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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
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Programma febbraio 2021
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Recensioni
Giovedì 23 Giugno 2011 11:13

-          Memorie politiche di un senatore (recensione a Giorgio De Giuseppe, Una vita non basta. Ricordi politici dell’Italia repubblicana (1953-1994), Congedo Editore, Galatina, 2008), “Il Galatino” di venerdì 30 gennaio 2009, p. 3; poi col titolo Una vita non basta ne “Il Paese Nuovo” di martedì 19 giugno 2009, p. 6.

-          Il cuore del Kashmir (recensione a Kash Gabriele Torsello, The Heart of Kashmir, Cooperativa Grafica Italiana, Bari, 2002), “L’Osservatore Nohano”, 8 febbraio 2009 –a. III,  n. 1, pp. 13-14.

-          I Salesiani di Corigliano d’Otranto (recensione  a Giuseppe Orlando D’Urso, Le strade del Signore sono ferrate. Corigliano d’Otranto 1901-2001. Significatività sociale dell’Opera Salesiana, Edizioni del Grifo,  Lecce, 2001), “Il Galatino” di venerdì 27 marzo 2009, p. 8.

 

-          Che cosa nasconde il palazzo baronale (recensione a Dal castello al palazzo baronale, a cura di Vincenzo Cazzato e Vita Basile, Congedo Editore, Galatina, 2008), “Il filo di Aracne a. IV – n. 2, marzo-aprile 2009, pp. 10-11.

 

 

Memorie politiche di un senatore

Perché alla bella età di settantotto anni un senatore di quella che chiamano Prima Repubblica decide di pubblicare i suoi ricordi relativi al periodo in cui egli prese parte attivamente alla vita politica, dedicandoli “Ai miei Familiari / Ai miei Elettori”? Desiderio di vederci chiaro, di approntare un consuntivo che non disperda l’esperienza fatta, o, ancora, la voglia di partecipare, questa volta da una posizione appartata qual è quella di ogni scrittore, alla vita politica dei nostri giorni: tutte queste, e altre ancora, sono le motivazioni che stanno a fondamento delle memorie del senatore Giorgio De Giuseppe dal titolo Una vita non basta, con sottotitolo Ricordi politici dell’Italia repubblicana (1953 -1994), presentazione di Nicola Mancino, prefazione di Gino Pisanò, Mario Congedo Editore, Galatina 2008, pp. 424.

Giorgio De Giuseppe per sei legislature è stato il senatore candidato della Democrazia Cristiana eletto nel collegio Gallipoli-Galatina, ed ha ricoperto importanti incarichi negli organismi istituzionali dello Stato: presidente del gruppo parlamentare dei senatori della DC, vice presidente Vicario del Senato, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla dignità e la condizione sociale dell’anziano, ecc. Insomma, un uomo vissuto nelle istituzioni per tutta la vita, giunto alla politica dopo aver insegnato nell’Università di Lecce Istituzioni di diritto pubblico ed essere stato Provveditore agli studi della stessa città. Infine, nel 1994, dunque a sessantaquattro anni, ovvero in un’età relativamente giovane per la politica italiana, per lunghi anni dominata dalla gerontocrazia, De Giuseppe decide di non ricandidarsi più. Che cosa è successo?

