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Dal fondo del cassetto 5 PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Domenica 18 Settembre 2011 16:20

La rubrica “Dal fondo del cassetto”, generata dalla volontà e dalla curiosità di Gianluca Virgilio di recuperare da un probabilmente giusto oblio alcuni miei scritti giovanili (recensioni, racconti), pubblicati mentre ero liceale o cominciavo l’università, o infine scritti più recenti, può anche non limitarsi ad essere un contributo alla memoria dovuto solo alla sensibilità ed alla cortesia di una persona che manifesta naturalmente queste caratteristiche. Può essere anche un’occasione per fare qualche esperimento di natura letteraria. L’esempio è quello che segue questa nota iniziale.

Dal cassetto è emerso un racconto scritto nel 1984 (ero ancora liceale) e pubblicato l’anno dopo.  Frettolosamente potrei definirlo di “fantasy storica”. Il lettore vedrà. Nel rileggerlo, da un lato mi viene da criticarlo, anche in maniera non benevola, dall’altro penso debba essere lasciato com’è perché riguarda quel tempo ed è ormai fuori della mia pertinenza: è stato pubblicato e se ha gambe può camminare da solo, se deve farlo. Mi sono però chiesto – e questa è la motivazione che mi spinge a questa nota iniziale – come lo avrei potuto scrivere oggi. Devo ammettere che molto probabilmente non avrei riformulato la stessa storia, e che oggi mi sembra di trovarmi più a mio agio con la saggistica. La sfida al presente, però, è stata lanciata in una conversazione telefonica con Gianluca. I termini sono di mantenere l’essenza della storia e di rimanere, ragionevolmente, nei margini della lunghezza originaria.

L’esperimento è un modo per far vedere, come, indipendentemente dal contenuto, la composizione letteraria sia anche, talvolta soprattutto, musica e immagini. Il lettore paziente (ove ce ne sia qualcuno, naturalmente), nel leggere le due versioni dello stesso racconto, scritte a più di un quarto di secolo di distanza l’una dall’altra, potrà quindi valutare quale gracchi di più.

 

L’attesa

 

[Racconto pubblicato su SF..ere, Fanucci Editore, vol. 38, n° 3, 1985, p. 25-26].

 

1.

D’un tratto qualcosa ruppe l’immagine tremolante che la luna rifletteva sull’acqua del canale, verdastra per alghe e rifiuti.

Emerse una mano e s’aggrappò al marciapiede prospiciente; poi un’altra ed un corpo sottile, macilento, fasciato di stracci fradici s’erse all’asciutto. Una voce sibilante, remota, gridò un nome e dall’ombra venne avanti chi aspettava da molte ore, anche se non gliele importava molto. L’essere fece poggiare al suo piccolo corpo il nuotatore e lo portò per un calle umido, fino ad una porta bassa che apriva su di una stanza spoglia, o quasi.

Lì i due attesero il giorno.

 

2.

L’atmosfera del caffè, trasformato in birreria per necessità d’occupazione, era densa dei discorsi più vari che mettevano in risalto le caratteristiche gergali degli avventori.

Joseph von Chist era seduto in un angolo, solo, presso un tavolo accostato ad una finestra grande e luminosa: consumava la sua colazione.

Quella città non gli era mai piaciuta: estremamente umida, soffocante in estate, grigia in inverno. Gli aveva sempre fatto l’impressione di essere stata costruita con rifiuti e aveva un odore che a lui pareva lezzo. Non era mai stata viva se non cinque secoli prima, ma da allora l’aveva caratterizzata una lenta, inesorabile agonia, forse determinata dall’apatia degli abitanti, in estate nottambuli. Per questo aveva fatto da tempo richiesta di rientro in patria, o al massimo, se ciò non fosse stato possibile, di trasferimento in altra sede. L’ordine in merito era finalmente giunto, concretizzandosi nel migliore dei modi, e fra pochi giorni Joseph sarebbe partito. Nel frattempo non cercava amicizie, tarpando il suo naturale essere estroverso, per non dover lasciare ricordi dove non voleva che restassero.

Guardava quella gente alta e sottile che passava al di là della vetrata, e per contrasto pensava ai suoi campi ed ai loro coltivatori gioviali e vitali.

