a staffa di cavallo con  imboccatura stretta e poi a ruotare, era l'unico posto dove poter pescare.

Al terzo giorno dal nostro arrivo, partecipammo ad un'escursione per l'arcipelago della Maddalena. Prima tappa: isola Santa Maria. Attraccammo al piccolo molo ch'era già l'ora di pranzo e ci venne offerto un piatto di penne al sugo; una di queste mi cadde e subito la buttai in mare e bastò perché arrivassero pesci da tutte le direzioni. Chiazze argentate brillavano più a fondo, frenetiche boghe in superficie. Avevo nel marsupio dei crackers, ami e filo; ne presi un paio di metri, legai un amo a cui infilzai un frammento di salatino attraverso il piccolo foro e calai, tenendo in mano la lenza. Una grossa boga abboccò vorace, poi un'altra e un'altra ancora. Elettrizzato, speravo di continuare su quella piega, quando un signore mi s'avvicinò intimandomi di smettere e tornò da dove era venuto. Scendemmo a terra ma, di lì a poco, una voce avvertì col megafono di salire a bordo per il prosieguo dell'escursione. Salpammo, destinazione isola di Budelli (spiaggia rosa), ma i miei pensieri rimasero ancorati a quel che avevo visto e lasciato. Costeggiando, ci venne indicata villa Certosa immersa nel verde. Giunto al residence, controllai una cartina: arcipelago circoscritto da un bel tratteggio in rosso, perché parco protetto. Spiegato l'arcano.

 

 

 

QUEL  TRIO

 

Stabilimmo l'ora della partenza e la meta: mezzanotte, marina di Andrano, parcheggio grande. Eravamo un trio solidale, avido, spavaldo, ed era raro che uno si muovesse senza gli altri. Fernando, vecchio compagno di scuola media e mio medico di famiglia, era l'unico a roddhularsi, e quando passavamo a prenderlo non sapeva che dire: “Scendete” e noi si doveva scendere. Preparava con calma la moka e iniziava discorsi che andavano per le lunghe. Roberta, la figlia, (non la vedo da anni ma so di lei: laurea, matrimonio, gemelle; le mando un saluto, un abbraccio) si burlava di noi: sciati meju a femmane”, diceva e Fernando rideva compiaciuto. Gaetano, al contrario, era puntuale se non in anticipo sugli orari stabiliti.

Partimmo che era già l'una. All'incrocio per Vaste una macchina ci precedeva e mi balenò  l'idea che fossero pescatori diretti laddove noi ci dirigevamo. Mi accingevo a superarla quando svoltò per Poggiardo. Succedeva sempre così, ossia temevamo che chi ci precedeva potesse fregarci la posta.

Fummo a Castro (sulla discesa di Acquaviva rividi scorci calabri e dal finestrino aperto entravano i profumi della notte), poi a marina di Marittima, indi a quella di Andrano. Un rombo pauroso saliva dal mare agitato; cercammo mentalmente qualche tratto di costa più al riparo: niente sull'Adriatico che facesse al caso. Puntammo sull'altro mare, verso Porto Selvaggio, zona ficalindie,

convinti che lo Ionio fosse meno forte e dove, altre volte, il mare grosso arrivava franto. A quell'ora della notte la gente dormiva e la traversata fu scorrevole. Giunti sul posto, nel riquadro che funge da parcheggio a ciglio strada, non c'erano macchine in sosta e questo era un indizio su cui riflettere; saggio sarebbe stato tornarcene a casa e rimetterci a letto. Cosa che non facemmo.

Saliva l'alba alle nostre spalle e l'allodola cantò per prima mentre noi si tergiversava in attesa di luce piena. Il mare si mostrò poi in tutto il suo furore: le onde s'infrangevano con violenza e producevano spuma a iosa. Nondimeno decidemmo dove metterci e che canna aprire. Tentammo, vicini l'uno all'altro, ma l'impresa fallì e tornammo a casa senza aver sentito una cannata.

Ho perso quei compagni ed è triste ripassare dalle coste che ci videro sotto la bruma, col vento, nel pieno delle notti. Sul mare mi pare di vederli; sento l'eco di quelle voci non più voci. I ricordi m'incalzano e la nostalgia si fa sempre più struggente.