Leggere le memorie di De Giuseppe significa fare un tuffo nella storia dell’Italia repubblicana degli ultimi sessant’anni. Si parte dal periodo florido del secondo dopoguerra, quando tutto sembra possibile e i giovani – non solo quelli rampanti – partecipano alla vita politica perché animati dalle più alte idealità, magari contrapponendosi, anche duramente, per il diverso sentire, ma accomunati dalla volontà di ricostruire l’Italia, di renderla prospera. Era il tempo dei comizi, “se non gli unici, certamente i più efficaci mezzi di propaganda politica” (p. 17). Tutto il primo capitolo è dedicato alla vita politica della provincia di Lecce, la fase per così dire preparatoria, in cui De Giuseppe ricopre l’incarico di segretario provinciale della DC, prima di spiccare il volo verso Roma, eletto senatore a quarantadue anni nel 1972: “Varcai il portone del Senato pochi giorni dopo l’elezione. Era la prima volta, perché avevo avuto gli incontri con i parlamentari leccesi sempre a Montecitorio. All’ingresso fui bloccato da un gigantesco, monumentale, cortese guardaportone. (…) Appreso che ero un senatore appena eletto, che desiderava raggiungere la sede del gruppo della DC, non si scompose, ma ebbe l’accortezza di farmi accompagnare da un commesso più giovane e meno solenne. Compresi il motivo quando mi resi conto che, da solo, non mi sarei districato tra saloni, sale, corridoi e scale per giungere a palazzo Carpegna, ove erano ubicati gli uffici dei gruppi parlamentari. I due palazzi, il Madama e il Carpegna, sono collegati da un ponte coperto, il quale, da una parte ha una fila ininterrotta di busti di protagonisti del Risorgimento e, dall’altra, un’ampia vetrata che dà sul giardino interno nel quale svetta ancora la palma piantata da Crispi nel pieno dell’eccitazione coloniale…” (pp. 53-54). De Giuseppe avrà modo di superare questo senso di estraneità inevitabile in ogni primo approccio ad un luogo che non conosciamo. Problemi impellenti minacciano l’ordine dello Stato e richiedono la massima attenzione e vigilanza: il terrorismo prima di tutto, a partire dal rapimento del giudice Mario Sossi (18 aprile 1974), che inaugura la lunga stagione dei rapimenti e dei delitti politici culminata col rapimento Moro (1978), e poi la strategia della tensione iniziata a piazza Fontana a Milano (1969) e continuata con la strage del treno Italicus (1974) e poi in piazza della Loggia a Brescia (1974) e alla stazione di Bologna (1980). Perché mai accadeva tutto questo nel nostro bel Paese? La logica dei blocchi contrapposti, la guerra fredda, l’inaffidabilità del PCI alle dipendenze dell’URSS spiegano tante cose, ma l’immobilismo politico dei partiti di governo, in primis della DC, in che misura deve essere attribuito ai suoi dirigenti? Insomma, se la politica estera filoatlantica della DC ha garantito all’Italia un regime di libertà e la prosperità economica per un quarantennio, quale costo l’Italia ha dovuto pagare per tutto questo? “La DC”, dice De Giuseppe, “era beneficiaria, ma non responsabile della lunga gestione del potere” (p. 94), il che è come dire che gli uomini della DC governavano perché nessun altro poteva farlo al loro posto, e il motivo di ciò sta, secondo De Giuseppe, in cause esterne alla volontà di quegli uomini, in ragioni di politica estera dalle quali non fu possibile liberarsi, almeno per un cinquantennio dopo la fine della seconda guerra. In realtà, l’Italia del lungo dopoguerra era sotto tutela, in stato di libertà vigilata, e questo portò alla cristallizzazione della politica e all’incomunicabilità degli schieramenti, alla gerontocrazia, e a tutti i mali che hanno afflitto la Prima Repubblica fino a Tangentopoli. La DC era garante dello status quo, cui era possibile derogare con piccole, misurate aperture, l’apertura a sinistra nei confronti dei socialisti, il pentapartito. In mezzo, la solidarietà nazionale col PCI, stroncata dall’assassinio di Aldo Moro. Togliere il gesso all’Italia, nel 1978, significava rischiare un po’ troppo, meglio ripetere vecchi esperimenti, a costo che tutto prima o poi precipitasse. Ed allora, diventava necessario aprire a Bettino Craxi, e subire la sua politica: “…il leader socialista non rinunziò né alla prospettiva dell’unità a sinistra, che nelle condizioni italiane era puramente velleitaria, né all’ipotesi di realizzarla attraverso un sostanziale incremento di voti socialisti, comunque ottenuti”. Male minore era lasciare al PCI il controllo degli enti locali, secondo un’ambigua spartizione del potere, che lungi dal ricomporre fratture, le riproponeva, aggravandole, legislatura dopo legislatura. Sicché, data la portata dei problemi, le battaglie di De Giuseppe contro il correntismo, per l’incompatibilità tra mandato elettorale ed incarico di governo (un parlamentare non può essere ministro), contro il carrierismo che portava a una “lenta trasformazione del Partito in una società per azioni” (p. 70), queste battaglie, seppur sacrosante, rischiavano, come di fatto accadde, di curare il sintomo e non la causa del male, di non mutare la sostanza del problema, consistente nell’impossibilità di fare politica in piena libertà, assicurando al Paese l’alternanza e il periodico rinnovamento della classe dirigente. Caduto il comunismo, dopo la trasformazione del PCI in PDS, per De Giuseppe (e non solo) ancora la scelta socialdemocratica del maggior partito della sinistra italiana non è stata fatta, ancora occorrono delle credenziali per andare al governo. Dovranno pensarci i giudici a far fuori la vecchia classe dirigente, a dare il colpo di clava sulla testa del vecchio pentapartito. De Giuseppe segue passo passo le ultime vicende del suo partito, ricavandone la chiara sensazione della sua agonia e morte. Eccolo fare il suo ingresso per l’ultima volta nella sede romana della DC di Piazza del Gesù: “Varcata la soglia del palazzo di Piazza del Gesù, l’insolito silenzio mi riportò alla realtà. Nelle stanze, prima piene di animazione tanto chiassosa da infastidire, i telefoni erano ora muti ed i corridoi vuoti. Molti impiegati erano stati licenziati ed i pochi in servizio prevedevano sorte eguale per loro. Nell’anticamera, rividi una segretaria che conoscevo da quarant’anni: rispondeva alle rare telefonate ed attendeva gli improbabili visitatori. Non c’era alcuno ed entrai subito nell’ufficio di Martinazzoli. Accecato dal fumo, che ammorbava la stanza, ebbi difficoltà a scovare Mino, sprofondato in una poltrona…” (p. 372). Il Partito è finito e De Giuseppe non ha più motivo per ricandidarsi nella nuova formazione che sta nascendo. La storia alla quale egli appartiene è un’altra ed è inesorabilmente finita. De Giuseppe sa che molti errori sono stati commessi, ma sa anche che la DC ha dato un grande contributo alla crescita del Paese. Uscito dalla stanza di Martinazzoli, entra nella sala della Direzione: “In quella sala… si erano pure perdute occasioni preziose e sottovalutati importanti problemi, ma erano state prese pure decisioni che avevano cambiato in pochi anni l’Italia, inserendola stabilmente nel consenso internazionale, facendo della collaborazione europea la risposta a secoli di guerra, consolidando la democrazia, assicurando un prodigioso sviluppo economico, sociale, culturale che aveva trasformato il Paese, da agricolo, in uno degli otto maggiormente industrializzati del mondo…” (pp. 372-373).