Fuori la pioggia bagnava le case grigie dai tetti di cotto, le pareti rosee del palazzo ducale, le ali dei piccioni di piazza San Marco, gli ombrelli o i capi dei passanti. La notte aveva lasciato di sé la nebbia e anche il sole attraverso essa pareva fioco, lontano, triste.

Allora da un porticato al di là della piazza venne avanti un uomo che attirò l’attenzione di Joseph. Era diverso da tutti gli altri, piccolo da sembrare un nano, i capelli arruffati, esposti all’acqua. Joseph von Chist seguì con lo sguardo il suo passo, che nella nebbia appariva quasi claudicante.

Qualcosa nei ragionamenti di Joseph mormorò che quell’omino avrebbe avuto a che fare con lui. Non si sbagliava.

Il nano, dopo un po’, entrò nella birreria e si diresse verso il tavolo di Joseph: sulle labbra aveva disegnato un ghigno innaturale.

“Siete il comandante del settimo reparto ussari della divisione di Venezia?” A dispetto della figura grottesca, la sua voce era ferma ed autoritaria.

“Si!” Disse Joseph tra un boccone e l’altro.

“Ho un amico”, continuò l’uomo, “che non ha dimenticato il massacro di Portorevio e vi chiama vigliacco e verme, e v’invita ad incontrarvi con lui per saldare gli antichi conti.”

Joseph von Chist interruppe la sua colazione. “Tu devi essere pazzo, uomo”, disse. “Non so di cosa tu stia parlando e non intendo incontrare questo tuo amico, che sarà ancora più pazzo di te. Capito? Allora vattene e non perdere tempo”.

“Sarò sul Canal Grande domattina, a questa stessa ora, con la mia gondola. Se non verrete, il mio amico vi troverà e morirete senza onore.” Detto questo il nano se ne andò.

 

3.

“Che scherzo stupido importunare in quel modo un ussaro di Sua Maestà!” Esclamò la baronessa von Reuvemayer, sorseggiando il suo aperitivo, a pranzo ultimato.

“Comunque il nostro tenente colonnello è roso dalla curiosità,” aggiunse il barone Otto. “Non è vero, Joseph? Credo che andrà, se non altro per questo; e poi nessuno dei miei ufficiali ha mai lasciato che il suo onore venisse infangato.”

“Oh, l’onore! Voi soldati non fate altro che parlarne e per questo vi uccidete anche senza ragione,” commentò un’amica della baronessa.

“Questo è anche vero,” fece von Chist, “ma…”

“Scusate se v’interrompo,” s’intromise il barone Otto; “ma vorrei portare Joseph nella sala d’armi a tirare un po’ di sciabola; l’allenamento servirà anche a lui.”

La sala d’armi era un salone ampio, con arazzi alle pareti, lunghe corsie tessute sul pavimento, rastrelliere colme di sciabole che attendevano d’essere usate. Dai finestroni si intravedeva la laguna placida, solcata da gondole lente. Qualcuno fuori cantava.

In guardia. Le sciabole cozzarono, ma non per molto.

Il barone Otto von Reuvemayer s’interruppe, lisciandosi i baffi stopposi con le dita guantate. Era un gesto che ripeteva spesso quando era nervoso o inquieto.

“Joseph, hai pensato che…”

“Potrebbero essere dei ribelli.”

“Sì, quelli che chiamano patrioti.”

“Ho chiesto in giro, questa mattina, ai nostri informatori: non ci sono movimenti di patrioti, né loro conoscono il nano.”

“Strano, non vedo allora cosa potrebbe essere.”

In guardia. Le sciabole cozzarono nuovamente. Parata di prima; parata di terza; affondo. Difesa. Difesa. Difesa. Contrattacco. Finta al braccio, al ginocchio, affondo al cuore.

“Ha parlato di Portorevio, vero?” Chiese il barone.

“Sì! Cosa è successo lì?”

“È stato quasi due anni fa, prima che tu arrivassi: allora a capo del settimo reparto vi era Heinrich Krauss. Ebbi notizia di una riunione di ribelli a Portorevio, un villaggio vicino a Chioggia, e mandai Krauss con i suoi ussari ad arrestarli. Ci fu uno scontro a fuoco e nessuno dei ribelli si salvò: anche Portorevio bruciò.”

