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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 22 PDF Stampa E-mail
Economia
Venerdì 30 Dicembre 2011 09:09

Perché la Germania vuole la costituzionalizzazione del vincolo di bilancio

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" del 29 dicembre 2011]

 

La ‘nuova’ Europa che si sta progettando – ammesso che, nel frattempo, non si assista alla deflagrazione dell’euro – ha come primo e fondamentale pilastro la costituzionalizzazione del vincolo di bilancio. Al di là degli aspetti tecnico-giuridici che, almeno nel caso italiano,  potrebbero rendere problematico l’inserimento del vincolo del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione, occorre interrogarsi sul perché è questo il primo tassello che l’Unione intende darsi. Occorre preliminarmente rilevare che non è chiaro se la norma sarà codificata nella sua forma più estrema – ovvero preservare l’eguaglianza, almeno tendenziale, delle entrate e delle uscite dello Stato – o in una forma più debole, nella quale sia contemplata la possibilità che shock esogeni e l’andamento del ciclo economico ne rendano impossibile il rispetto, almeno pro-tempore. Le basi teoriche di questa proposta sono alquanto discutibili. Essa regge sull’idea che l’aumento della spesa pubblica, generando aumenti dell’indebitamento pubblico, costituisca un trasferimento dell’onere fiscale sulle generazioni future, così che maggior reddito disponibile a beneficio di questa generazione inevitabilmente si tradurrà in minor reddito disponibile (per effetto di una maggiore tassazione) nelle tasche delle future generazioni.

In altri termini, un elevato debito pubblico costituisce un problema, dal momento che vìola il principio (etico) dell’equità intergenerazionale. Si tratta di una tesi che non regge, innanzitutto sul piano logico, per due ragioni. In primo luogo, non è chiaro chi, quando e perché accrescerà l’imposizione fiscale per ripianare il debito: trattandosi di una decisione puramente politica, non sussiste nessun nesso cogente fra aumento della spesa oggi e futura tassazione.  In secondo luogo, si può argomentare a contrario che un aumento della spesa pubblica oggi, in quanto accresce il reddito disponibile dell’attuale generazione, accresce – per effetto della trasmissione ereditaria – anche il reddito della generazione successiva. Più in generale, non esiste, ad oggi, un criterio scientificamente fondato di sostenibilità del debito pubblico e - questione sulla quale occorrerebbe soffermarsi - dal momento che la riduzione del debito pubblico necessariamente implica manovre di “lacrime e sangue” normalmente a danno dei percettori di redditi bassi, non esiste un criterio di sostenibilità dell’ineguaglianza distributiva. Tema tanto più rilevante nel caso italiano, dove le diseguaglianze distributive sono le più alte fra i Paesi OCSE.

 

Va detto che, nonostante le rassicurazioni del prof. Monti, questa “riforma” è – come quelle già messe in atto nei primi giorni di lavoro del nuovo Governo (in primis la “riforma pensionistica”) – una riforma dettata dall’Unione europea e, più in particolare, dal capitale tedesco, i cui interessi la Cancelliera Merkel abilmente e strenuamente difende. La lettera della BCE inviata al Governo Berlusconi la scorsa estate è, da questo punto di vista, una bozza di programma di politica economica che il precedente Governo non ha messo in atto, e che questo Governo intende perseguire. Occorre allora chiedersi quali sono gli interessi dell’industria tedesca, partendo da un dato.

L’economia tedesca riesce a garantirsi tassi di crescita significativamente più alti rispetto alla media europea grazie al fatto che le sue imprese riescono a penetrare i mercati internazionali e, in tal senso, la crescita tedesca è trainata dalle esportazioni. Ciò è reso possibile non soltanto per il maggiore avanzamento tecnico della struttura produttiva di quelle imprese, ma anche in virtù di un decennio (almeno) di moderazione salariale e, dunque, di compressione dei costi di produzione e dei prezzi. La Germania vende circa il 50% dei suoi prodotti ai partner europei. Può farlo grazie all’esistenza di un mercato unico europeo, in assenza di misure protezionistiche. Non potrà farlo nel caso di deflagrazione dell’euro e del conseguente venir meno del mercato unico. La riduzione della spesa pubblica e/o l’aumento della pressione fiscale in Italia servono, in ultima analisi, a favorire e consolidare questi interessi, nell’ambito di un conflitto intercapitalistico intorno al quale si gioca il destino dell’Unione monetaria europea. Si tratta di questo. Come è noto, la struttura produttiva italiana è formata, in larga misura, da imprese di piccole dimensioni, con basso contenuto innovativo, poco presenti sui mercati internazionali, con forte dipendenza dal sistema bancario e, soprattutto, con forte dipendenza dal settore pubblico. In questo contesto, la riduzione della spesa pubblica riduce i profitti delle imprese italiane, sia perché viene meno l’erogazione di fondi pubblici a loro sostegno diretto (si pensi al sistema degli appalti e, cosa già realizzata, al divieto di aiuti di Stato alle imprese prossime al fallimento), sia perché si riducono i mercati di sbocco interni. La costituzionalizzazione del vincolo di bilancio, in questa prospettiva, costituisce il primo passo verso la desertificazione produttiva in Italia: desertificazione produttiva – incidentalmente - già realizzata nel Mezzogiorno.

La tenuta dell’euro ruota, in definitiva, intorno alla possibilità che il capitale tedesco riesca ad espandere il suo “spazio vitale”, se si vuole usare una triste metafora bellica, e dunque intorno alla capacità da parte dei c.d. Paesi periferici di contrapporsi a questa strategia. Non sembra che la linea di questo Governo si muova in questa direzione: del trinomio rigore – crescita – equità, al momento, si è visto solo il primo termine. Ovvero quello che va a maggior vantaggio dell’imprenditoria tedesca.

L’argomento secondo il quale la spesa pubblica è solo fonte di spreco e di corruzione risulta, a questo punto, meramente retorico.

 



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