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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 12 PDF Stampa E-mail
Economia
Lunedì 17 Ottobre 2011 13:19

La grande farsa della lotta all'evasione

 

[nel "Nuovo Quotidiano di Puglia" del 16 ottobre 2011]

 

Le misure di austerità – riduzione della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale – sebbene volute dall’Unione Europea stanno generando, in particolare per l’Italia, gli effetti perversi che molti economisti si attendevano. In assenza di crescita dei consumi, impossibile data la continua riduzione dei salari e dell’occupazione, e in assenza di crescita degli investimenti, date le aspettative pessimistiche degli imprenditori, la riduzione della spesa pubblica non può generare altri effetti se non ulteriore riduzione del PIL. Si può osservare che le aspettative degli imprenditori sono rese sempre più pessimistiche da un contesto politico, particolarmente quello italiano, che non assicura stabilità istituzionale, né fornisce prospettive ragionevoli e credibili in ordine a possibili misure per la crescita. Si genera, così, una spirale perversa per la quale quanto più si riducono le retribuzioni e l’occupazione, tanto minori sono le entrate fiscali, e – per cercare di non accrescere l’indebitamento pubblico – tanto più il Governo deve ridurre la spesa e/o aumentare la pressione fiscale. Ed è quanto le recenti manovre finanziarie hanno fatto, generando l’effetto (apparentemente) paradossale di far crescere l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL a fronte di politiche fiscali restrittive. Su fonte Banca d’Italia, si registra un aumento di questo rapporto, dal 2010 al 2011, pari al 2.5%.

Il dogma secondo il quale il problema dell’economia italiana consiste nell’elevato debito pubblico in rapporto al PIL resta tale, e sta a giustificare queste politiche. Si badi che si tratta di un dogma, nel senso che non vi è alcuna dimostrazione teorica o empirica che quantifichi, in modo inoppugnabile, il limite oltre il quale l’indebitamento di uno Stato diventa insostenibile.

Le reiterate invocazioni di molti economisti a perseguire una strada diversa, potenziando semmai le politiche di sostegno dei redditi non riescono a persuadere i responsabili della politica economica europea a cambiare passo. Anche perché (e ci si riferisce alla Germania) non vi è alcuna convenienza a farlo: un eventuale aumento della spesa pubblica nei Paesi periferici del continente (i c.d. PIIGS) avrebbe come effetto un aumento del tasso di cambio e, dunque, la riduzione della competitività delle imprese europee (e tedesche in particolare) nei mercati internazionali. Per un’economia come quella tedesca trainata appunto dalle esportazioni, è esattamente ciò che non può essere auspicato.

In questo scenario, la ripresa della crescita dell’economia italiana – attualmente di poco superiore allo 0% - dovrebbe passare per il contrasto all’evasione fiscale e il conseguente utilizzo di quelle risorse per politiche di redistribuzione del reddito. Le ultime stime sull’evasione fiscali – ovviamente opinabili, in quanto stime di un fenomeno sommerso – fanno riferimento a circa 270 miliardi di base imponibile evasa e di circa 120 miliardi di imposte non pagate. Per meglio comprendere l’entità del fenomeno, si consideri che questi importi sono superiori al 20% del PIL, e che la spesa sanitaria nazionale ammonta a 100 miliardi di euro. A ciò si può aggiungere che l’incidenza dell’evasione fiscale in Italia è la più alta fra i Paesi OCSE, seguita soltanto dalla Grecia, che Francia e Germania sperimentano un’incidenza dell’evasione inferiore al 12%.

Nel recente passato, la linea dominante faceva riferimento a una tesi, già sperimentata senza successo negli Stati Uniti dei primi anni ottanta, stando alla quale la riduzione delle aliquote di imposta incentiva il pagamento delle tasse. Al di là degli aspetti tecnici della questione, va rilevato che la filosofia che ispirava questi provvedimenti si fondava (e si fonda) sulla convinzione che se lo Stato “mette le mani nel portafogli” dei contribuenti commette un furto.

Si tratta di una linea oggi impraticabile, dal momento che è semmai l’aumento della pressione fiscale ciò che ci viene chiesto di fare. Il Governo non ha individuato altre misure se non quella estrema del considerare l’evasione un reato, penalmente perseguibile. Ci si può chiedere – astraendo da fattori di natura etica – per quale ragione un cittadino italiano dovrebbe pagare le tasse – se è nella condizione di poter evadere - a fronte della riduzione della spesa pubblica e soprattutto del peggioramento della qualità dei servizi offerti dallo Stato. Così che è semmai la riduzione della spesa pubblica (e la peggiore qualità dei servizi pubblici offerti) a rendere ancora più conveniente l’evasione. L’evidenza empirica disponibile segnala che: 1) l’ammontare assoluto dell’evasione fiscale in Italia – dal dopoguerra a oggi – ha raggiunto i suoi valori minimi negli anni nei quali è stato maggiore l’intervento pubblico in economia (anni ’70-’80) che 2) l’evasione fiscale tende ad aumentare nelle fasi recessive e che 3) l’ammontare assoluto dell’evasione fiscale è tanto maggiore quanto più diseguale è la distribuzione del reddito. A ciò va aggiunto che la c.d. globalizzazione, e il conseguente aumento dei ‘paradisi fiscali’, ha consentito di occultare reddito tassabile, a danno dei Paesi nei quali esiste una normativa (più o meno severa) di contrasto all’evasione fiscale.

Non può destare sorpresa, dunque, che le misure di austerità – oltre a comprimere la crescita e a ridurre la base imponibile (per effetto delle più basse retribuzioni e della maggiore disoccupazione) – abbiano l’ulteriore effetto perverso di incentivare il mancato pagamento delle imposte, rendendo necessarie ulteriori misure di riduzione della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale. Evidentemente a danno di coloro che non possono evadere. Occorre rilevare che, al di là del problema etico qui implicato, se non si intende far crescere salari e occupazione attraverso politiche fiscali espansive, l’aumento dell’evasione fiscale si traduce pressoché automaticamente in riduzione dei redditi al netto della tassazione. E ciò contribuisce ad amplificare la spirale deflazionistica, dal momento che la riduzione dei redditi si associa a minori consumi e a minore crescita economica.


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