“Dov’è ora Krauss?”

“È stato ucciso in duello, alcuni mesi dopo essere stato trasferito prima del tuo arrivo.”

“Forse hanno sbagliato e credono che io sia lui.”

“È probabile. Vuoi che domattina mandi qualcuno a seguirti?”

“Non credo ci sia bisogno. Se si tratta solamente di questo, sbrigherò la faccenda da solo.”

Quando von Chist salutò, uscendo dal palazzo del barone von Reutemayer, colei che prima aveva parlato delle complicazioni del senso dell’onore attirò la sua attenzione.

“Tenente colonnello von Chist,” disse, “non andate con il nano, domani: ho uno strano presentimento su di voi.”

“Non preoccupativi!” Si congedò l’ussaro. “Non preoccupativi!”

 

4.

Anche quel mattino v’era la nebbia, ed in essa la città galleggiava, plumbea. Passò la ronda con il suo passo ritmico, sempre uguale, ed i soldati scattarono sull’attenti quando videro Joseph von Chist che attendeva, guardando scorrere l’acqua del Canal Grande.

Quando l’orologio della torre segnò l’ora prestabilita, nella nebbia, sul canale, avanzò la gondola del nano, spettrale nel suo dondolare.

“Siete venuto, allora!” Disse il nano, accostando.

Von Chist salì sulla gondola. “Andiamo da questo tuo amico, voglio proprio conoscerlo.”

“Anche lui è impaziente.”

Il nano spinse con il suo remo e portò la gondola al centro del canale, risalendolo. Joseph si guardò intorno e non vide altre forme ricurve seguire la corrente. Erano soli sul canale. Le sue mani accarezzarono la sciabola da cavalleria e una pistola posta sotto la giubba. Così si sentiva più sicuro: poteva difendersi meglio.

Intanto il suo gondoliere cantava, in un dialetto sconosciuto a Joseph, quella che poteva essere una nenia funebre o che ricordava un canto di morte spagnolo.

Giunsero ad un pilone d’attracco e lì la gondola fu legata. Scesero entrambi sul marciapiede e Joseph, pervaso da un sottile senso d’inquietudine, seguì il gondoliere per un calle oscuro, fino a quando una voce sibilante, remota, lo impietrì.

“Finalmente ci rincontriamo, capitano Heinrich Krauss.”

Il nuotatore credeva di avere raggiunto la propria vittima.

Joseph von Chist si voltò e si accorse che il barone Otto von Reuvemayer aveva ragione: a Portorevio non si era salvato nessuno dei patrioti.

Il nuotatore era poco discosto da lui, gli occhi rossi e gonfi, quasi avesse pianto a lungo. Pezzi penduli e putridi di carne si staccavano dal suo scheletro, a malapena retti dagli stracci ammuffiti che fasciavano il suo corpo.

“Non sono Heinrich Krauss, sono il tenente colonnello Joseph von Chist.”

“È vero.” Disse il nuotatore, scrutandolo meglio; poi, rivolto al gondoliere aggiunse: “mi hai ingannato. Perché, perché?”

Il gondoliere fu impassibile.

“Mi hai detto di chiamare il comandante del settimo reparto ussari stanziato a Venezia, e io l’ho fatto. Non è colpa mia se non è quello che cerchi.”

Joseph allora rise, di gusto.

“Heinrich Krauss è morto due anni fa, in duello, e anche tu ne saresti venuto a conoscenza se non fossi stato così accecato dal desiderio di vendetta. Sì, perché, qualora non sapessi neanche questo, anche tu sei morto nel rogo di Portorevio. La tua carne è bruciata e imputridisce, lentamente, ma imputridisce. Guarda i fori che t’infersero le pallottole, ora sono popolati da vermi e non gettano più sangue perché non ne hai più. Rendi completamente la tua anima a chi te la diede e smetti di riversare il tuo odio fra i viventi, ve n’è già abbastanza.” Disse e si allontanò, voltandogli le spalle.

“Ridi quanto ti pare, ora. Sì, ridi, perché anche tu,” gli gridò il nuotatore, “anche tu sarai un giorno come me.” E la sua carcassa inerte colpì il marciapiede.