Nella pagina del senatore di Maglie si sente tutto l’orgoglio di aver fatto parte di una formazione politica che ha scritto la storia italiana degli ultimi quarant’anni – ben documentata anche nella ricca Appendice finale -, un orgoglio che emerge in molti altri luoghi di queste memorie e sempre teso a contrastare ogni critica, a cui le vicende di Tangentopoli avevano dato la stura. Non è la rivendicazione della propria integrità morale e politica che interessa a De Giuseppe, essa è data per scontata poiché nessuno l’ha mai messa in discussione. Interessa rivendicare il ruolo storico del Partito, che nessuna inchiesta di giudice potrebbe offuscare. Si capisce pienamente pertanto la conclusione, che coincide con la motivazione dell’intero libro di memorie: “Mi proposi di contribuire perché le critiche, che sembravano soffocare il Partito e misconoscere il ruolo avuto nella costruzione dell’Italia moderna, non facessero dimenticare la storia né appannare la verità” (p. 373). Ecco dunque perché Giorgio De Giuseppe ha scritto le sue memorie politiche, per rivendicare la verità della storia, cioè la bontà del suo Partito, con la P maiuscola. Del resto, già nella Premessa, De Giuseppe aveva messo le mani avanti: “La scomparsa del Partito non è stata, quindi, conseguenza dell’inattualità delle idee, ma della limitatezza degli uomini” (p. 1), a cui sarebbe fin troppo facile ribattere che le idee da sole non esistono, poiché esse camminano soltanto nella testa e coi piedi degli uomini.

Una vita non basta, certo, ma di una vita bisogna accontentarsi. Io sono certo che scritti come questo, in cui sull’onda del ricordo passano esponenti di primo piano e semplici comparse del mondo politico della Prima Repubblica – a questo proposito, utile è l’Indice dei nomi che chiude il volume -, siano necessari allo storico futuro, che nei ricordi dei protagonisti potrà leggere le passioni recondite e le idee più disinteressate, e valutare come effettivamente siano andate le cose. Perciò ora mi piace guardare la foto riportata in quarta di copertina – in coerente contrasto con la prima di copertina che mostra un austero consesso di senatori dell’antica Roma -: l’attempato senatore con la penna in pugno è intento a scrivere, certamente queste memorie, mentre con la mano sinistra non tralascia di reggere, accanto a lui, una paffuta nipotina vestita di rosa che gli guarda la mano, chiedendosi che cosa stia facendo di così importante questo suo nonno che ha vissuto e conosce tante vicende della recente storia d’Italia.

 

 

 

Il cuore del Kashmir

Quello che colpisce chi sfogli il volume di Kash Gabriele Torsello, The Heart of Kashmir, stampato in proprio presso la Cooperativa Grafica Italiana, Bari, 2002 (contiene un reportage di 111 fotografie in bianco e nero), è la presenza continua, ripetuta e, dunque, ossessiva, delle armi dentro lo scenario ripreso dall’obiettivo. Sin dall’immagine del soldato indiano dai grandi baffi, tanto grandi che non si comprende bene dove essi finiscano e dove cominci la barba, col sorriso appena abbozzato in cui si può leggere, dietro il compiacimento dell’adulto davanti alla macchina fotografica, l’innocenza e l’incoscienza di un bambino cresciuto con le armi in pugno, il racconto di Torsello si snoda  lucido e a tratti severo, accompagnato da un commento scritto sobrio ed essenziale in lingua inglese. Torsello ci mostra una valle del Kashmir violentata e distrutta da quattro guerre, l’esatta antitesi della valle dell’Eden, che a volte viene pubblicizzata per attirare qualche turista in cerca di amenità. Tale doveva essere un tempo la valle del Kashmir.

Un mito antico racconta la creazione del Kashmir. Una volta la valle era un grande lago, sulle cui rive gli dei amavano incontrarsi per giocare e divertirsi. Ma un demone devastò queste rive, riducendo in miseria la popolazione, che, disperata, si rivolse al santo Kashyap perché la salvasse; e il santo la salvò, uccidendo il demone. Da allora la valle fu chiamata Kashyapa, o Kashmir, in onore del santo salvatore.

La leggenda, riferita da Giuseppe Pompili, un viaggiatore contemporaneo che recentemente ha percorso questa regione dell’Asia chiusa tra tre giganti (India, Cina e Pakistan), ci racconta forse non solo un mito delle origini, ma anche un preciso sentimento degli attuali abitanti del Kashmir, di poter vivere in pace sulla terra che li ha visti nascere. Una terra da cui, come si sa, si controlla l’accesso alle catene indiane del Karakorum e dell’Himalaya e che, dunque, ha una grande importanza strategica. Per questo motivo da almeno un sessantennio questa terra è martoriata da continue guerre, che le innumerevoli risoluzioni dell’ONU non hanno mai fatto cessare; dal 1947, quando gli inglesi abbandonarono l’India, suddividendo i loro ex possedimenti in India (a maggioranza indù) e Pakistan (a maggioranza musulmana), e si venne a creare questo territorio di confine, il Kashmir appunto, in cui il novanta per cento della popolazione è di religione musulmana, che è ancora conteso da almeno tre stati: Cina, India e Pakistan.

In realtà, scrive Sergio Trippodo (Kashmir, la mina nucleare, Quaderni Speciali di “Limes” 1/2002)  “viene da supporre che il vero problema geopolitico [non sia quello religioso, ma] sia un altro. Un’India pacificata e florida [cioè un’India non impegnata militarmente nel Kashmir contro il Pakistan e a nord contro la Cina] costituirebbe una potenza regionale rafforzata che non farebbe comodo a nessuno: né alle sette nazioni confinanti che temono la sua egemonia, né alla superpotenze influenti nel subcontinente indiano che privilegiano il mercato delle armi rispetto all’economia di mercato”.

Ma torniamo al reportage di Gabriele Torsello, di cui ci stiamo occupando.

