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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 20 PDF Stampa E-mail
Economia
Sabato 10 Dicembre 2011 16:57

Non mortifichiamo i consumi

 

[“Nuovo Quotidino di Puglia” di sabato 10 dicembre 2011]

 

La manovra messa a punto dal Governo Monti non è una sorpresa, giacché si inserisce lungo la linea dell’austerità – fatta di aumenti dell’imposizione fiscale e tagli della spesa pubblica – seguita dall’Europa durante la crisi dell’ultimo biennio. Destano, per contro, perplessità le priorità che il Governo si è dato, rispetto ad altre possibili e più urgenti opzioni: la riforma pensionistica e la reintroduzione dell’ICI sulla prima casa. Con riferimento alla prima linea di intervento, il Ministro Fornero ha opportunamente chiarito che l’aumento dell’età pensionabile avrà effetti (sul bilancio pubblico e forse sulla crescita economica) soltanto in un orizzonte di lungo periodo. E occorre osservare che il dibattito sull’aumento dell’età pensionabile si è pressoché interamente svolto sui suoi effetti macroeconomici, senza tener conto delle rilevanti differenze che sussistono fra far lavorare più anni chi svolge lavori usuranti e chi no. Ovviamente nessuno può negare che le politiche pensionistiche in Italia sono state gestite anche per fini elettorali e che sacche di “privilegio” esistono. Ma, stando ai dati ufficiali, il nostro sistema previdenziale è in sostanziale equilibrio e non sembrano esserci motivazioni di massima urgenza per intervenire in modo così drastico.

Per quanto attiene alla reintroduzione dell’ICI, si tratta di un provvedimento destinato unicamente a “far cassa”, iniquo dal momento che colpisce – in termini relativi – soprattutto le famiglie con redditi più bassi, e soprattutto recessivo, dal momento che accresce ulteriormente la pressione fiscale, peraltro già ai massimi storici in Italia.

A fronte di questo, è ben noto che il problema dell’economia italiana – e di tutti i Paesi dell’eurozona – consiste essenzialmente nel basso tasso di crescita, a sua volta imputabile alla riduzione dei consumi e degli investimenti. Una manovra di segno recessivo, con ogni evidenza, non può che aggravare la situazione, per la seguente ragione: innanzitutto, essa rende più difficile la realizzazione di profitti per le imprese, soprattutto per le imprese di piccole dimensioni e ancor più per le imprese meridionali. L’aumento della pressione fiscale, infatti, riduce i consumi e, per conseguenza, riduce la domanda, restringendo i mercati di sbocco. A fronte del prevedibile ulteriore calo delle vendite e dei profitti, vi è da attendersi un ulteriore calo degli investimenti e dell’occupazione, sia per il peggioramento delle aspettative imprenditoriali, sia soprattutto per la contrazione dei margini di autofinanziamento delle imprese. A ciò si aggiunge – cosa di non poco conto – la restrizione generalizzata del credito bancario e, per le imprese meridionali, il razionamento del credito, così che è soltanto dalla capacità di autofinanziamento delle imprese che vi è da attendersi una ripresa degli investimenti. La questione qui rilevante è che, a fronte della riduzione dei margini di profitto conseguente alla restrizione dei mercati di sbocco, è verosimile attendersi che saranno le sole grandi imprese a poter sopravvivere e, nella migliore delle ipotesi, a investire. Intenzionalmente o meno, dunque, il primo atto del Governo Monti va nella direzione di favorire le imprese di grandi dimensioni, capaci di competere sui mercati internazionali e, dunque, di rendere ulteriormente problematica la sopravvivenza delle imprese più piccole, localizzate nelle aree periferiche e nel Mezzogiorno in particolare.

Vi è poi una considerazione di carattere più generale. Un “decreto salva-Italia”, come è stato denominato, doveva muoversi lungo la linea della ripresa della crescita, chiarendo che, in questa fase, l’idea che “in tempo di crisi occorre fare sacrifici” è priva di senso: ed è, purtroppo, ancora questa la filosofia che ispira e legittima l’ennesima manovra di austerità. Non vi è necessità di fare sacrifici dal momento che non vi è alcuna ragione, sostenuta da robusti argomenti teorici o da inequivocabile evidenza empirica, per ritenere che la riduzione della spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale riduca il rischio default in Italia. I moventi della speculazione sui titoli del nostro debito pubblico sono poco chiari, data l’opacità che caratterizza le transazioni in quei mercati, e l’esperienza storica mostra che gli attacchi speculativi si sono registrati anche a danno di Paesi poco indebitati.

Il nostro debito pubblico in rapporto al PIL è sì elevato, ma non molto più elevato di quello francese e spagnolo, soprattutto se si considera che l’indebitamento c.d. sovrano di un Paese dovrebbe includere anche l’indebitamento delle famiglie. Rispetto ai nostri principali partner europei, il credito al consumo, in Italia, è stato ed è il più basso. I nostri “fondamentali” (la c.d. economia reale) non sono peggiori dei principali partner europei e, ad oggi, l’essere inclusi nel novero dei PIIGS – ovvero dei Paesi periferici del continente – non tiene conto dei fatti. La recessione spagnola e francese pongono l’economia italiana in una posizione relativamente migliore rispetto al recente passato.  E, dunque, pongono le Istituzioni politiche italiane in una condizione di maggior potere contrattuale e di maggiore “credibilità” in Europa.

Dall’autorevolezza del prof. Monti ci si poteva aspettare (e ci si può ancora aspettare) che la politica economica italiana non sia più condizionata – o finanche dettata – dalla Germania. Ad oggi le cose non stanno in questi termini: il decreto “salva-Italia” recepisce quasi in toto le ‘raccomandazioni’ della Banca Centrale Europea. Che non sono un dogma e che, sotto molti aspetti, indicano un percorso recessivo assolutamente non necessario e tantomeno auspicabile.

 



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