Programma maggio 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Maggio 2022 Mercoledì 4 maggio, ore 18:30, Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse: dott. Massimo Graziuso,... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Prosa
Venerdì 24 Giugno 2016 08:19

["Il Titano". Supplemento economico de "Il Galatino" n. 12 del 24 giugno 2016, pp. 44-45]


Ciò che state cominciando a leggere è un articolo di struttura frammentaria che si può considerare a un primo sguardo come una lista di consigli di lettura che non è la conseguenza dell’accogliere suggerimenti remunerativi di case editrici. Potrebbe forse essere così per qualche critico letterario di professione che ha rubriche settimanali sui giornali, come io non sono né pretenderei di essere; semmai è il desiderio di rendere più precisa l’abitudine recente della Biblioteca Comunale di Galatina di chiedere ai suoi utenti l’indicazione di suggerimenti di lettura ad altri lettori. Perché farlo? Beh! Leggere è un modo di nutrire la mente, per viaggiare anche se non con il corpo, per guardare in maniera prospettica al mondo sempre più in profondità. Sono seduto nella mia stanza ma nel leggere pagine appropriare è come se mi arrampicassi per i sentieri del Nepal, sulla Cordigliera delle Ande, o navigassi sul Reno, o sotto costa nei fiordi Norvegesi. Guardo dalla mia terrazza la cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto ma allo stesso tempo dalle pagine inchiostrate posso entrare in Notre Dame, o passeggiare tra gli alberi di Schönbrunn. Scrive Nabokov in merito alla sua propensione a leggere: “Sono sempre stato un onnivoro consumatore di libri, e ancora oggi, come da ragazzo, la visione della luce di un comodino su un livre de chevet è una promessa di gioia e una stella che mi guida per tutta la giornata.”

Cominciamo, quindi.


1. Florian Ilies, 1913, L’anno prima della tempesta, Marsilio, Venezia, 2015.

È la storia di un anno, il 1913, un’esposizione di scene tratte da un tempo pieno di quieta incoscienza della guerra là da venire. Dodici capitoli, uno per mese, disegnano pittori, letterati, musicisti in un tempo elegante di signore in mantella e cappellino inclinato, un tempo di passioni che avrebbero corroso l’Europa con violenza. È un libro felice che incuriosisce, rinfranca, insegna.


2. Edgar Morin, La mia Parigi, i miei ricordi, Raffaello Cortina Editore, Milano,  2013.

Morin ripercorre con sguardo lucido il tracciato della propria memoria persa tra le strade di Parigi, che il padre, sefardita di Salonicco, sognava. Il racconto di Morin si snoda da poco prima della sua nascita nel 1921, ai piedi della butte Montmatre a oggi. È la testimonianza di un giovane novantenne che affronta il giorno con lo sguardo in avanti e che è stato ed è al centro del territorio dell’intellighenzia francese e del Novecento.


3. Cynthia Saltzman, Ritratto del Dottor Gachet, Einaudi, Torino, 2009.

È la biografia di un quadro: il ritratto del medico omeopata che Van Gogh andò a incontrare ad Arles sperando che lo guarisse. “Lui è più malato di me, penso, o forse dovremmo dire quanto me”, scrisse Van Gogh al fratello Theo. Era il 1890. Nel 1990 il quadro fu comprato da Ryoei Saito per 82,5 milioni di dollari. Cynthia Saltzman racconta in quei cento anni le vicende di arte, di passioni e di ossessioni, del dipinto di un dottore che, come scrisse Van Gogh a Gauguin, “ha l’espressione affranta del nostro tempo.” L’ho visto in un paio d’occasioni su una parete del Musée d’Orsay, che un tempo fu una stazione e di cui conserva ancora le grandi finestre rotonde d’inizio secolo, con una struttura di ferro battuto che articola la forma del vetro. Gachet guarda obliquo nel vuoto e non sa forse del genio di van Gogh – quando mai ce ne accorgiamo? - che gli fa superare la caducità del tempo. Rimane una questione: cos’è arte? Quando è che possiamo affermare con sicurezza che un’opera è arte senza che lo dica solo il mercato?


4. George Steiner, La poesia del pensiero, Garzanti, Milano, 2013.

I filosofi esprimono le loro idee attraverso il linguaggio. In ciò hanno uno stile e le loro scelte letterarie manifestano in maniera sottile anche idee non dette. “La filosofia legge la poesia più alta e a sua volta viene letta da essa. Entrambe intuiscono l’esistenza di un terreno comune, quell’arte e quella musica del pensiero originarie che pervadono il nostro senso del significato del mondo." Così George Steiner, uno dei grandi intellettuali del nostro tempo.