Torsello è in India a ventiquattro anni, nel 1994 – vi tornerà per sette anni - e dal sud dell’India penetra nella valle del Kashmir, dopo un viaggio di cinque giorni e quattro notti su un treno affollatissimo, molto simile a quelli che si vedono nei film sull’India. Il suo obiettivo: raggiungere la città di Srinagar, cioè proprio il cuore del Kashmir. Man mano che avanza verso Srinagar, gli accade come in una fiaba, che il protagonista incontra persone che cercano di dissuaderlo dall’andare oltre, e lo mettono in guardia dall’avventurarsi in un luogo dove si uccide con la stessa facilità con cui si compiono tutte le altre operazioni della vita quotidiana. Niente da fare: Torsello ha coraggio da vendere e va oltre, giungendo fino a Srinagar, nella valle del Kashmir. Ha un lasciapassare indiano e questo costruisce un salvacondotto che lo mette al riparo dalle grinfie della onnipresente polizia indiana. Torsello, in realtà, è una presenza discreta. Non fa domande (sono gli altri che gliene fanno, incuriositi dalla sua presenza) e si limita a vedere la realtà che gli è intorno attraverso il filtro in bianco e nero della sua macchina fotografica. Egli è un Italian freelance reporter, non l’emissario di qualche grande giornale occidentale, o il giornalista vestito con una sahariana a bordo di un gigantesco SUV con tanto di antenna parabolica di qualche grande network televisivo. Torsello viaggia in treno su vagoni di seconda classe, è vestito in maniera dimessa, reca con sé solo il necessario e dispone di pochi dollari, tanto che non può permettersi di affittare una hauseboat. Egli è lì per vedere, e per farci vedere. Il risultato è qui, ora, sotto i nostri occhi.

Torsello fotografa le strade, i quartieri popolari, i mercati di Srinagar, la vita giornaliera di chi vive da sessant’anni in uno stato di guerra continua, in una terra dove non pochi gruppi armati combattono per la libertà del Kashmir, almeno questa è la motivazione ufficiale delle loro azioni. Uomini armati dappertutto, come si è detto, muri fatti di sacchi di sabbia antiproiettile, reti mimetiche che coprono bunker da cui spuntano volti di soldati con in capo l’elmetto e il fucile imbracciato, soldati che forse non sanno neppure per quale causa stanno combattendo; e poi jeep e blindati militari, posti di blocco, filo spinato, ronde di soldati per le strade della città, ecc. Questa è la cornice del quadro: al suo interno, scene di vita quotidiana: una donna che si reca al mercato, persone a lavoro nei campi o lungo il fiume che scorre placidamente come se nulla fosse, una bambina che guarda stranita l’obiettivo della macchina fotografica, una donna che allatta il suo bambino stando seduta per terra, un padre che accompagna a scuola il proprio figlio, giovani in motoretta, il funerale di un’anonima vittima di questa guerra infinita, accompagnata dalla disperazione dei congiunti. Mi ha colpito lo sguardo attonito, ammutolito, di chi non ha parole da dire, neppure di dolore, gli occhi sbarrati, di un uomo davanti al morto, che guarda lontano verso il nulla, perso in un sentimento indicibile, mentre intorno a lui tutto è morte e disperazione; e poi un artigiano intento al suo lavoro, una famiglia raccolta nell’ora del te, uomini in preghiera, bambini che giocano tra le macerie di una casa, ecc. Tutto il racconto di Torsello è fondato su questa dialettica tra cornice e quadro, cioè tra violenza e quotidianità bisognosa di pace, e a dar risalto a questo contrasto certamente contribuisce la scelta di ritrarre la realtà in bianco e nero, escludendo ogni altro colore.

Le ultime ventinove fotografie sono dedicate alla città di Muzaffarabad, che si trova nella parte del Kashmir sotto controllo pakistano. Qui la presenza di armati diventa meno invadente e più discreta, le scene di vita quotidiana non incorniciate dal controllo militare prevalgono: ragazzi che giocano, una donna con bambino in grembo,  un comizio di un leader dell’NSF (Federazione Nazionale degli Studenti), il volto di una donna nascosto dal burka, e poi ancora altre donne, bambini e bambine, ragazzi e ragazze -  ben tenuti separati - che studiano in una màdrasa improvvisata sotto una tenda. Uomini armati sono presenti, insorti o militari dell’esercito pakistano, ma quasi a tutela di questa umanità esposta al rischio, alla violenza altrui. Sicché si spiega bene che a Torsello sia stato negato dal governo indiano il visto per un futuro nuovo ingresso nella parte del Kashmir controllata dall’India, mentre il governo pakistano si è comportato con lui in ben altro modo, concedendogli il visto di ingresso nel Paese.

Insomma, la narrazione fotografica di Torsello mette in luce una lettura filopakistana della storia attuale del Kashmir, in cui il cattivo appare essere il colosso indiano e il buono il Pakistan musulmano. Se questo sia vero, cioè se il Pakistan sia dalla parte dei buoni e l’India da quella dei cattivi - e non invece, come credo, entrambi gli stati vittime-carnefici di una spaventosa lotta per la supremazia -, tutto questo io non posso verificarlo di persona, ma mi basta averlo notato nel racconto fotografico di Gabriele Torsello.

 

 

 

 

I Salesiani di Corigliano d’Otranto

 

