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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
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Programma Aprile 2022
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 2 PDF Stampa E-mail
Economia
Martedì 05 Luglio 2011 08:58

["Il Nuovo Quotidiano di Puglia" del 5 luglio 2011]


Le scelte politiche non aiutano la crescita del Sud

E’ impresa ardua capire come il Governo intenda agire per far ripartire la crescita economica in Italia. Assegnandosi come obiettivo prioritario la riduzione dell’indebitamento pubblico – da realizzare attraverso ulteriori compressioni della spesa pubblica – e non avendo a disposizione lo strumento della svalutazione competitiva per rendere più competitivi i prodotti italiani nei mercati internazionali, ci si affida alla speranza (giacché di questo si tratta) che le imprese riprendano a investire. In un clima di aspettative pessimistiche e di riduzione della domanda interna, si ritiene che la crescita degli investimenti passi attraverso misure di semplificazione dell’attività d’impresa. Occorre ricordare che il Consiglio dei Ministri si è già pronunciato, a riguardo, proponendo innanzitutto la revisione dell’art. 41 della Costituzione. In caso di definitiva approvazione, questo articolo verrà così scritto: “L’iniziativa e l’attività economica privata è libera ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato”.

La versione attuale è di non poco diversa: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Vengono meno – o potrebbero venir meno - due vincoli: la finalità sociale dell’attività imprenditoriale e il rispetto della dignità umana. La delibera del consiglio dei ministri sembra avere più valore simbolico che sostanziale e, tuttavia, essa si colloca nel contesto di un indirizzo di politica economica che assume che la ripresa della crescita economica in Italia possa realizzarsi a costo zero, con la sola modifica di alcune norme. Alcuni passi in questa direzione sono già stati compiuti, con la c.d. SCIA (Segnalazione Certificata d’Inizio Attività), e con la c.d. Comunicazione Unica, mediante la quale si unificano le quattro procedure necessarie per l’iscrizione al Registro delle Imprese, all’Agenzia delle Entrate, all’INPS e all’INAIL. Occorre precisare che questo indirizzo di politica economica si basa su un presupposto discutibile e delinea una strategia di crescita ancor più opinabile. Il presupposto. Se, da un lato, come messo in rilievo da un’ampia evidenza empirica, i costi e i tempi per fare impresa in Italia sono elevati rispetto alla media dei Paesi industrializzati, dall’altro, occorre considerare, come rilevato nell’ultimo Rapporto “Doing Business”, che costi e tempi per fare impresa in Italia sono aumentati nell’ultimo biennio. Cioè, sono aumentati proprio a decorrere dall’insediamento dell’attuale Governo. Con il che si può legittimamente affermare che le disposizioni per la libertà d’impresa non costituiscono un’accelerazione in questa direzione, semmai un recupero di quanto non si è fatto. E’ necessario precisare che, stando al “Doing Business”, per libertà d’impresa si intende un insieme di condizioni che rendono più facile l’avvio di una nuova attività o lo svolgimento di un’attività già in atto. Ci si riferisce, in particolare, alla facilità di registrazione della proprietà, all’accesso al credito, alle modalità per il pagamento delle imposte e la loro incidenza sul reddito prodotto, al rispetto dei contratti, all’efficienza delle norme che regolano la cessazione di un’attività e alla flessibilità del mercato del lavoro. In linea generale, si può affermare che un’ampia libertà d’impresa, concepita come minori doveri a carico dell’imprenditore, può comportare – e ha di fatto comportato – minori diritti per i lavoratori, e, in tal senso, non regge la tesi secondo la quale se le imprese godono di maggiore libertà ciò costituisce un beneficio collettivo. E’ significativo, in tal senso, l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro: si tratta, di fatto, di maggiore discrezionalità dell’impresa in contrasto con minori diritti assegnati ai propri dipendenti. Se, dunque, il presupposto sul quale reggono questi provvedimenti è discutibile, appare ancor più opinabile la prospettiva di politica economica che ne deriva. Con la massima schematizzazione, si può rilevare che la crescita economica è trainata o dai profitti (nel caso vengano reinvestiti) o dai consumi, in assenza di intervento pubblico e tralasciando le dinamiche del commercio internazionale. La linea perseguita dal Governo fa riferimento a un’ipotesi di ripresa dell’economia italiana per il tramite dell’aumento degli investimenti, a loro volta derivanti dalla maggiore numerosità delle imprese e/o dal maggiore incentivo alla produzione, per le imprese già esistenti, derivante dal minore onere burocratico. E’ evidente che un meccanismo di questo tipo può attivarsi solo a seguito di compressioni dei salari e dei costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, giacché, riducendosi i costi di produzione, gli utili delle imprese aumentano. Anche prescindendo dai costi sociali che un modello di sviluppo di questo tipo presuppone, è da rilevare che affinché il nesso profitti-investimenti possa attivarsi occorre che sussistano le seguenti condizioni. 1) L’aumento dei profitti non deve essere destinato in attività improduttive. L’attuale paradigma della ‘finanziarizzazione’ mostra, per contro, che le imprese tendono a destinare quote crescenti dei profitti per finalità diverse dagli investimenti produttivi: acquisto e vendita di titoli nei mercati azionari, ‘tesaurizzazione’, consumi ostentativi. Una indagine recente della Banca d’Italia mostra che l’incidenza delle attività finanziarie sul PIL, nel nostro Paese, è passato da circa il 7% del 2000 a circa il 9% del 2008. 2) L’aumento dei profitti deve tradursi in aumento degli investimenti in loco. Per contro, i massicci flussi di delocalizzazione industriale in atto mostrano che ciò accade di rado e che, quando accade, riguarda imprese di piccole dimensioni. Ma l’ineluttabile tendenza alla concentrazione industriale, anche su basi geografiche, e l’elevato tasso di ‘mortalità’ di queste imprese dovrebbero indurre a essere molto scettici circa la possibilità che le piccole e medie imprese possano contribuire in modo significativo alla ripresa della crescita in Italia e, ancor più, nel Mezzogiorno.


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