5. Martin Amis, La zona d’interesse, Einaudi, Torino, 2014.

Amis è stato criticato per questo libro: tocca il tema di Auschwitz non essendone stato testimone diretto – non avendo quindi l’autorità della sofferenza – e lo fa da una prospettiva che è quella del carnefice, che emerge come burocrate (lo furono i nazisti in maniera pervicace) ottuso della distruzione, del delirio di potenza, dello straniamento dall’umanità, da quello che consideriamo tale come risultato della stratificazione culturale delle esperienze, della narrazione della storia. Dopo aver letto il libro non ho ben capito la ragione delle polemiche che lo hanno accompagnato. La prospettiva scelta mette, invece, in risalto come non sia tanto il rigore logico a determinare l’etica quanto le premesse da cui il discorso logico si sviluppa. Incidentalmente, come aspetto secondario, che ciò emerga è anche utile nel tempo presente in cui si ritorna a cercare di ergere il desiderio e la pulsione a diritto, e il chiacchiericcio gonfiato e insulso del dibattito televisivo nasconde solo la volontà di alcuni di prevalere a ogni costo. Il nazismo è logica applicata, suggerisce Amis, e posso aggiungere che è logica senza una morale del rispetto, dell’ascolto, della mancanza di schiavitù dall’io ipertrofico e dal desiderio di dominio, della non volontà di manipolazione degli altri per ricevere plauso se non tangibile guadagno.


6. Martin Gayford, A bigger message – Conversazioni con David Hockney, Einaudi, Torino, 2011.

Hockney è un pittore che ha raggiunto da giovane fama e conseguenti richieste remunerative. Dall’Inghilterra dov’è nato, si trasferì in California da giovane, incrementando la propria popolarità per l’essere nel posto e nel tempo appropriati alle sue prospettive, e con l’attitudine giusta. Gli anni l’hanno riportato nel natio Yorkshire e in quella che considero – anche qui non sono un critico d’arte, né soprattutto intendo spacciarmi per tale – la sua stagione migliore. Di quelle opere apprezzo soprattutto nei paesaggi dello Yorkshire, dipinti che riempiono una parete, fatti giustapponendo varie tele dipinte separatamente, anche sfalsando le immagini alle giunzioni successive dei vari pezzi, come suggerito dalla vista, ma anche da (tardi nella sua carriera) esperimenti con nove macchine fotografiche che scattano in simultanea ma con prospettive diverse. Nel pennello di Hockney il paesaggio diventa fiabesco soprattutto nei colori che sembra abbiano una reminiscenza dei fauve, sebbene senza ripercorrerne la grammatica, semmai rivivendo attraverso il talento l’uso colore. Le sue conversazioni con Gayford sono una lezione sull’arte come sguardo sul mondo, una riflessione sul guardare, piene di quella serenità, talvolta gioia, che emerge dai dipinti di Hockney. Ho sentito una volta un critico d’arte, un inglese dai modi affabili, suggerire di guardare i paesaggi perché in essi possiamo trovare un po’ di noi stessi.  Beh! Guardare i paesaggi di Hockney mi sembra faccia talvolta emergere la parte serena di noi, accompagnata da un sorriso sghembo.


7. Imre Kertész, Il secolo infelice, Bompiani, Milano, 2012.

Kertész affermava di scrivere solo di una cosa: Auschwitz. Lì fu internato tredicenne e liberato l’anno dopo a Buchenwald. Lì sopravvisse alla sospensione di tutto ciò che di positivo attribuiamo all’essere umano. Lì sopravvisse al dominio dei corpi e delle menti. Lì sopravvisse al macello di quanto di chi era diverso dai macellatori e per questo per loro “degno” d’essere macellato. Lì c’è il germe di suoi romanzi fondamentali: Essere senza destino, Fiasco e Kaddish per un bambino non nato, tra le opere che gli hanno fatto meritare il Nobel per la letteratura nel 2002. Il secolo infelice è una raccolta di saggi in cui quasi ogni pagina contiene qualche riflessione da annotare e sono una scuola di scrittura di rarissima qualità. “Stavo bene qui a Vienna. Mi piace il suo stile nobile, il suo silenzio, mi piace che fondamentalmente funzioni. Mi piace la sua eleganza trattenuta, la sua civiltà, il fatto che tutto sia creato per la vita, per l’uso. Credo di essere nato per una vita migliore di quella che ho potuto vivere. Ma questa è un’affermazione presuntuosa e la presunzione, in fondo, è sempre segno d’ignoranza. Bisogna vivere la vita che ci è stata data, viverla in modo che sia piena, questo è il compito di una vita, ovunque siamo” (pp. 29-30). Kertész è scomparso nel 2016, era nato a Budapest nel 1929. I suoi scritti continueranno a tenere desta la memoria e quindi la coscienza.