Qualche giorno fa sono andato a trovare mio zio, che abita a Corigliano d’Otranto. Non lo vedevo da molto tempo, e quando stavo per congedarmi da lui, mi ha regalato un libro, - il libro dei Salesiani, ha detto -, raccomandandomene la lettura. Mi ha mostrato, sfogliandolo, una delle molte fotografie che corredano il volume, in cui è ritratto anche lui in gioventù, all’incirca verso il millenovecentocinquanta, mentre posa come calciatore della squadra di don Bosco. L’ho ringraziato e gli ho risposto che l’avrei letto volentieri, anche perché l’argomento mi riportava indietro di tanti anni, quando accompagnavo mia madre a Corigliano dai nonni e, siccome in casa mi annoiavo, i parenti mi spingevano ad andare all’Oratorio dei Salesiani, dove c’era sempre qualcosa da fare: una partita di biliardo, di calcio e cose di questo genere. Per la verità, all’Oratorio di Corigliano mi sentivo un po’ a disagio, perché, provenendo di Galatina, non conoscevo nessuno e nessuno mi considerava; allora preferivo andarmene al cinema pubblico - Cinema Italia o Supercinema, non ricordo più -, pagavo il biglietto, un po’ più costoso di quello che facevano pagare i Salesiani, e me ne stavo da solo, per un paio d’ore, nel buio della sala affumicata a guardare le immagini luminose che mi scorrevano davanti. Ma l’edificio monumentale dei Salesiani, scurito dal tempo, mi era familiare, perché vi lavorava mia zia, e io e mia sorella immancabilmente correvamo a trovarla quando si andava a Corigliano in orario di lavoro. Mia zia, immersa tra montagne di lenzuola fresche di bucato, da stirare e rammendare, senza smettere di lavorare, ci raccontava di tutto il ben di Dio che c’era nelle stalle e nei magazzini e nei campi, orti e frutteti dei Salesiani, tutta roba che il barone religiosissimo aveva donato tanto tempo prima, che lei non era ancora nata. Ancor oggi, se ci penso, l’edificio monumentale e scuro dei salesiani occupa il mio immaginario, come quel luogo dietro il quale si aprono giardini incantati, popolati di uccelli e altri animali domestici chiusi in ampie gabbie, galline e anatre e oche e conigli, cui era possibile dar da mangiare un ciuffo d’erba strappato da un’aiola di rose, di gladioli e di bocche di leone. Erano i primi anni settanta ed io avevo all’incirca una decina d’anni: ora non saprei dire se queste cose le ho viste davvero oppure le ho immaginate sulla scorta dei racconti di mia zia.

I libri che ci riportano a quell’età sono sempre graditi, ed è per questo che ho letto tutto d’un fiato il libro dei Salesiani – secondo la definizione di mio zio -; un libro di Giuseppe Orlando d’Urso, dal titolo Le strade del Signore sono ferrate, Corigliano d’Otranto 1901-2001. Significatività sociale dell’Opera Salesiana, stampato dalle Edizioni del Grifo nel 2001, per conto dell’Istituto Salesiano “Nicola Comi”.

Attraverso il ricordo commovente di un personaggio fittizio, il vecchio Teo, tanto vecchio da essere in grado di ricostruire per intero tutta la vicenda, d’Urso narra l’epopea dei Salesiani coriglianesi, che condizionò non poco la vita collettiva di questo paese.

Tutto ebbe inizio nel pomeriggio del 21 ottobre 1901, alle ore 15:36, quando alla stazione di Corigliano d’Otranto arrivò da Ivrea il ventottenne agronomo don Giovanni Battista Martina in qualità di direttore della nuova Casa Salesiana, accompagnato dal chierico, agronomo e insegnante Francesco Bonetti, dal geometra e agronomo Giuseppe Richeri e dal contadino Pietro Donato. Ad accoglierli trovarono l’arciprete don Salomone Fuso, a capo del clero del paese, che li guidò fino al palazzo del barone Mario Comi, figlio di Nicola, colui che aveva voluto fortemente, e finanziato lautamente, la dimora dei Salesiani a Corigliano, ed era morto troppo presto (1897) per vedere realizzato il suo progetto.

Chi erano questi quattro viaggiatori e che venivano a fare in una terra così lontana dal Piemonte? Si trattava di una piccola avanguardia di militi di don Bosco che discendeva l’Italia per sottrarre “i contadini miserabili al verbo socialista”. Nella Cronaca della Casa Salesiana di Corigliano d’Otranto, dattiloscritto anonimo (ma curato dai primi Salesiani) citato da d’Urso, si legge sotto la voce Movimento Socialista: “Guai se arriva il verbo socialista ad organizzare questi miserabili contadini. Dobbiamo essere noi cattolici chi li salva” (p. 26). Nello stesso torno di anni, infatti, in Terra d’Otranto andava diffondendosi “il verbo socialista”, con Carlo Mauro e Pietro Refolo - tanto per citare solo due esponenti della sinistra rivoluzionaria del primo novecento, di Galatina l’uno, di Maglie l’altro, le due cittadine intorno a cui orbitava Corigliano -, che organizzavano le leghe per la distribuzione della terre ai contadini. Se ne ritrova un’eco appena percettibile in coloro che, visitando il nuovo edificio già costruito per volontà del barone, hanno da dire la loro (in greco!) su quanto stava accadendo in paese e così sono ritratti dai cronisti salesiani: “… i prudenti del secolo, i saputelli, le mezzecalze, quelli che ci tengono, i quali entrano adagio, petulanti come se fossero in casa loro, ci guardano con occhio superiore, criticano scioccamente e fingono di non sperar nulla dall’Istituto, anzi ci guardano come intrusi. Sono i sobillatori e i sobillati. Si sentono mormorare in greco frasi come questa: “Meglio che il Barone avesse dato a noi un pezzo ciascuno di queste terre anziché introdurre queste novità”, ecc.” (cfr. la n. 10 p. 20). Così la Cronaca citata. In realtà, queste voci di dissenso – che in quel tempo non dovevano essere voci isolate - nel libro di d’Urso rimangono sullo sfondo, appena accennate, confinate in nota, perché ben altro è lo scopo del libro che non quello di una complessiva ricostruzione storica del periodo considerato. Lo scopo è quello di illustrare, come s’è detto, l’epopea dei Salesiani; di quel manipolo di uomini di buona volontà che con gran fatica – alleviata, certo, dalle continue ricche donazioni dei Comi - contribuì a sollevare le condizioni di vita del paese. Corigliano, alla fine dell’Ottocento, poteva essere portato come esempio di una questione meridionale irrisolta e difficilmente risolvibile senza l’intervento di un eroe epico venuto da lontano, almeno, così ci hanno sempre lasciato, e ci è sempre piaciuto credere.

