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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 4 PDF Stampa E-mail
Economia
Lunedì 11 Luglio 2011 15:55

Come contrastare l’economia sommersa?

 

[in “Micromega” online dell’11 luglio 2011. Di questi temi si discuterà al Convegno promosso dalla CGIL su “Ammortizzatori sociali ed economia sommersa. Più Welfare, meno illegalità nel lavoro” (Lecce, Sala Convegni Cassa Edile, 20 luglio 2011, ore 9.30)].


Le ultime rilevazioni ISTAT registrano che, a fronte di un modesto declino dell’incidenza del sommerso sul PIL nei primi anni duemila (dal 19.7% del 2001 al 17.2% del 2007), l’ultimo biennio è stato caratterizzato da un nuovo aumento delle attività irregolari, coinvolgendo oltre tre milioni di lavoratori. L’incidenza del lavoro nero sul PIL nel Sud è pari al 18.3%, a fronte dell’11.8% nel Centro-Nord. Non vi è dubbio che l’espansione dell’economia sommersa – non solo in Italia - costituisce un ulteriore esito della grande recessione, per almeno due ragioni.

In primo luogo, l’aumento della disoccupazione e il calo dei salari nei settori regolari dell’economia incentivano un numero crescente di individui a offrire le proprie prestazioni lavorative nel settore irregolare. In secondo luogo, la riduzione dei margini di profitto delle imprese può spingerle a collocarsi in segmenti irregolari del mercato, per garantirsi la sopravvivenza attraverso la compressione dei costi di produzione – e dei salari innanzitutto – in violazione della normativa vigente.
Gli indirizzi di politica economica messi in atto da questo Governo appaiono del tutto inadeguati e per molti aspetti inefficaci ai fini del contrasto del fenomeno.

Per quanto attiene alle politiche del lavoro, la legislazione vigente prevede misure meno punitive per chi esercita attività irregolari rispetto alla normativa che la ha preceduta [1]. Il Libro Unico del Lavoro, di cui al decreto-legge n. 112/2008, pone come primo obiettivo la ‘semplificazione’ dell’attività d’impresa, mediante due principali dispositivi [2]. In primo luogo, si esonerano le imprese dal tenere la documentazione necessaria a comprovare la regolarità delle assunzioni nel caso in cui esse abbiano più sedi operative, rendendo obbligatoria la disponibilità dei registri nella sola sede legale. In secondo luogo, si dispone che se un ispettore riscontra manodopera non regolare, ma se l’imprenditore “non mostra la volontà di occultarla”, non è possibile comminare una sanzione [3].

Si tratta di provvedimenti che rispondono, in ultima analisi, a un’impostazione tautologica e che, per le ragioni a seguire, appaiono sostanzialmente inefficaci. L’impianto è tautologico dal momento che, poiché il sommerso esiste perché esistono regole, la deregolamentazione dei contratti di lavoro ’regolarizza’ lavoro nero perché ope legis riduce le norme a tutela del lavoro dipendente [4].

Si tratta, inoltre, di provvedimenti di dubbia efficacia, dal momento che non incidono sulle cause strutturali del problema e in particolare non incidono sul tasso di disoccupazione che, come rilevato da numerosi studi teorici ed empirici, costituisce la variabile più significativamente correlata alla presenza di attività irregolari [5]. 

In più, si tratta di provvedimenti che spingono ulteriormente le imprese a competere mediante la compressione dei costi di produzione: strategia che si rivela del tutto inefficace per l’obiettivo del recupero della competitività sui mercati internazionali. A fronte dell’impulso dato alle politiche di precarizzazione del lavoro, della riduzione della quota dei salari sul PIL, e del progressivo depotenziamento del welfare state, il disavanzo delle partite correnti è passato dal pareggio del 1999 al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.

In alternativa, occorrerebbe potenziare il sistema di welfare (anche) con l’obiettivo di contrastare l’aumento del lavoro irregolare [6]. L’ampliamento delle ‘reti di protezione sociale’ può avere effetti positivi sull’emersione per l’attivarsi dei seguenti effetti [7].