“Dipende,” disse Joseph, stringendosi nelle spalle, “dipende se andrò all’inferno o in paradiso.”

 

 

 

L’attesa – versione del 2011

 

La neve accoglie il silenzio e sembra sospendere il tempo a guardarla dal vetro della finestra coprire foglie rossastre, case, la china delle alture, tutto quanto è d’intorno. Spinge – la neve – l’animo alla pace quando si può stare nella Stube che è accogliente e calda, piena d’odori d’arrosto e di castagne, e del chiacchiericcio della gente della valle. Parlano oggi del soldato Konrad e con il soldato Konrad: è venuto a portare l’ordine di rientro a Venezia per von Chist ed i pochi soldati che viaggiano con lui. Dell’ordine che il messo porta alla gente di qua non interessa. Konrad è solo una fonte di notizie del mondo fuori dalla valle. E poi hanno visto poco von Chist ad Artholz Mittal. S’è mosso tra le terme di Bad Salomonsbrunn ed il castello di Henfler, quasi lasciando intendere che sia quello che s’addice al rango. Cosa faccia qui nella valle non so – credo, però, che i suoi affari siano militari: i suoi soldati prendono misure geografiche e ascoltano intorno. Così avevano saputo dell’arrivo di un altro viaggiatore ed avevo da poco trovato il mio posto in questo tavolo accanto alla finestra, uno spazio dove portare le mie carte e scrivere come faccio ora, che lo vidi occupare la porta d’ingresso ed avanzare con gli alamari del dolman allacciati, con l’orgoglio dell’ussaro accolto intorno da diffidente silenzio. Parlammo all’inizio delle conoscenze comuni viennesi, di tutte le volte che m’aveva incontrato nel palazzo di famiglia lungo il Ring, dei discorsi sulla diplomazia e la storia dell’impero che facevo con suo padre. Poi mi cominciò a raccontare del suo servizio lontano da Vienna e la conversazione continuò il giorno dopo e quello successivo, una volta camminando al mattino nella neve, l’altra di sera, seduti al caldo nella Stube.

 

Veniva da Graz dove si era fatto trasferire da Venezia, il suo primo incarico, già tenente colonnello per volere ed influenza paterna. Aveva detto che all’inizio quella città non gli era piaciuta. L’aveva trovata umida (com’è ovvio), soffocante in estate, grigia in inverno. Gli aveva fatto l’impressione di essere stata costruita sui rifiuti e aveva un odore che a lui pareva lezzo. Non credeva fosse mai stata viva se non cinque secoli prima, un corpo in agonia, lenta, forse determinata dalla decadenza degli abitanti. Poi, mi disse, s’era ricreduto. A Graz aveva letto storie della repubblica marinara, aveva seguito le memorie di Casanova, ascoltato la musica del prete rosso. Tutte cose che prima s’era rifiutato di fare. Quei palazzi esili in bilico, pronti a cadere nell’acqua ma riottosi a farlo, le case aggruppate, quasi a sorreggersi le une alle altre nell’esiguità dello spazio sottratto all’acqua della laguna dalla paura di chi, fondando la città, vi aveva trovato rifugio, ritornavano spesso in mente, immagini scorrelate nella memoria. Non era nostalgia in senso proprio. Era una luce diversa, un apprezzamento tardivo, direi. Le letture avevano dato forma alla magia delle calli e dei canali. Il dondolio delle gondole accompagnava i ricordi.

In realtà credo che la prima impressione di Venezia fosse stata determinata dal dover star vicino a chi comandava sulla laguna: il barone Otto von Reuvemayer. Lo avevo incontrato qualche volta a Vienna in occasioni mondane: un concerto, un salotto, perfino un caffè una volta. Sapevo delle sue ossessioni, delle sue paure, delle sue insicurezze, ma anche dell’intelligenza e di slanci di generosità. Sapevo di una certa qual arroganza e dell’essere sostanzialmente irrispettoso. Sapevo poco d’altro, dettagli, ma quello mi bastava per pensare che von Chist era fuggito dalla tensione che il suo comandante gettava intorno. Ora sarebbe tornato a Venezia e non l’avrebbe trovato perché era ritornato a Vienna dopo che essere fuggito a quello che pareva essere stato un tentativo di attentato, solo, su di una gondola senza rematore, dove l’avevano trovato spaurito mentre la corrente lo portava verso Torcello – così aveva raccontato il soldato Konrad. A Vienna nemici ossequiosi l’avrebbero attaccato, immaginai – politica: alti picchi e basso lezzo. Aveva artigli robusti, però, ma anche una certa viltà. Di sicuro la moglie lo avrebbe aiutato – era furba la baronessa. Trent’anni accanto a quel marito avevano affinato l’istinto. A Venezia intanto si parlava di ribelli – sempre seguendo il racconto di Konrad – e gli ufficiali che erano stati a contatto con loro erano stati richiamati.