Una delle prime cose che don Martina annota nel suo diario manoscritto intitolato Scampoli di cronaca a fior di penna e storia a vol di rondine, è che dietro l’edificio fatto edificare dal barone Nicola Comi “ci impressiona dolorosamente la troppo grande superficie donde emerge il sasso”: oltre sette ettari di terreno incolto e destinato al pascolo. Sono i cosiddetti cozzi de Corianu, contro cui saranno messi in opera picconi e mine per bonificare i campi e renderli fruttuosi. Ma soprattutto è la Cronaca a dire qual sia la realtà sociale di Corigliano dei primi del Novecento: “L’80% sono analfabeti. Non esiste istruzione agraria: si continua a zappare con zapponi dal manico corto da rompere la spina dorsale. Quanto al vitto si mangia pane nero con poche fave. Il vino: la domenica o, peggio, all’osteria. Raramente si mangia la carne…” (p. 26).

Pertanto, per fronteggiare questa situazione di forte arretratezza sociale, l’opera dei Salesiani si svilupperà in tre fondazioni:  l’Azienda agricola, la Scuola e l’Oratorio.

All’Azienda Agricola, che si avvaleva in gran parte del lavoro gratuito degli allievi apprendisti della Scuola, spettò la dura fatica della bonifica – memorabile, la “scoperta dell’acqua nel 1929 diede il via alla costruzione del primo pozzo artesiano del paese (p. 30) -, con sperimentazione di nuove colture come il mais, orzo, grano e avena, già conosciute, ma di cui si aumentano ora le rese con particolari tecniche agronomiche e con nuove macchine agricole.

In secondo luogo, fu fondata la Scuola Agraria Salesiana “Nicola Comi”, “poi trasformata in Scuola di Avviamento al lavoro di tipo agrario, nell’anno scolastico 1939-1940, per adeguarsi ai nuovi ordinamenti scolastici; così come seguendo l’evoluzione e la trasformazione delle norme vigenti all’epoca, nel 1962-1963, divenne scuola media privata, parificata, legalmente riconosciuta” (cfr. n. 32 di p. 84). La scuola agraria si prefiggeva di “formare esperti agricoltori”, come si legge nella Cartolina pubblicitaria di p. 22. Un esempio di integrazione scuola-lavoro ante litteram - con cui si risparmiava sulla manodopera dei salariati - che viene meno con la trasformazione in scuola media e, soprattutto a partire dal 1970, con lo smantellamento dell’azienda agricola: “… chiuse le stalle, aboliti i pollai, [fu] ridimensionata la produzione, iniziata la lottizzazione per la vendita di terreni per soddisfare una domanda esterna di espansione urbanistica e per riequilibrare il conto economico” (p. 119). In realtà, erano finiti i tempi in cui “uomini in tonaca … facevano i contadini” (p. 73), con risultati a volte apprezzabili, altre volte un po’ meno, a seconda delle annate, assicurate tuttavia dalla continua munificenza dei Comi, che dal 1924 sono anche famiglia di banchieri con la fondazione della Cassa Agricola. A costoro – ma l’idea è sempre di Nicola nel lontano 1896, un anno prima della morte – si deve “l’azione di implementazione e di completamento [dell’opera] con la successiva donazione in favore delle Suore” (p. 54), le Figlie di Maria Ausiliatrice - ben tenute separate da un alto muro dai locali dei Salesiani -, a cui fu affidato l’Asilo infantile il 6 gennaio 1933 (p. 88), secondo una divisione dei ruoli ben precisa che ha nel sesso il suo principio di individuazione: i maschi del paese potevano frequentare l’Oratorio dei Salesiani, mentre le ragazze aveva libero accesso nei locali delle suore.

Proprio l’Oratorio fu la terza novità introdotta dai Salesiani a Corigliano, presto imitata a Maglie per iniziativa del can. Giannuzzi, e a Galatina per iniziativa di don Salvatore Podo e don Mimì Zamboi, e in altre città del Salento (p. 76). L’Oratorio, cioè quell’insieme di attività ludiche che dovevano servire – com’è scritto nella Cronaca – a “dirizzare bene questi [coriglianesi]” (p. 66). Nasce così la Banda musicale, la Schola cantorum, la squadra di calcio, il giornalino, il teatro, e poi ancora il cinema, cui si poteva accedere pagando un biglietto il cui costo dipendeva dai bollini accumulati con la partecipazione ai “momenti formativi e religiosi” (p. 85) organizzati dai religiosi per il solo sesso maschile del paese.

La cosa cambiò solo coi primi fermenti degli anni settanta, quando assistiamo, anche a Corigliano, ad una per così dire riunificazione dei sessi: “Il 15 febbraio 1970 segnò una data storica, suggellando queste presenze miste, maschili e femminili…: fu rappresentata la commedia Isidoro hai preso un granchio” (p. 110).  Qualcuno gridò allo scandalo, ma poi la modernità ebbe la meglio.

D’Urso passa in rassegna tutti i direttori che si susseguirono fino al 2001 (noi citiamo solo don Vittorio Lacenere, direttore della Casa Salesiana nel 2001, che firma una introduzione dell’opera in esame, sottacendo per mancanza di spazio tutti gli altri e  rimandando all’elenco di p. 78), ognuno dei quali lasciò un’impronta nella gestione della Casa Salesiana, fino ai giorni della costituzione della Comunità Emmaus (22 marzo 1994), per il recupero del disagio sociale e dei tossicodipendenti, a cui i Salesiani danno un grande contributo, com’è nella loro tradizione (si ricordi che dal 1919 al 1925 il Collegio aveva ospitato fino a 78 orfani di guerra, e che questa attività di accoglienza era continuata anche dopo).

