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Il pasticciotto e la BBC PDF Stampa E-mail
Prosa
Martedì 18 Ottobre 2016 06:45

[“Il Galatino” anno XLIX n. 16 del 14 ottobre 2016, p. 3]

 

La BBC, British Broadcasting Corporation, la RAI inglese, è nota per la raffinata qualità dei suoi documentari, sia visiva sia di contenuto, soprattutto perché sono realizzati da studiosi competenti, in particolare quelli d’arte.

RAI 5, il canale televisivo italiano che personalmente quasi sempre più di tutti mi soddisfa, trasmette una gran quantità di documentari della BBC, doppiati ad arte – la scuola di doppiaggio italiana pare sia la migliore disponibile. Tra gli altri mi è capitato di seguire un percorso a tappe per l’Italia di Andrew Graham-Dixon, critico d’arte di formazione oxoniana, seguita dal dottorato all’Università di Londra, una delle università della capitale inglese, e Giorgio Locatelli, chef, un modo esotico e forse inutile di dire cuoco, comunque, nello specifico, un cuoco che agisce a Londra e che ha una stella Michelin. I due hanno progressivamente visitato luoghi non particolarmente affollati da turisti, con scelta intelligente, distinguendo la loro azione tra la descrizione di capolavori non sempre immediatamente presenti alla memoria comune (Graham-Dixon) e la preparazione e la degustazione di piatti nella storia culinaria dei posti visitati (Locatelli), piatti cucinati sempre in case private dotate di cucine piuttosto vissute.

Nella puntata del 25 agosto 2016, che, ritengo, sarà riproposta, si mostrava la visita a Matera, un insediamento che risale al paleolitico, non si dimentichi, seguita da Lecce, Ostuni, Alberobello, Ruvo. In particolare, a Lecce, dopo la visita alla piazza del Vescovado e alla Chiesa di San Matteo, i due si sono fermati lungo il parapetto del foro di piazza Sant’Oronzo a mangiare un pasticciotto. Locatelli ha rilevato l’esclusività della produzione leccese del pasticciotto.

Che il pasticciotto appaia sulla BBC deve essere considerata una circostanza positiva, perché il bacino d’utenza dei documentari BBC è il mondo, data la loro qualità, la lingua inglese che ha un mercato enorme, e il fatto che la BBC ha mantenuto a lungo una distribuzione molto ampia. Se ben utilizzata, con sostanza e senza inutile enfasi, questa pubblicità indiretta potrebbe portare qualche vantaggio anche all’amministrazione galatinese, sempre che si abbia la necessaria fantasia.

Ciò che invece ha mostrato Ostuni, sempre nello stesso programma, è una rappresentazione della “taranta” presentata come fedele alla tradizione. Si è vista qualche differenza coreografica da quanto si è affermato come appuntamento estivo, pubblicizzato sui mezzi d’informazione nazionale, e presentato con qualche riferimento che talvolta sembra soltanto orecchiato agli studi di Ernesto De Martino (1908-1965) e di qualche altro antropologo dopo di lui, per dare quarti di nobiltà culturale a quella che appare un’iniziativa commerciale cui è stato furbescamente attaccato un nome che rievoca una tradizione piuttosto diversa. Nulla di male; basterebbe dire le cose come stanno.

Nel vedere la rappresentazione, Graham-Dixon ha sbuffato e, poi, esclamando ha detto, scostandosene, che quello era un esorcismo. Di certo la pantomima del ballo tradizionale della “taranta” simula da un lato una forma isterica convulsiva (un quadro psicopatologico), dall’altro la volontà di allontanamento di qualcosa, soprattutto interiore: un rito di liberazione, che forse si può intendere come principalmente psicologica, sebbene il ballo acceleri il battito cardiaco e quindi la produzione di endorfine, con effetto chimico-fisico. Se pur questi aspetti possono essere considerati elementi che appaiono in un esorcismo, strictu sensu il termine indica modalità interpretative e rituali diverse nel Cristianesimo, nell’Ebraismo, nell’Induismo, nell’Islam, nello Sciamanesimo e anche in forme religiose neopagane manifestatesi in sette, soprattutto negli Stati Uniti. In tutti questi casi il presupposto è l’ipotesi di possessione di un’entità riconosciuta in qualche modo e per qualche motivo come “diabolica” (cosa che nella “taranta” non è esplicita in origine).