 

 

 

TRA SANT'EMILIANO E PORTO BADISCO

 

Gli scrutini andavano a rilento per discutibili prese di posizione di alcuni docenti per i quali la 'proposta di voto' era intesa come voto inattaccabile. Saltò, quindi, ogni scaletta e presto le palme nane di fronte divennero sagome informi. Scrutinavo da ore quel sabato e la mia insofferenza era palpabile. “Cos'hai? Impegni?”, mi fa un collega. Resto sul generico e gli dico di commissioni che rischiavo di non assolvere. Le operazioni poi si conclusero e, con sollievo, ognuno di noi lasciò il posto ad altri colleghi.

L'unico impegno che avevo era quello di scollinare tra Sant'Emiliano e Badisco con l'amico Fernando, sempre pronto ad assecondare le mie 'follie', epiche e stupide, ancorché condivise, di cui è artefice la parte meno razionale di me. Siamo due ultracinquantenni che non maturano e vanno per le coste più impervie e di notte, senza mettere in preventivo mute, incontri con malavitosi, malori. Partiamo. Un bel tratto di strada e scogliere accidentate ci aspettano e una notte sul mare. Vado piano, nessuno mi mette fretta, e assaporo meglio il piacere della mia libertà. Sulla Maglie-Otranto, sparute auto salgono dalla marina; Giurdignano è quasi deserta quando l'attraversiamo, Badisco desolata. Da qui prendiamo la panoramica che porta ad Otranto, poi a destra per un viottolo tracciato da pescatori o da chi va a diporto; attraversiamo una pinetina dove in altri tempi ho cacciato, un sentiero ciottoloso alla cui estremità due colonne bianche interrompono la continuità d'un muro a secco. Ci fermiamo su una radura che confina con basse scogliere. Resta un tratto difficile da fare a piedi: scogli aguzzi, quasi a strapiombo, che superiamo indenni, Che fatica!

La notte è buia, ma buia buia. Sul canale d'Otranto, lontane luci vibrano. Ho due torce, memore d'un 'incidente' dell'anno prima (ne rimasi senza e dovetti aspettare l'alba; le esperienze del passato servono, eccome). Qui, sotto costa, da notizie avute, sarebbe pieno di occhiate, ma il mare è mutabile e una volta può non essere come l'altra; infatti è piatto e per la pesca alle occhiate manca l'elemento principe: la spuma. Nondimeno, inizio le operazioni di rito. Al primo lancio, noto che la corrente è forte e non tira dritta: prospettive azzerate, fauna assente, e non c'è perizia che tenga. Passano le ore senza che accada nulla e la libido si placa; continuo a sperare che muti vento e mare, ma via via mi convinco che la nottata è persa e non sarebbe la prima volta. Stessa cosa per l'amico che mi sta vicino di cui onoro la memoria in questo breve racconto e ne custodisco il ricordo. Prendiamo un caffè caldo (Fernando lo porta sempre). La scogliera è spettrale e noi, fuggiaschi, abbiamo perduto le tracce del tempo; il chiarore aurorale è forse di là da venire e restare qui sarebbe fuori da ogni logica, ma non m'azzardo a dire niente. Poi una voce rompe il silenzio: “Che facciamo?”. L'interrogativo di Fernando nasconde una dichiarazione di resa e ne colgo il senso: non vorrebbe sperperare quel che resta della notte ed io, sempre inarrendevole sul mare, sono pronto ad abbandonare questa costa sperduta cui, da folle, ho sacrificato la notte. Da folle, ma la mia follia è un qualcosa che muore e si rinnova, come la Fenice, e domani avrò già scordato questo mare che s'è preso beffa di me, di noi, e, ricaricato, programmerò altre 'imprese'.