Alla fine il vecchio Teo – ve lo ricordate il personaggio fittizio che ricorda coi toni  commoventi dell’elegia questa lunga storia? -, prima di morire, “si chiedeva se le scelte dei baroni Comi fossero andate nella direzione ottimale o meno; se fosse stato meglio distribuire le terre ai contadini”, come richiesto da più parti cent’anni prima; e non trova di meglio che affidarsi alla volontà di Dio: “Ciò che non si può negare è che le strade del Signore sono ferrate”, il che vuol dire “che sulla strada ferrata delle moderne ferrovie sono giunti a Corigliano i Salesiani; ma significa anche ben solide” (p. 146), come sono le strade del Signore percorse dai religiosi venuti dal Piemonte. Così, in articulo mortis, Teo si affida umilmente a Dio, senza dare alcuna risposta che, dati i presupposti, non appaia scontata. D’Urso, d’altro canto, in conclusione, allude ad una sorta di conciliazione tra modernità e religione, ritenuta vincente perché avvenuta (e come poteva essere diversamente?) sotto la protezione di una famiglia di baroni-banchieri, considerati in effigie i numi tutelari della comunità.

Se questo sia vero, e non soltanto una ideologica risoluzione di ben altri problemi che nel corso di un secolo i cittadini di Corigliano si trovarono a affrontare (per esempio, quale ruolo giocarono i Salesiani durante il fascismo, quale nel più lungo periodo democristiano, quale peso ebbero le scelte dei Comi sulla fortissima emigrazione soprattutto del secondo dopoguerra, quali politiche furono messe in atto per fronteggiare il fenomeno della droga negli anni settanta e ottanta, ecc.?), soltanto un’auspicabile ricerca storica a tutto campo in futuro potrà dirlo. Ma per fare questo due toni dovranno essere evitati: quello elegiaco di Teo e quello epico di d’Urso. Solo allora sapremo come sono andate veramente le cose.

 

 

 

 

Che cosa nasconde il palazzo baronale

 

Gli Atti delle Giornate di Studio (24-25 maggio 2007) presso il Museo Provinciale Sigismondo Castromediano a Lecce sono ora raccolti nel ponderoso e solido volume Dal castello al palazzo baronale, col sottotitolo Residenze nobiliari nel Salento dal XVI al XVIII secolo, a cura di Vincenzo Cazzato e Vita Basile, con la collaborazione di Simonetta Politano, Mario Congedo Editore, Galatina, dicembre 2008, pp. 373. Già la robustezza della rilegatura, la copertina cartonata rigida, la carta symbol free life opaca da 150 gr., il formato 22 x 30, le innumerevoli fotografie a colori che accompagnano il testo, ci certificano che siamo davanti a un volume destinato a veicolare contenuti di notevole importanza, ad un pubblico vasto e tuttavia elitario, che comprende gli amanti di storia locale, gli studiosi d’arte, di architettura, di pittura, gli studiosi di storia sociale, delle istituzioni, gli urbanisti, e anche tutti coloro che, avendo programmato per questa primavera una serie di escursioni nei paesi della vecchia Terra d’Otranto, vogliano dotarsi di un guida specializzata nella descrizione di un gran numero di monumenti che questo libro ha il merito di studiare in maniera puntuale quanto con spirito divulgativo.

L’opera rientra a pieno titolo nel progetto, di cui è promotore Marcello Fagiolo, di un Atlante delle residenze nobiliari in Italia, che si prefigge “la messa a fuoco della residenza nobiliare nel contesto del rinnovamento urbano, in relazione alla trasformazione del gusto, alle strategie patrimoniali e rappresentative delle classi dirigenti e alle politiche di rinnovamento urbanistico promosse dai poteri centrali nelle capitali e nei principali centri italiani, in un’accezione cronologica che dalla Controriforma arriva alla metà del XVIII secolo, con possibili estensioni in relazione alle diverse realtà regionali” (p. 8). Come si vede, il progetto, già in corso d’opera – “dopo il primo volume su Stato Pontificio e Granducato di Toscana (a cura di M. Bevilacqua e M. L. Madonna, Roma, 2003) e il secondo volume sulla Italia settentrionale (a cura di M. Fagiolo, in corso di pubblicazione)” sarà pubblicato, scrive sempre Fagiolo a p. 10, un “terzo volume sull’Italia meridionale (a cura di M. Fagiolo) -, il progetto, dicevo, è ambizioso. Ambizioso e necessario, poiché richiama l’attenzione del lettore e dei pubblici amministratori sulla necessità di salvaguardare autentici monumenti della storia nazionale e locale, che hanno rischiato e rischiano ancora di andare in malora a causa della pubblica negligenza. Quanti palazzi, che un tempo furono centri temuti del potere, nel corso del secondo ottocento e del primo novecento sono stati adibiti a scuole, a uffici pubblici, quando non a magazzini per la raccolta e la lavorazione del tabacco e in taluni casi a recinti per greggi di pecore! Oggi questo non accade più, almeno non in un modo devastante come nel passato, ma bisogna sempre tenere alta la guardia! Un libro come questo contribuisce senza dubbio ad impedire “la messa in liquidazione”, come scrive Mario Cazzato (Spagnoli in Puglia: i Lopez y Royo e le loro residenze tra XVII e XIX secolo, pp. 206-217), “di una civiltà, ed è una fortuna che le carte superstiti ci consentano di ricostruirne o illuminarne qualche aspetto” (p. 214).