1) L’erogazione si sussidi di disoccupazione accresce la domanda aggregata, dal momento che – a parità di investimenti – accresce il reddito disponibile e, dunque, i consumi. L’aumento della domanda aggregata accresce l’occupazione, e la crescita dell’occupazione può riguardare l’aumento (in parte o in toto) della domanda di lavoro regolare. [8] Il che, a sua volta, rafforza il potere contrattuale dei lavoratori, traducendosi in un aumento dei salari. Fermo restando il salario corrisposto nell’economia irregolare, ciò determina un aumento dei differenziali salariali nei due settori. L’aumento dei differenziali salariali e la riduzione del tasso di disoccupazione incentivano l’aumento dell’offerta di lavoro nel settore regolare.

2) L’aumento dei sussidi disincentiva l’offerta irregolare di lavoro dal momento che accresce il salario di riserva, ovvero il salario minimo al quale ciascun individuo è disposto a lavorare. Ciò consente di rendere più accurata l’attività di ricerca del lavoro e scoraggia la collocazione dei lavoratori nel settore irregolare. Si consideri che, soprattutto nel Mezzogiorno, le prime offerte di posti di lavoro che giungono agli inoccupati (anche con elevato grado di scolarizzazione) sono offerte con rapporti di lavoro irregolari. Beneficiando di indennità di disoccupazione, questi individui hanno maggiore possibilità di rifiutarle, potendo attendere occasioni di lavoro più coerenti con le loro competenze e soprattutto regolari.

Va rilevato che, a fronte dell’aumento dell’occupazione regolare per l’operare congiunto di questi due effetti, vi è da attendersi un aumento della base imponibile e, dunque, delle entrate fiscali.

A ciò occorre aggiungere che, in un contesto nel quale (e ciò vale soprattutto per il Mezzogiorno) la condizione di inoccupazione è sempre più associata all’erosione dei risparmi delle famiglie, l’aumento e l’estensione dei sussidi permette a coloro che entrano nel mercato del lavoro di disporre di un reddito aggiuntivo che può consentire di non attingere ai risparmi delle proprie famiglie, avendo un potere contrattuale superiore rispetto al caso in cui, come accade oggi, gli ammortizzatori sociali a beneficio delle giovani generazioni siano sostanzialmente assenti. Si osservi che questo effetto può agire come ulteriore disincentivo ad accettare posti di lavoro nell’economia irregolare, dal momento che a una maggiore disponibilità di risparmi familiari (cumulati ai sussidi) è associato un maggior salario di riserva. 

Per quanto attiene agli effetti dei sussidi sulla produttività del lavoro, la linea dipolicy qui proposta risiede su un meccanismo di tipo ‘smithiano’, così sintetizzabile. In quanto “la divisione del lavoro è limitata dall’ampiezza del mercato” e la divisione del lavoro accresce la produttività, l’aumento della spesa pubblica (qui sotto forma di estensione delle reti di protezione sociale) – proprio perché incide positivamente sull’”ampiezza del mercato” – esercita effetti positivi sulla produttività del lavoro e, dunque, sul tasso di crescita. [9]

È evidente che queste azioni possono essere poste in essere solo a condizione di un radicale ripensamento delle politiche di austerità oggi dominanti. Come ampiamente mostrato anche su questa rivista, vi sono ottime ragioni per farlo. L’irrazionalità delle politiche di compressione della spesa pubblica in regime di crisi è ormai palese, non soltanto perché l’obiettivo della stabilizzazione del rapporto debito pubblico/PIL non lo si riesce a raggiungere con politiche fiscali restrittive (anzi si allontana sempre più); non soltanto perché misure ‘draconiane’ di compressione della spesa producono riduzione dell’occupazione e dei salari, attivando spinte conflittuali la cui repressione è essa stessa costosa; ma anche perché favoriscono la collocazione di imprese e lavoratori in settori irregolari dell’economia, generando – anche per questo effetto – ulteriore riduzione del tasso di crescita.

NOTE

[1] Ci si riferisce, in particolare, allo strumento degli “indici di congruità” – di cui alla legislazione pugliese del 2006 poi recepita nella Legge Finanziaria 2007 - finalizzati a quantificare l’impiego ‘normale’ di forza-lavoro in relazione al fatturato aziendale, con interventi di sanzionamento per deviazioni significative da tali valori; strumento che ha dato esiti positivi laddove sperimentato.