Per tutto questo, le varie confessioni sono caute. Nel caso del Cattolicesimo, nella dottrina in merito agli esorcismi s’invita a “usare circospezione e prudenza; non si deve credere vessato dal diavolo chi invece soffre di una qualche malattia psichica”. L’esorcista è, in quest’ambito, un sacerdote di “particolare equilibrio psichico e spirituale” che è incaricato dal Vescovo, sperando che mantenga nel tempo quell’equilibrio, ogni Vescovo essendo egli stesso un esorcista. L’esorcistato era, un tempo, un titolo solo formale, annoverato tra gli ordini minori, titolo soppresso dal Concilio Vaticano II. La pratica attuale è regolata dal De exorcismis et supplicationibus quibusdam, documento ecclesiale del 1998, che ha sostituito un documento del 1614, e prevede, prima di qualsiasi azione, un’accurata indagine sulla storia della persona coinvolta e dell’ambiente che la circonda, e l’accertamento ripetuto di esami medici che escludano che la fenomenologia in analisi sia annoverabile tra i disturbi psichici canonici, o comunque da tutto quanto appartiene alla medicina. Tale accuratezza d’indagine non è richiesta per gli ortodossi. I protestanti, invece, prevedono un’indagine preliminare ma confidano solo nella fede personale per il superamento di forme di possessione, che, al contrario, sono viste in maniera positiva dagli induisti, i quali procedono a forme rituali, piuttosto teatrali, solo quando c’è permanenza temporale della fenomenologia; l’enfasi è anche presente nello Sciamanesimo. Forme rituali si trovano nell’Ebraismo, in cui chi è posseduto lo è – si crede – da un dybbuk fuggito dalla Geenna, un dybbuk che può essere cacciato da un rito appropriato. Nell’Islam si guarda con qualche sospetto a diagnosi frettolose di possessione perché potrebbero essere prodotte da profittatori (e ce ne sono in tutte le confessioni e anche nelle forme aconfessionali) – si ricordi che nell’Islam non c’è una vera struttura ecclesiastica. Freud considerava le forme di possessione come la manifestazione delle nostre nevrosi. Harold Bloom e George Steiner, i due più acclamati critici letterari viventi, criticano la psicanalisi, elogiando invece di Freud la qualità letteraria. Le opinioni sono tante.

Comunque sia è tutto abbastanza diverso – mi sembra – dalla “taranta”, che forse, nella sua forma tradizionale, potrebbe essere accostata, in qualche senso, a forme sciamaniche, comunque a qualche espressione di tipo pagano (qui forse c’era l’allusione di Graham-Dixon, ben cosciente del resto, immagino), così come ha in sé più di qualche elemento pagano, mi sembra, chi considera la religione come una collezione di riti propiziatori per favorire i propri desideri e scacciare le proprie paure, dimenticando che la religione ha a che fare primariamente con l’ontologia, dove trova la sua ragion d’essere. Il Papa ha sintetizzato la questione, ricordando più volte che la religione non è un bancomat. Ha così posto l’attenzione sull’equilibrio interiore e sulla consapevolezza, quest’ultima rafforzata – forse non è necessario neanche dirlo – dal rendere sempre più solido il patrimonio culturale che si possiede. Equilibrio interiore e consapevolezza, anche dei limiti rilevanti della nostra conoscenza, sono entrambi fattori che allontanano da noi il rischio di rimanere preda (cioè succubi) delle manipolazioni per ragioni di minuscolo interesse, anche solo psicologico, ci fanno attraversare il giorno con chiarezza, limitano gli errori, ci fanno vivere con coscienza e dignità.


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