Al barone von Chist si referì solo quando la nostra discussione deviò sulle attività di polizia nel territorio – e allora nulla sapevamo del destino di von Reuvemayer.  Ribelli si diceva tra i soldati, patrioti era la parola usata dall’altra gente. Genericamente von Chist sosteneva il diritto austriaco ad avere un impero. Né mi pareva ricordare che anche i francesi pensavano pressappoco così prima di Waterloo. A me sembrava – gli dissi – il continuo ripetersi del tentativo degli uni di sopraffare gli altri, la lotta nel branco e tra branchi, una continua ordalia per il potere – più che altro per la sola sensazione d’averlo, sia pur friabile, evanescente – nell’illusione che non passi la vita, nella dimenticanza che forse ciò che val solo la pena è viverla in maniera serena. Parlammo di questo mentre avanzavamo nella neve, con gli stivali che lasciavano tracce del nostro vagare al freddo secco, sotto un cielo chiaro. Un’aquila volava in cerchio alta nel cielo: solenne faceva diventare il momento caduco.

Ritornò sulla questione la sera successiva. Eravamo nella Stube, al tavolo che ormai lasciavano per me, io con le mie carte e un po’ di libri, von Chist con gli alamari.

Mi disse di una discussione che aveva avuto con von Reuvemayer dopo una cena nel suo palazzo, dopo aver conversato con le dame del salotto della baronessa. Il barone gli aveva parlato di Porto Revio: poche casupole con un nome collettivo, intorno ad un pontile per barche da laguna, dopo Chioggia. Il fatto era avvenuto prima dell’arrivo di von Chist a Venezia. Si era saputo – agenti militari erano sparsi per tutto il territorio e c’era sempre qualcuno che vendeva la propria dignità per pochi denari – che ci sarebbe stata una riunione sediziosa a Porto Revio. Coinvolta sembrava esserci gente varia, comune era l’avversione alla presenza austriaca. Il barone aveva mandato un plotone comandato dal capitano Heirich Krauss. C’era stato un incidente ed era seguita una sparatoria: i partecipanti alla riunione erano morti, tutti. I corpi erano stati buttati nella laguna. I soldati erano rientrati tutti in caserma. Porto Revio era bruciato, tutto, anche il pontile. Solo cenere c’era ormai laggiù. Sembrava un episodio come tanti altri, pensava von Chist, ma quella sera lo lasciò perplesso l’insistenza di von Reuvemayer sull’incidente che aveva determinato la sparatoria. “Krauss non poteva fare altro che ordinare il fuoco, null’altro. E io avrei voluto quegli uomini vivi, per processarli e mostrarli ai veneziani. E mi dispiace che del coinvolgimento di donne e bambini. Però Krauss non poteva fare altro e il racconto s’è sparso tra la gente, ognuno ad aggiungere i suoi particolari. Ora la gente ha più paura. L’ordine, così imponiamo l’ordine.” Pare avesse detto il barone. Krauss era stato promosso e mandato a Buda. Quando von Chist era giunto a Venezia, Krauss era già morto a Buda in un inutile duello per una storia sentimentale altrettanto inutile.

Pian piano, andando avanti nella conversazione, convergemmo sull’idea che forse il barone quell’incidente che scatenò la mattanza l’aveva sperato o perfino organizzato. Intanto, fuori dai vetri della finestra la luna illuminava la neve ed il bosco accoglieva il verso alto di un gufo.

