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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 23 PDF Stampa E-mail
Economia
Sabato 07 Gennaio 2012 10:23

Crescita e casta i buchi neri del governo

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 7 gennaio 2012]

 

Da un Governo ‘tecnico’ ci si sarebbe aspettati provvedimenti di politica economica che avrebbero consentito il perseguimento del rigore dei conti pubblici. Le misure draconiane messe in atto – a partire dall’aumento dell’età pensionabile – non hanno determinato effetti significativi sui mercati finanziari, come testimonia il fatto che il differenziale fra rendimento dei titoli del debito pubblico italiani e bund tedeschi ha ripreso a crescere, proprio a partire da pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo Governo. Ciò conferma il fatto che gli attacchi speculativi sui titoli del debito pubblico (non solo italiani) non sono motivati dalla scarsa “credibilità” dell’Esecutivo, ma da fattori che attengono ai c.d. fondamentali dell’economia (tasso di crescita, conti con l’estero, in primis) e al peso del settore pubblico sul PIL. L’esperienza storica mostra, infatti, che a seguito di attacchi speculativi sono state sempre messe in atto politiche di privatizzazione e che, proprio a ragione dell’urgenza di questi provvedimenti, il patrimonio pubblico privatizzabile è stato venduto a privati a prezzi di gran lunga inferiori a quelli realizzabili in condizioni di ‘normalità’.

E ci si sarebbe aspettati misure per la crescita, al momento affidate alle sole liberalizzazioni dei servizi. E’ davvero arduo pensare che, con la necessaria banalizzazione, l’aumento del numero di taxi possa avere effetti rilevanti sulla ripresa della crescita economica italiana. Peraltro, come da più parti messo in evidenza, le liberalizzazioni – se da un lato possono generare una compressione dei prezzi, per effetto della maggiore concorrenza – possono generare, per converso, crescente concentrazione nei settori liberalizzati. Ciò a ragione del fatto che le imprese di piccole dimensioni (si pensi soprattutto al settore del commercio al dettaglio e alla liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi) vedrebbero perdere quote di mercato a vantaggio delle imprese di più grandi dimensioni, che possono avvalersi di turni di lavoro non accessibili a imprese di piccole dimensioni, di norma, peraltro, a gestione familiare. Il che può generare gli effetti esattamente opposti a quelli che ci si attende: minore occupazione e prezzi più alti.

Da un Governo tecnico ci si sarebbe aspettati soprattutto la riduzione dei costi della politica. Anche su questo fronte, al momento, si tace. Va rilevato, a riguardo, che l’indignazione che si è determinata nei confronti dei privilegi dei politici, e dei loro (a quanto pare) lauti stipendi è stata alimentata da una campagna mediatica che, molto spesso, ha taciuto due dati di fatto: la democrazia ha un costo, e la retribuzione dei parlamentari ha la sua ragion d’essere nel rendere accessibili quegli incarichi anche a individui provenienti da famiglie a basso reddito. Che la politica ha un costo, dunque, è un fatto ovvio. Che questo costo sia eccessivo è cosa da determinarsi, dal momento che per definire eccessivo un compenso occorre evidentemente far riferimento a qualche parametro.

Già il Governo Berlusconi aveva dato mandato alla commissione Giovannini di produrre un’indagine conoscitiva sullo stipendio dei parlamentari italiani, ritenendone equo il compenso se commisurato alla media europea. Come è noto, il mandato è stato riassegnato dal Governo Monti, al momento senza alcun esito che possa considerarsi convincente. Il problema risiede nel fatto che i parlamentari italiani, oltre a una remunerazione fissa, ricevono benefici che non sono comparabili, in termini qualitativi, con quelli dei loro colleghi europei. Sul piano giuridico, il problema ulteriore sembra risiedere nel fatto che sono soltanto le Camere (e non il Governo) a potersi pronunciare in via definitiva sulle remunerazioni di coloro che ne fanno parte, così che ci si trova nella condizione di lavoratori che, in larga misura, si autodeterminano lo stipendio.

Va chiarito che, sul piano strettamente economico, si tratta di un problema insolubile, anche laddove si intenda recepire la retorica meritocratica che è stata posta a fondamento delle politiche del lavoro degli ultimi anni, stando alla quale i salari, nella pubblica amministrazione in primo luogo, devono essere commisurati alla produttività. La produttività del lavoro è il rapporto fra ciò che viene prodotto e la quantità di lavoro che si è resa necessaria per produrlo. Non esiste alcun criterio scientifico per misurare un prodotto immateriale (come avviene per la produzione di servizi) e, dunque, non può esistere alcun criterio razionale per misurare la ‘produzione’ di un politico. Vale qui la tesi secondo la quale il modo migliore per non risolvere un problema è quello di creare una commissione. Va detto che per il Governo Monti si tratta di un doppio fallimento: l’aver perpetuato la prassi fallimentare del precedente Esecutivo e, al momento, non aver provveduto a tagliare costi della politica non direttamente imputabili allo stipendio dei Parlamentari. Se si era giunti alla conclusione pressoché unanimemente condivisa – fin dallo scorso anno - che lo Stato italiano può fare a meno delle Province, davvero non si capisce per quale ragione non si siano fatti passi avanti visibili e rilevanti in questa direzione.

Non occorreva scomodare alcuni fra i più accreditati economisti italiani per mettere a punto la quarta manovra restrittiva degli ultimi sei mesi, e per chiedere alle famiglie italiane con più basso reddito ulteriori sacrifici, senza predisporre misure di equità (o comunque posticipandole a una fase che probabilmente, con questo Governo, gli italiani non vedranno). E’ probabile che il Governo Berlusconi la avrebbe ritardata, ma è anche vero che il partito dell’ex Presidente del Consiglio la ha approvata in Parlamento. D’altra parte, nessun Governo – in democrazia, tecnico o meno che sia – può fare a meno di una maggioranza parlamentare. Non occorreva scomodare alcune delle migliori intelligenze italiane per mettere a punto le ‘raccomandazioni’ della BCE e, dunque, per precipitare l’Italia in una recessione ancora più profonda da quella nella quale sarebbe sprofondata in assenza di queste politiche. Più in generale, ad oggi, non si capisce quale sia la ‘mission’ del Governo Monti: cosa debba fare e perché.


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