In effetti, tutti i contributi presenti (impossibile citarli tutti, sono venticinque, e annoierei il lettore) sono fondati sullo studio di documenti di archivio, sicché i risultati della ricerca nel loro complesso appaiono scientificamente ineccepibili. Semmai, il limite di questo tipo di pubblicazioni è altrove, e cioè nel veicolare una concezione della storia parziale ed elitaria, tal quale l’oggetto che si propone di studiare: il palazzo signorile come espressione e rappresentazione delle vecchie classi dirigenti. Il lettore apprende moltissime cose sul passaggio dal castello al palazzo baronale tra XVI e XVIII secolo, quando il venir meno del pericolo esterno (mamma, li Turchi!) stimolò la formazione di un nuovo stile di vita nelle élites, e pertanto fortezze, torri merlate, bastioni, feritoie, fossati lasciarono il posto a balconi, balaustre, giardini di delizie, portali, scalinate scenografiche, e una miriade di decorazioni minori; ma nulla apprende della vita quotidiana che avveniva intorno al palazzo, della fatica degli uomini, delle condizioni spesso inumane di miseria nelle quali versavano i contadini tra l’indifferenza quando non lo spregio delle poche famiglie che la rivoluzione francese solo in parte spazzò via fin nei più remoti angoli d’Europa. La vita della gente comune è la grande assente da questo tipo di narrazione storica, come ammette senza troppe reticenze Mina Chirico, Le residenze aristocratiche del borgo antico di Taranto (pp. 130-141) quando accenna alla “gente comune in basso, lontana e ignara di quanto e di cosa si decidesse in quelle stanze a dieci metri dal vivere quotidiano” (p. 137).

Il palazzo è in effetti la massima espressione del vivere more nobilium, separati dal popolo, poiché “abitare vuol dire dimostrare fino in fondo chi si è e con chi ci si schiera” (p. 299), come scrive Antonio Cassiano, Simboli e allegorie nei cicli pittorici (pp. 294-307), a proposito del programma pittorico del palazzo Castromediano di Cavallino. E, a pensarci bene, leggendo questo volume, si finisce con l’ignorare non solo quando avveniva intorno e al di fuori del palazzo, ma anche quale fosse la vera vita che si conduceva all’interno di esso. Che cosa realmente pensavano e quali erano i comportamenti e i sentimenti che animavano le azioni dei nobili, a prescindere da quanto andavano ostentando nelle magnifiche architettute delle loro dimore e nelle pubbliche comparse autocelebrative. Insomma, che cosa avveniva davvero tra le mura del palazzo nobiliare?

Siffatti pensieri mi baluginavano nella mente, mentre leggevo il libro sulle residenze dei nobili salentini. Allora, ho riaperto un libro a me molto caro, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (quarta parte), dove lo scrittore siciliano descrive il palazzo di Donnafugata (chi voglia farsene un’idea, veda l’omonimo film di Luchino Visconti): un “palazzo nel suo complesso inestricabile di foresterie vecchie e foresterie nuove, appartamenti di rappresentanza, cucine, cappelle, teatri, quadrerie, rimesse odorose di cuoi, scuderie, serre afose, passaggi, anditi, scalette, terrazzine e porticati, e soprattutto di una serie di appartamenti smessi e disabitati, abbandonati da decenni e che formavano un intrico labirintico e misterioso”; sicché giustificato appare il “piccolo compiacimento” con cui Don Fabrizio, principe di Salina, “… soleva dire che un palazzo di cui si conoscessero tutte le stanze non era degno di essere abitato”. Tomasi ci mostra due amanti, Tancredi e Angelica, che esplorano, accompagnati sempre da Eros, “il quasi illimitato edificio” di Donnafugata, in tutto simile, mutatis mutandis, ai palazzi di Terra d’Otranto (i palazzi degli Imperiale, le residenze della famiglia Perez Navarrete, il palazzo Marchesale di Montemesola, le residenze dei Lopez y Royo, dei Pignatelli, dei Basurto, dei Granafei, ecc., di cui si parla nei diversi studi del volume che qui si recensisce). A un certo punto, i due amanti penetrano in una zona assai recondita del palazzo e fanno due scoperte: la prima è un appartamento settecentesco dove in un armadio, tra le altre cose, rinvengono numerose fruste – e Tomasi ha cura di precisare che “dopo il Gattopardo, a dire il vero, la frusta sembrava essere l’oggetto più frequente a Donnafugata” -, utilizzate da qualche nobile avo dei Salina in indicibili pratiche erotico-sadiche inflitte ai propri sudditi; la seconda scoperta avviene in un appartamento più interno, dove a metà del Seicento  – man mano che ci si addentra nell’edificio, infatti, si va a ritroso nel tempo - un antenato del principe, “Giuseppe Corbera, duca di Salina, si fustigava solo, al cospetto del proprio Dio e del proprio feudo, e doveva sembrargli che le gocce del sangue suo andassero a piovere sulle terre per redimerle; nella sua pia esaltazione doveva sembrargli che solo mediante questo battesimo espiatorio esse divenissero realmente sue, sangue del suo sangue, carne della sua carne, come si dice”.

Forse nel nobile sadico e in quello sadomasochisto di cui scrive Tomasi vi è più verità storica che in cento trattati di storia delle élites o di storia sociale. Tomasi ci parla di un duro e sanguinoso dominio, esercitato sugli altri e su se stessi fino ad eccessi parossistici e indicibili, che hanno fatto la storia dell’Italia meridionale, e rimangono inscritti nelle mura di ogni palazzo nobiliare, al di là delle sue belle apparenze. Ebbene, vorrei che le immagini dei due avi di Don Fabrizio che ho ricordato fossero sempre presenti nella mente del lettore, quando utilizzerà il volume sulle residenze nobiliari come guida, di castello in castello, di palazzo in palazzo, nei cento e uno paesi di Terra d’Otranto che andrà a visitare. Ché, viceversa, se ci si limitasse al compiacimento estetico, che il libro inevitabilmente sollecita e promuove, si priverebbe dell’esatta comprensione di quanto la storia d’Italia, alla svolta controriformistica, non smette di significare dietro la facies di severi e marziali castelli divenuti magnifici e sontuosi palazzi, edificati per la “gioia di vivere” delle vecchie classi dirigenti salentine.


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