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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 11 PDF Stampa E-mail
Economia
Giovedì 06 Ottobre 2011 11:53

A costo zero: riscrivere la legge Biagi!

 

[nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” del 6 ottobre 2011 col titolo Così la crescita viene bloccata dalla precarietà]

 

Nel dibattito sulla crisi in corso, con particolare riferimento al caso italiano, sembra che si sia raggiunto un sostanziale accordo sul fatto che il principale problema dell’economia italiana non è tanto l’elevato volume del debito pubblico, quanto soprattutto la bassa crescita economica. L’orientamento dominante fa propria la convinzione che occorra coniugare rigore di bilancio e misure che incentivino consumi e investimenti. Il che significa ipotizzare una linea di politica economica che – con un tratto di penna e senza oneri per la finanza pubblica – faccia aumentare il PIL. Un equilibrio molto difficile da mantenere, ma in merito al quale si possono porre alcune considerazioni.

Poiché gli investimenti dipendono in larghissima misura dalle aspettative imprenditoriali, è piuttosto difficile immaginare interventi di politica economica che, per soli effetti di annuncio, ne producano l’aumento. Appare, dunque, più efficace, quantomeno nel breve periodo, provare ad agire sui consumi.

Su questo aspetto, si può partire dalla constatazione stando alla quale la bassa crescita dell’economia italiana è in larga misura imputabile alla modesta dinamica della spesa delle famiglie, a sua volta connessa al basso livello dei salari (e alla loro continua riduzione). Si osservi che questo non è un accidente prodotto dalla crisi in corso. Il Fondo Monetario Internazionale stima che, negli ultimi dieci anni, il tasso di crescita in Italia si è assestato a un modesto 2.43% e che il PIL pro-capite resta ai livelli del 1998, a fronte di una crescita media nell’eurozona di oltre 10 punti percentuali superiore nel periodo considerato.

Con riferimento ai salari, l’OCSE registra che lo stipendio netto di un lavoratore italiano è di circa 1.300 euro al mese, a fronte dei 2.800 euro al mese di un suo collega inglese. Il salario medio di un lavoratore tedesco è di circa il 24% superiore a quello di un lavoratore italiano e quello di un francese di quasi il 18%. Fra i 30 Paesi industrializzati presi in considerazione, l’Italia si colloca al 23esimo posto per livello medio delle retribuzioni, seguita da Portogallo, Turchia, Repubblica Ceca, Messico, Slovacchia e Ungheria.

Le misure di precarizzazione del lavoro spiegano parte del problema, e non vi è dubbio – come peraltro evidenziato dall’OCSE, nel Rapporto Growing unequal del 2008 – che la riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori (EPL) ha significativamente contribuito alla riduzione della quota dei salari sul prodotto interno lordo, contribuendo a ridurre il tasso di crescita e l’occupazione. Ciò a ragione di due circostanze.

1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Se un’impresa può ottenere profitti mediante l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro, e, dunque, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo, difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e, di conseguenza, l’ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro dipendente. In più, in assetti produttivi nei quali la produzione è il risultato della cooperazione fra lavoratori all’interno di un team, la produttività del lavoro dipende in modo significativo dal grado di cooperazione fra lavoratori, che, a sua volta, si traduce nel passaggio di informazioni e, più in generale, nella loro attitudine alla reciprocità. In condizioni nelle quali è elevato il grado di incertezza in ordine al rinnovo del contratto di lavoro, è ragionevole ritenere che la cooperazione fra lavoratori si riduca. In tal senso, la ‘flessibilità’ contrattuale tende a promuovere la competizione (o il conflitto) fra lavoratori, riducendo la produttività del team.

2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di contratti a tempo determinato accresce, infatti, l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi oggi per far fronte all’eventualità di dover consumare domani senza reddito da lavoro. Contestualmente, per l’operare di ciò che viene definito ‘effetto di disciplina’, la minaccia di licenziamento accresce l’intensità del lavoro. Il corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di consumo in calo; dall’altro, possono produrre quantità maggiori di beni e servizi con un numero inferiore di lavoratori. L’esito inevitabile è il licenziamento o la non assunzione.

Si osservi anche che la somministrazione di contratti a tempo indeterminato consente la crescita della domanda anche per il tramite della maggiore solvibilità dei lavoratori e, dunque, del più semplice accesso a finanziamenti bancari. E’ del tutto ragionevole ipotizzare un effetto positivo, in primis, sulla domanda di abitazioni e, a seguire, sull’indotto in quel mercato.

Se si intende far riprendere la crescita economica in Italia senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica, non si dovrebbe escludere ciò che l’evidenza teorica ed empirica suggerisce e trarne le dovute conseguenze. Riscrivere la legge 30/2003 (la cosiddetta Legge Biagi) è appunto un’operazione a costo zero.

 

 


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