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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 173 - (23 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Martedì 23 Agosto 2016 22:09

Buona occupazione?

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 23 agosto 2016]

 

L’ultimo Rapporto Istat certifica un leggero aumento del numero di occupati e una contestuale riduzione del numero di inattivi. Il tasso di occupazione aumenta di un punto percentuale, mentre il tasso di disoccupazione (contabilizzato come rapporto fra numero di disoccupati e totale della forza-lavoro) aumenta, raggiungendo l’11.6%. Sembra una notizia positiva e ovviamente il Governo ha il massimo interesse ad attribuirsene il merito. E “fatti, non parole” è stato il commento del Presidente del Consiglio. E’ tuttavia necessario comprendere più a fondo cosa ha portato a questo risultato e se questo risultato va effettivamente considerato positivo.

1. Contrariamente alla tesi governativa, il Jobs Act non ha avuto alcun ruolo. La riduzione degli sgravi contributivi per le assunzioni con contratti a tutele crescenti – misura prevista in quel provvedimento -  ha generato, come ci si attendeva, un aumento dell’occupazione precaria. In tal senso, prima di salutare i dati ISTAT come un clamoroso successo del Governo, è necessario interrogarsi sulla tipologia dei nuovi contratti di lavoro. Non si può considerare un successo l’aumento dell’occupazione precaria soprattutto da parte di un Governo che ha scommesso sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato. Peraltro, è ragionevole attendersi che molto difficilmente questo obiettivo verrà raggiunto, dal momento che, nelle condizioni date, l’aumento dell’occupazione a tempo indeterminato (ovvero la somministrazione di contratti a tutele crescenti) si rende possibile solo mediante gli sconti fiscali che il Governo asseconda alle imprese che assumono con questa tipologia contrattuale. Di quante risorse il Governo potrà disporre per le decontribuzioni negli anni a venire? A quanto pare, di risorse di entità decrescente, come i fatti stanno a dimostrare: gli esoneri contributivi al 100% sono stati esauriti nel dicembre 2015.

2. ISTAT certifica che l’aumento dell’occupazione ha riguardato soprattutto (se non esclusivamente) individui di età superiore ai cinquanta: più in dettaglio, si è ridotta l’occupazione nella fascia d’età compresa fra i 35 e i 49 anni (111 mila unità). Ciò che verosimilmente è accaduto è che, in virtù di una legislazione pensionistica sempre più stringente, una platea ampia di lavoratori si è trovata nelle condizioni di posticipare l’età del pensionamento. Anche in questo caso, non sembra di poter fare riferimento a un successo del Governo. Semmai, se l’effetto è quello qui individuato si tratterebbe di un insuccesso.

3. Trattandosi di variazioni di entità modesta, occorre anche tener conto delle metodologie di stima utilizzate dall’ISTAT e di quelle utilizzate da altri Istituti di ricerca. EUROSTAT, in particolare, certifica che il tasso di occupazione in Italia è fra i più bassi nel confronto con altri Paesi dell’Eurozona, con una differenza di circa 10 punti percentuali. E che solo la Grecia ha un tasso di occupazione inferiore al nostro. In più, la valutazione sull’andamento del mercato del lavoro italiano cambia radicalmente di segno, rispetto a quella governativa, se si guardano le serie storiche, dalle quali risulta che il numero di occupati nel II trimestre 2012 (Governo Monti) ammontava a 22.706.000 unità e nel III trimestre 2015 (Governo Renzi) a 22.645.000 unità;

nel II trimestre 2016 (Governo Renzi) a 22.546.000 unità.

A ben vedere, il fatto che l’occupazione, se effettivamente è aumentata, è aumentata in misura modesta riguardando prevalentemente lavori precari si spiega bene considerando che il quadro macroeconomico non si è affatto modificato negli ultimi mesi.

In particolare, la dinamica degli investimenti privati ha continuato a essere di segno negativo rispetto agli scorsi anni. In più, le esportazioni nette, nel corso dell’ultimo anno, non hanno contribuito a far crescere la domanda, anzi. Su fonte ISTAT, si registra, per il 2015, una contrazione del saldo commerciale dai 5.3 miliardi dell’ottobre 2014 a circa 4.8 miliardi dell’ottobre 2015. Ciò è accaduto fondamentalmente a ragione del pur modesto aumento del tasso di crescita, che si è immediatamente tradotto in un rilevante aumento delle importazioni. La pressoché totale dipendenza del nostro settore produttivo dall’acquisto dall’estero di prodotti energetici, di beni strumentali e di prodotti intermedi ha prodotto una crescita delle importazioni nell’ordine del 5%. In secondo luogo, è continuato, nel periodo considerato, l’aumento dei risparmi per motivi precauzionali. Si tratta di un fenomeno tipicamente associato a un aumento dell’incertezza, che, nel contesto attuale, è in larga misura dipendente dal continuo aumento della disoccupazione giovanile e dei tassi di inattività, nella sostanziale assenza di ammortizzatori sociali. In altri termini, le famiglie italiane hanno reagito e reagiscono alla bassissima probabilità per i loro figli di trovare occupazione trasferendo loro reddito, ovvero sostituendosi allo Stato nell’erogazione di sussidi; il che, sul piano macroeconomico, si traduce in riduzione della domanda e conseguente riduzione dell’occupazione. In più, su fonte ISTAT, l’indice di fiducia di imprese e consumatori ha continuato (e continua) a ridursi certificando che né gli investimenti né i consumi sono (e saranno nel breve periodo) in aumento.

Va detto che il 2016, per il mercato del lavoro italiano, andrà ricordato come l’anno del boom dei voucher, con un incremento, su fonte INPS, del 43% rispetto al 2015. Si tratta di “buoni lavoro” di 10 euro per prestazioni saltuarie e occasionali. Evidentemente, anche per questa ragione, occorre essere molto cauti nell’affermare che il mercato del lavoro italiano dà segni di miglioramento. Ciò che di certo si può affermare è che non si sta andando nella direzione auspicata dal Governo di creazione di “buona occupazione”.


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