[2] La linea della ‘semplificazione’ consiste essenzialmente nel ridurre i vincoli per l’esercizio della libertà d’impresa.

Occorre rilevare che se, da un lato, come messo in rilievo da un’ampia evidenza empirica, i costi e i tempi per fare impresa in Italia sono elevati rispetto alla media dei Paesi industrializzati, dall’altro, come rilevato nell’ultimo Rapporto “Doing Business”, costi e tempi per fare impresa in Italia sono aumentati nell’ultimo biennio. Cioè, sono aumentati proprio a decorrere dall’insediamento dell’attuale Governo. Con il che si può legittimamente affermare che le disposizioni per la libertà d’impresa non costituiscono un’accelerazione in questa direzione, semmai un recupero di quanto non si è fatto.

[3] A ciò si aggiunge la soppressione dell’obbligo di annotazione giornaliera delle presenze. 

[4] V. Giannola, A. (1998). Le imprese e lo sviluppo: problemi e prospettive nel Mezzogiorno, “Rassegna Economica”, 1, LXII, pp.11-48.

[5] Cfr. Lucifora, C. (2003). Economia sommersa e lavoro nero. Bologna: il Mulino.

[6] E’ opportuno precisare che, anche a prescindere dai possibili effetti positivi di tali misure sulle scelte di emersione, l’aumento dei sussidi di disoccupazione, e soprattutto la loro estensione a una platea più ampia di beneficiari, è, in qualche modo, un atto dovuto, se solo si considera che l’Italia è fra i Paesi industrializzati uno dei meno generosi nell’erogazione di ammortizzatori sociali, pure a fronte del fatto che – come certificato nell’ultimo rapporto OCSE - è il Paese che ha dato maggiore accelerazione alle politiche di precarizzazione del lavoro. Il considerare ‘autonome’ prestazioni di lavoro di fatto subordinate consente di evitare di pagare indennità in caso di non rinnovo del contratto a individui che sono stati di fatto licenziati, ma che per la normativa vigente – essendo appunto lavoratori autonomi – non sono stati licenziati, avendo liberamente negoziato con la controparte di non accettare alle condizioni date il rinnovo del contratto.

[7] Sul tema si rinvia a Valentini, (2007). Sussidio di disoccupazione, tassazione ed economia sommersa, “Rivista di Politica Economica”, vol.97 (2), pp.227-260 e a G. Forges Davanzati (2011), Sussidi di disoccupazione ed economia sommersa: un’analisi keynesiano-istituzionalista, “Studi e note di Economia”. Si esclude qui il caso della cumulazione del sussidio con reddito da lavoro nero, assumendo che l’erogazione di sussidi sia alla condizione di disponibilità ad accettare impieghi proposti da uffici competenti [ringrazio il prof. Marco Barbieri per aver attirato la mia attenzione su questo aspetto, come principale elemento di criticità della proposta qui formulata].

[8] L’effetto complessivo sull’aumento dell’occupazione regolare dipende essenzialmente dalla domanda che i consumatori esprimono nei confronti di beni e servizi prodotti da imprese regolari o non regolari. Sul tema, v. fra gli altri, da Kolm, A.S. and Larsen, B. (2003). Social norms, the informal sector and unemployment, “FinanzArchiv”, vol.59.

[9] Viene respinta, in questa sede, la convinzione diffusa stando alla quale l’erogazione di sussidi di disoccupazione scoraggia la ricerca di lavoro e incentiva i lavoratori occupati a erogare minore impegno, con conseguenti effetti negativi sul tasso di crescita. Si tratta di una convinzione che si basa su argomenti esclusivamente microeconomici (e che, dunque, non considerano gli effetti espansivi sulla domanda aggregata di politiche di aumento dei sussidi) e che, soprattutto, si fonda implicitamente sull’idea – molto discutibile – secondo la quale il lavoro è solo fonte di ‘disutilità’, così che, in assenza di adeguati incentivi, sarebbe razionale minimizzare il proprio rendimento. Per una critica a questo assioma, si rinvia, fra gli altri, a Sawyer, M. and Spencer, D. (2010). Labour supply, employment and unemployment in macroeconomics: A critical appraisal of orthodoxy and a heterodox alternative, “Review of Political Economy”, vol.22, n.2, pp.263-279.


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