8. John Maxwell Coetzee, Tempo d’estate, Einaudi, Torino, 2010.

Coetzee è uno di quegli scrittori che non suggeriscono l’emulazione, anzi implicitamente spingono a non scrivere, perché se ci si provasse, le probabilità che loro potrebbero farlo con maggior perizia sarebbero molto alte, quindi, al declinare del giorno, quando la stanchezza del fare diurno smorza l’impeto, anche quello giovanile, può apparire scelta più appropriata limitarsi a leggere piuttosto che cercare di scimmiottare. D’altra parte, questo suggerimento dovrebbe scoraggiare anche un grande scrittore – e Coetzee lo è – ai suoi inizi, quando egli guardasse i suoi riferimenti letterari e non avesse ancora coscienza di poter competere. C’è un altro consiglio implicito che emerge dalla lettura di Coetzee: se cercate di scrivere, scrivete una storia che tenda a toccare questioni universali, lasciate stare il mesto intimismo, l’elencazione delle malinconie personali e delle proprie turbe psicologiche (sono solo vostre e non interessano se non al pettegolezzo o alla medicina se diventano dannose per voi e gli altri, non a chi legge), il trito sentimentalismo, l’enfasi vuota, né scrivete senza consapevolezza del territorio in cui vi addentrate; se cercate di scrivere con il desiderio di lasciare qualcosa, sforzatevi di essere del livello che solo la lettura di chi è veramente rilevante vi può indicare, e fatelo con umiltà.


9.  Winfrid Georg Sebald, Gli emigrati, Adelphi, Milano, 2007.

Chiunque si sia soffermato a osservare i dipinti di Edward Hopper (1882-1967) ha percepito il senso di solitudine, d’attesa, di sospensione del tempo, di malinconia che emerge da quelle tele. Ha visto paesaggi urbani lontani dallo scintillio della festa ma anche dal degrado. Ha guardato dentro finestre aperte o fuori da esse. Ha visto come la transizione tra lo spazio domestico e quello urbano sia un punto centrale di quelle immagini, una frontiera non attraversata, semmai contemplata senza desiderio d’attraversarla, sia dall’interno sia dal di fuori, quasi si fosse estranei al tempo e impotenti al destino. Chi ha osservato i quadri di Hopper ha un vago sentire della prosa di Sebald, di quel senso di malinconia sospesa che emerge da quella perfezione stilistica dello scrittore cui solo un incidente stradale inglese in cui perse la vita nel 2001 a cinquantasette anni impedì probabilmente di consegnare un altro Nobel per la letteratura alla Germania (anche per affermazione del segretario dell’Accademia svedese che lo assegna). Sebald ha una prosa fluviale, divagante, priva del minimo tono enfatico, autoreferenziale e della noiosa pedanteria di tanti scribacchini. I suoi paesaggi si possono assimilare a quelli di Hopper, sebbene spesso egli tenda a oltrepassare il limitare della città, trovando nella campagna dalle case rade un ambiente naturale per il raccontare, e quando rimane in città, i quartieri non sono mai quelli luccicanti, ma neanche quelli degradati – ho detto Hopper, infatti. Sebald scrive di ciò che incontra passeggiando e di quanto gli è raccontato da chi incontra. Parla delle sue esperienze, ma ha l’acutezza di non porsi al centro della narrazione – il contrario di Philip Roth e credo il motivo per cui a Roth il Nobel forse non sarà mai assegnato – semmai il suo sforzo è proprio quello di estrarre dalla propria esperienza e da quanto di quella degli altri gli è raccontato ciò che può avere carattere universale per la natura umana, per il suo essere nel mondo. È all’universalità che la letteratura deve tendere, compito improbo per i tanti temini ben scritti che fin troppo si pubblicano. Il libro di Sebald di cui qui parlo consta di tre storie principali di persone che le vicende portarono fuori dalla natia Germania. Sono storie in cui si confonde il dato documentale con l’invenzione, storie che partono tutte da un incontro con Sebald, che da giovane fu in Svizzera, poi studente perfezionando a Manchester, poi di ritorno in Svizzera, e di nuovo a Manchester, dopo un infruttuoso tentativo di cominciare una carriera accademica nella natia Germania, carriera che si rese concreta infine in Inghilterra: un emigrante anch’egli, infine. Sono storie che s’intrecciano con altre e con le fotografie che diventano letteratura in tutti gli scritti di Sebald (la sua è una produzione di valore uniforme e vale la pena leggere tutti i suoi libri); storie narrate in tono sommesso, come si fosse seduti su una panchina, sotto un portico, a guardare la sera; storie piene di riferimenti espliciti e impliciti, come l’apparire in due di esse di Nabokov che insegue farfalle con il retino per le mani in differenti epoche della vita, senza dirlo, lasciandolo intendere solo a chi abbia conoscenza della biografia dell’illustre émigré, e poi nominandolo quasi per criticarne aspetti dello stile; storie, soprattutto, che insegnano cosa voglia dire letteratura, ciò che parla dell’essere e dell’essere nel mondo.