Era riluttante von Chist ma il pensiero doveva averlo colto subito la sera che sentì il racconto del barone. Furono la voce, i gesti, lo sguardo che lasciarono una traccia che si ripresentò la notte nel sonno. Mi disse che aveva dormito male quella sera, forse il vino, il cibo pesante. Non sapeva. Nella memoria aveva solo la conversazione con il barone e il sogno di quella notte che ancora lo seguiva e pareva confondersi con quello che pensava fosse la realtà. Raccontò che si vide seduto al Florian vicino ad una finestra, a guardare la piazza dal vetro, pasticcini innanzi, un bicchiere, una zuppa bollente. Fuori era umido e c’era la nebbia. Dalla foschia avanzò un uomo piccolo, molto piccolo, quasi affetto da nanismo, con la testa grossa i capelli neri arruffati, di mezza età. Lo guardò caracollare col petto in fuori e nel sogno si figurò che era per lui che entrava nel caffè, così non si sorprese quando lo vide innanzi al tavolo e non dovette neanche alzare la testa per guardarlo negli occhi. “Voi siete il comandante del settimo reparto ussari della divisione di Venezia.” Non era una domanda. “Ho un amico”, continuò l’uomo, “che non ha dimenticato il massacro di Portorevio e vi chiama vigliacco e verme, e v’invita ad incontrarvi con lui perché i conti si saldano.” E gli gettò un fazzoletto bruciacchiato sulla giubba. “Domani vi aspetterò a quest’ora alla darsena della piazza a questa stessa ora. Se non verrete, il mio amico vi troverà e morirete senza onore.”

Il racconto di von Chist aveva qui una discontinuità. Si rivide sulla gondola dell’uomo piccolo, stringendo nel pugno guantato l’elsa della sciabola. Sentiva nel sogno, mi disse, d’avere sotto la giubba due pistole. E questo gli dava un senso di sicurezza. Attraccarono da qualche parte – ricordava solo di vedersi seguire il gondoliere lungo un calle scuro fino ad una porta umida che dava su un cortile oppresso da un tanfo acuto di marciume. L’uomo che lo aspettava venne avanti col suo disfacimento: von Chist vide un corpo coperto di stracci, con gli occhi rossi e gonfi, quasi avesse pianto a lungo. Pezzi penduli e putridi di carne spuntavano tra gli stracci. L’uomo s’avvicinò a von Chist e quasi lo annusò, poi si rivolse al gondoliere. Tirò su col naso. “Non è Krauss.” Disse. “Chi hai fatto venire?” L’uomo piccolo lo guardò beffardo, quasi arrogante. “Hai chiesto il comandante del settimo reparto ussari della divisione di Venezia. Quello ti ho portato.”

“Krauss è morto due anni fa.” Intervenne von Chist. “Anche tu sei morto ed è la vendetta che ti fa camminare e non ti accorgi dei buchi di pallottole sul corpo e del sangue che non esce più. Cerca pace e rendi l’anima.” Arretrò e uscì dal cortile. “Anche tu sarai come me un giorno.” L’urlo lo rincorse. “Dipende,” si disse von Chist, “dipende se andrò all’inferno o in paradiso.” Poi si svegliò sudato, le lenzuola arruffate alle coperte, il sole che saliva lento sulla laguna, le grida dei gondolieri che riempivano l’aria.

“Un sogno … articolato, pittoresco, ma sempre un sogno: uno spiraglio nell’animo, o forse solo la costruzione di una storia nella mente, come una favola.” Commentai così.

Ora il soldato Konrad esce dalla stanza per andare a rintracciare von Chist e portare gli ordini. I saluti che lo accompagnano distraggono i ricordi e la scrittura. Lisa mi porta una zuppa calda bofonchiando che penso sempre a scrivere e non a mangiare.

È passato un altro giorno. Il gruppo di von Chist è partito questa mattina. “Verrò a Venezia tra qualche tempo,” gli ho detto. “Nel frattempo bisogna ricordarsi che i sogni sono fugaci all’alba.” “È vero,” ha aggiunto von Chist, “ma in tasca quella mattina trovai questo, e non so come mai sia finito lì, e da allora lo porto con me e non riesco a dimenticare il sogno.” Ha tirato fuori un fazzoletto bruciacchiato. “Tenetelo,” mi ha detto. “Tenetelo.” Non abbiamo parlato oltre.


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