Prendiamo la via del ritorno, amareggiati per non aver sentito una sola toccata. Superiamo senza danni le difficoltà del percorso. Sull'asfalto, sospiri di sollievo; nell'oscurità, filiamo. Alle tre e trenta entro in casa, ma l'epilogo deve ancora arrivare. Le solite accortezze di tutte le volte che torno di notte e i miei dormono; mi metto a letto piano piano, quando: “ti cercano i carabinieri”, dice lei con voce assonnata. Taccio, sicuro che l'espressione rientri in un contesto onirico, trattengo quasi il respiro, attendo, penso: “E se non sta sognando?”. Nella mia vita una volta e mai più ho avuto problemi con la giustizia, per via d' una mia lettera pubblicata su 'Salento Scuola Snals'. Questione già chiusa. Ma perché i carabinieri? Scavo nel recesso, cerco fatti o indizi che possano in qualche modo giustificarne la presenza, ma non ne trovo. E allora? Un'azione di terzi a mia insaputa? E per quale motivo? La mente s'arrovella. In camera c'è solo quel sibilo curioso che emettono le sue labbra dischiuse. Sono certo che dorma e mi rassereno. Ma ecco sul più bello che irrompe: “La preside, i carabinieri, ti cercano”. Accidenti, è sveglia e lucida, altro che sogno! Comincia a raccontarmi l'odissea della sera: telefonate a breve distanza l'una dall'altra, di Marinaci prima e di De Marco poi, colleghi che la scongiurano a ché mi rintracci e le spiegano le ragioni: la Preside ha fatto un sopralluogo alle dieci di sera e riscontrate, a suo dire, delle anomalie, dispone di riconvocare quei colleghi allontanatisi ad operazioni di scrutinio ultimate; fa telefonare ai carabinieri di vari paesi, affinché rintraccino i docenti assenti, dispensa sonore reprimende..... il finimondo e tutto per una pretesa demenziale (ricordi Maurizio?). Dov'ero io, senza telefonino, neanche con i bengala mi avrebbero scovato. Neanche con i bengala.

 

 

 

UNA  MEZZA  SALPA

 

Avevo programmato una notte allu vasciu, ma porlo in essere significava trovarsi in zona molto presto per anticipare i monteronesi. L'etichetta lu vasciu è personale mania di affibbiare nomignoli ad ogni scogliera battuta da pescatori; cade all'estremità della panoramica che da Santa Caterina va verso Torre dell'Alto, a ridosso della piazzuola.

Quella notte diserto il calduccio del mio letto per qualcosa di aguzzo e brumoso, e non è la prima volta. Mia moglie continua a darmi del folle, ma mi lascia prendere margini di libertà che mi tengo stretti. Parto che sono un quarto alle due e sulla Galatina-Galatone non passa anima viva, né in un senso, né nell'altro, ed ho la sensazione che la strada sia tutta mia in una notte d'autunno. Prossimo al paese del Galateo, intravedo una sagoma sul ciglio destro della strada: è una lepre che guizza al mio sopraggiungere e che prendo, chissà perché, come buon auspicio. Passo la prima marina quando la notte è nel suo pieno e proseguo per laddove la via si tronca e la piazzuola, delimitata da un muretto, fa da belvedere. Vi trovo i lampioni spenti e tutto appare più nero. Un mare di fondo, che riconosco in un battibaleno, brontola cupo. Ho brutti ricordi di onde anomale, pertanto ritengo rischioso portare giù gli attrezzi. Due le alternative: il rientro a casa o attendere l'alba, ma resto, pur essendoci prospettive scarse se non addirittura nulle.

Per essere pronto, in caso di altri arrivi, indosso giacca e pantaloni gommati; ed è a questo punto che dalla marina alle mie spalle giunge il boato d'una deflagrazione che smuove l'aria e mi sorprende. Ignoro cosa sia successo di là e non posso che enumerare congetture: pescatori di frodo? Lo scoppio d'una bombola? Un ordigno? Se quest'ultima ipotesi è la più plausibile, gli autori del gesto potrebbero fuggire nella mia direzione per poi eclissarsi nella pineta, ed io sarei un povero cristo nel punto sbagliato al momento sbagliato. Mi balena l'idea di allontanarmi da quel posto attraverso la collinetta che s'inerpica fin sulla torre, ma il numero di targa farebbe risalire al mio nome, collegarlo all'accaduto, essere sospettato. Mentre l'adrenalina sale e la paura, un'auto viene verso di me: è la Polizia di Stato e questo mi procura sentimenti contrapposti. I due agenti mi si avvicinano, uno dalla parte di guida, l'altro dalla parte opposta e, pistola in pugno, m'intimano di scendere. Scrutandomi da cima a fondo, mi chiedono se sono pescatore, da quanto tempo sono lì, perché sostavo in macchina. Rispondo a tutto con apparente naturalezza. Non mi chiedono di esibire documenti; a loro interessa sapere se ho sentito qualcosa. L'accaduto nel centro di S. Caterina è troppo recente per essermene scordato, quindi li informo del tremendo botto la cui onda d'urto è giunta quasi dalle mia parti e dell'eco che s'è persa sul mare. Sono credibile e vanno via raccomandandomi di non sostare a lungo in zone buie, onde evitare incontri spiacevoli con malavitosi che nottetempo s'aggirano in zona.

