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Dal fondo del cassetto 2 PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Domenica 04 Settembre 2011 16:17

[Racconto apparso su “Il Policordo”, rivista dell’Editore Capone, nuova serie 1, gennaio-marzo 1984, p. 55-56]

 

Antica saggezza

 

Se hai un nemico non ucciderlo.

Siediti sulla riva del fiume

e aspetta: un giorno vedrai passare

il suo cadavere.

(Proverbio cinese)

 

Mi chiamo Sun Yen ed anche oggi, seduto all’ombra di un vecchio salice, osservo lo Yang-tse. Le sorgenti non sono lontane e le acque scorrono limpide a poca distanza dai miei piedi, intrufolandosi tra i giunchi e seguendo le asperità del terreno. Insieme a me anche la natura si è svegliata.

La capre mormorano in un anfratto della capanna di giunchi perché vogliono essere munte. Le accontenterò più tardi, ora è il momento di aspettare.

Assorto studio il volo degli uccelli, assordato dal loro cinguettare, ma la mia è solo contemplazione di quella vita pulsante che si dipana tutt’intorno a me.

Un tempo fui un saggio e disquisivo con i miei pari delle somme questioni che assillano il cuore dell’uomo da quando il suo primo battito si è fatto sentire nel vuoto delle stelle.

 

I nostri erano gruppi elitari e naturale maturava il compiacimento nel prendere atto della venerazione di cui venivamo fatti oggetto da parte della popolazione gialla. La mia vita in quel periodo trascorreva nel fasto delle corti dietro l’ombra di grandi ventagli di carta dipinta.

Ricordo il vecchio Ku-wei e sua figlia Yo le cui mani delicate passavano intere giornate sulla superficie di un bonsai. Presto mi stancò il turbinare d’insensati giochi di sangue nelle corti del fiume giallo e allora caricai sulle spalle la saggezza ed indossai i calzari da viaggio. Visitai il paese dei fachiri e all’ombra delle sue pagode le melodie dei sitar imbiancarono le notti monsoniche.

Attraversai gli erti picchi del Tibet; poi mi apprestai a calcare le polverose strade dei regni degli uomini bianchi. Avanzavo sicuro di ogni mia cognizione ma nella marmorea Ellade incontrai Socrate che con parole suadenti mi convinse dell’inutilità del mio greve fardello. M’invitò a cercare me stesso e in quell’indagine l’essenza stessa del mio vivere.

Partii sconvolto ma con un peso in meno e tornai nella reggia del signore della guerra Ku-wei. La corte non era cambiata di molto: tutti un po’ più vecchi forse. Rividi Yo, i suoi teneri occhi azzurri, e mi accorsi che disponeva di nuovi bonsai.

I giorni passarono velocemente, densi di festeggiamenti, poi seppi che un nuovo elemento era a corte. Conobbi lo straniero dal carro di fuoco ed incontrandolo riconobbi nei suoi occhi una fredda alienità che di umano aveva solo la forma esteriore.

Mi guardò e seppi, forse ispirato da qualche oscuro demone, che aveva compreso ciò che sentivo.

Da quel momento musicisti sconosciuti intonarono con agili mani le prime note del mio requiem. Un subdolo odio si manifestò nei miei amici e pensai, a ragione, che lo straniero stesse manipolando le loro menti. Anche la piccola, dolce Yo non mi comprese più e le sue fragili mani parvero artigli di tigre. Fui bandito, Ku-wei in persona lo fece condannandomi a perenne ignominia. Mi ritirai, senza cuore e senza patria, alle fonti dello Yang-tse. Da allora il tempo è passato ed io curo le mie capre ed il piccolo orto, commerciando con alcuni contadini, e aspetto la nemesi dello straniero.

Ho visto uccelli metallici passare in cielo con rombo di tuono e ho pensato che fossero i draghi della leggenda.

L’evento si ripete continuamente ma io non ci faccio più caso.

Giù, nel villaggio, i vecchi contadini sono morti e le loro ossa riposano più a monte, disposte in fila, le une accanto alle altre. I loro figli sono saliti da me per prendere le mie mercanzie e poi ancora i figli dei loro figli in una processione che troppo spesso si esaurisce più a monte sotto la calda madre terra. Un giorno vennero su per la china seduti su di un carro senza cavalli che si muoveva sputando fumo. Sorrisi loro ed accarezzai quel bizzarro animale. Mi spiegarono insistentemente che era una macchina e che il mondo ne era pieno ma io li guardai bonariamente e continuai a sfiorare il dorso del piccolo drago senz’ali. Ora però basta pensare: il sole cala sull’orizzonte ed il lamento delle capre è diventato insopportabile per le mie orecchie.

Ritornerò domani ai miei pensieri.

Anche oggi, come sempre, il sole è salito a cavalcioni dell’orizzonte ed io, dopo aver curato laboriosamente le piante del mio orto, sono tornato nel punto usuale d’osservazione sgranocchiando una focaccia. La luce diurna gioca sulle acque traendone fantastici luccichii e gli uccelli cantano più allegramente quest’oggi. Uno scoiattolo viene a prendere dalla mia mano alcune briciole; poi corre squittendo nel bosco.

Sento che nuovi eventi si preparano.

Guardo l’orizzonte, poi uno sciacquio attira la mia attenzione e da un’insenatura del fiume vedo venire verso di me, galleggiando sul pelo dell’acqua, il cadavere del mio nemico. Guardo i suoi occhi e riscopro la fredda alienità che un tempo mi aveva spaventato. Le sue labbra si piegano in un sorriso che potrebbe sembrare beffardo ma che è di rassegnazione.

Non sono felice a quella vista, né sconvolto, la mia è solo la constatazione di un inevitabile evento.

Spingerò le mie capre più a valle per vedere il destino dei figli dell’uomo ma forse, un giorno, tornerò all’ombra di questo vecchio salice per guardare le limpide acque dello Yang-tse.

 

 



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