10. Vladimir Nabokov, Intransigenze, Adelphi, Milano, 1994.

“Mio padre Vladimir Nabokov era un politico liberale, membro del primo Parlamento russo, campione della giustizia e della legge in un impero difficile. Nacque nel 1870, andò in esilio nel 1919 e tre anni dopo, a Berlino, fu assassinato da due criminali fascisti mentre cercava di fare scudo al suo amico professor Miljukov. Le terre della famiglia Nabokov confinavano con quelle dei Rukavishnikov nel governatorato di San Pietroburgo. Mia madre Helen (1876-1939) era la figlia di Ivan Rukavishnikov, gentiluomo di campagna e filantropo. Il mio nonno paterno Dimitri Nabokov (1827-1904) era stato ministro della Giustizia per otto anni (1878-1885) sotto due zar. Per gli avi paterni di mia nonna, i von Korff, si può risalire fino al quattordicesimo secolo, mentre per parte materna c’è una lunga linea di von Tiesenhausen. Uno di essi fu Engelbrecht von Tiesenhausen di Lavonia che intorno al 1200 prese parte alla terza e alla quarta crociata. Altro mio avo diretto è Cangrande della Scala, signore di Verona, che ospitò l’esule Dante Alighieri e il cui stemma (due grossi cani che reggono una scala) adorna il Decamerone del Boccaccio (1353). Beatrice, nipote di Cangrande, sposò nel 1370 il conte Wilhelm di Oettingen, nipote del grasso Bolko III, duca di Slesia. Una loro figlia sposò un von Waldburg; e tre Waldburg, un Kittlitz, due Polenz e dieci Osten-Sacken più tardi, Wilhelm Carl von Korff ed Eleonor von der Osten-Sacken generarono il nonno della mia nonna paterna, Nicolaus, ucciso in battaglia il 12 giugno 1812. Sua moglie Antoinette Graun, nonna di mia nonna, era nipote del compositore Carl Heinrich Graun (1701-1759).” Così scrive Nabokov, con orgoglio, ma soprattutto senza millantato credito, come la storia di documenti autentici dimostra. Intransigenze è una scoppiettante, densa miscellanea d’interviste a Nabokov, di lettere, di articoli di Nabokov, che fu sì scrittore raffinato, ma anche entomologo (sua è, ad esempio, la classificazione di quella che chiamiamo Lycaeides sublivens Nab. e in modo più colloquiale Nabokov’s blue), una miscellanea che parla del senso del comporre, della letteratura e quindi della vita. Per Nabokov, la lettura è un prerequisito della scrittura. “Uno scrittore creativo deve studiare attentamente le opere dei suoi rivali, comprese quelle dell’Onnipotente. Deve possedere la capacità innata non solo di ricombinare ma anche di ricreare il mondo esistente. Per farlo in modo adeguato ed evitare fatiche doppie, l’artista deve conoscere il mondo esistente. L’immaginazione priva di conoscenza non porta più in là dell’oscuro cortile dell’arte primitiva, più in là dello scarabocchio di un bambino sulla palizzata o del messaggio di qualche caposcarico al mercato. L’arte non è mai semplice. […] nei suoi momenti più grandi l’arte è favolosamente ingannevole e complicata.”


Il lettore potrebbe chiedersi come mai non vi siano italiani tra i suggerimenti precedenti. È libero, naturalmente, di farsi da solo un’idea dei motivi dell’assenza. Non interferirò con le sue deduzioni.


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