Il mare continua a sprigionare le sue forze. Penso al mio letto, a mia moglie, al sonno beato dei ragazzi, ma non cedo all'idea sempre più pressante di tornarmene a casa. Invoco l'alba che finalmente giunge e mostra un mare furioso. Un cordone di spuma va parallelo alla scogliera; vi galleggiano rami morti, contenitori d'ogni forma e colore, di tutto e di più: rifiuti che qualcuno a riversato in mare e che il mare è pronto a rispedirci al cambio della corrente. Le prospettive sono niente affatto buone, tuttavia individuo un angolo un po' al riparo e comincio a pasturare. Tiro fuori dalla custodia una Triana della Tubertini, di nove metri. Non vedo presenze di pesce in superficie, neanche di cefalotti che sono i primi a giungere, individuata una fonte di cibo; ne attribuisco la causa all'unico elemento che inquadra il mio cono visivo: il mare, grosso ancorché in scaduta. Non demordo. Mi sposto in un angolo ancor più defilato e ricomincio. La corrente è forte, do piombo alla lenza, pasturo, pasturo.

Ho perso il conto delle ore, comincio ad avere fame, mi deconcentro. Scorre la notte appena passata: il boato, i poliziotti, la paura nelle vene. Una processione di gabbiani va a nord volando bassa ed io ho sempre più fame. La voglia di tornare a casa non smette di premere, ma lo scoglio è come una ventosa e non riesco a staccarmene. Ormai i miei pensieri corrono senza bussola e non m'accorgo che la punta della canna è sprofondata in acqua: tiro una mezza salpa e poi più niente, una fottuta mezza salpa.

Sulla via del ritorno, nel centro della marina, i segni d'un attentato al bar del corso; vi ero passato pochi minuti prima della deflagrazione. E questo è quanto.

 

 

 

UNA  PERSONA  CORRETTA

 

Non lo conoscevo di persona, ma ne avevo sentito parlare. Correva voce che pescasse occhiate di fronte al suo bar, in Santa Caterina di Nardò. Esagerando, qualcuno diceva che lo facesse da sopra il muretto che delimita il marciapiede, tenendo d'occhio il bar aperto. Ero stato informato del tipo di macchina che possedeva (una Renault 5, carta di zucchero), e tutte le volte che mi trovavo in zona cercavo di adocchiarla. La sua 'fama' era arrivata anche a Soleto, da Ernesto, che all'epoca vendeva esca e articoli sportivi.

Un pomeriggio di settembre ero allu Vasciu e, dopo tante sfide andate a male, avevo imbroccato una corrente propizia: s'afferravano occhiate una dopo l'altra, di piccola pezzatura ma buone da friggere. Ogni tanto giravo lo sguardo verso la macchina parcheggiata sulla piazzuola. Nessuno s'era visto da quelle parti o sceso verso di me a curiosare. Ero intento a pescare in totale solitudine, quando una macchina, Renoult 5, carta di zucchero appunto, s'accostò alla mia. Scese un uomo vestito normale, di bassa statura; cominciò ad osservarmi e questo m'infastidì non poco, anche se la distanza era ragguardevole. Poi si mosse, prendendo a destra verso la Dannata; uscì dal mio cono visivo, ma presto riapparve e questa volta puntò decisamente verso di me. “Salute”, disse appena giuntomi vicino, “vedo che ti stai divertendo”; fece un paio di passi e... “Pippi Filoni, piacere”. Conobbi in questo modo il pescatore di occhiate, la cui fama aveva varcato i confini della marina. Seguì una pausa in cui nessuno dei due disse una parola; poi, con fare garbato, gentile e garbato, mi chiese di poter scendere gli 'attrezzi' e mettersi al mio fianco. Le furbissime occhiate vanno pescate stando da soli, ma dinanzi a quel fare educato e corretto non potetti che dirgli di sì. Risalì la scogliera, poi scese con una busta d'esca e una sola canna: l'essenziale. Continuammo a pescare entrambi sino a quando la luce non andò a morire. Nel cesto contai novantadue occhiate.


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