A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
La città dei dannati PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Mercoledì 15 Febbraio 2012 16:56

[Vincitore del Concorso di Scrittura “Lenti Spiriti”, “PERCORSI DI EDUCAZIONE ALLA RESISTENZA”, 2009, indetto dal Centro Studi Kairos].

 

Sola e sperduta, mi avventuro per le vie di una città sconosciuta: mi addentro in essa, senza alcuna guida, con passo lento, affidandomi ad un flusso misterioso, che mi guida e governa.

Come sia giunta qui, non saprei dirlo. Tutto ciò che conosco sono gli empirici dati raccolti dai miei occhi: tutto è anonimo, immutabile, grigio; le ripe dei fiumi d’asfalto in cui navigo sono in cemento: alti, lineari e lividi edifici.

Imbocco “via della moda”: non vi sono tracce di verde; i due sensi di marcia sono separati da cartelli pubblicitari, ordinati e regolari, disposti in fila indiana. Il primo di essi mostra il sembiante di una donna, esile e ammiccante, che pubblicizza una maglia grigio melange “sedux”, la linea di abiti per chi vuole ai suoi piedi orde di uomini, stregati e conquistati. Il suo scheletro sembra emergere dalla pelle, liscia e abbronzata.

Di rimando osservo il mio corpo, rotondo e burroso: inconsapevolmente mi confronto con l’emaciata figura e la mia quarantasei diviene un insostenibile fardello. Un metro più avanti, la sua vicina mi offre una facile soluzione: “scomparetor”, l’integratore alimentare per assottigliarti quanto il tuo idolo. Volgo lo sguardo altrove: una giungla di annunci mi propone cosmetici miracolosi, palestre funzionali, prodotti griffati e mini abiti in tonalità di grigio – il colore dei giovani – che, coprendo il meno possibile, rendono più appetibile.

Scossa da un senso d’inquietudine, svolto a destra in “via dei vip”. Uno striscione mi accoglie e mi rivolge un interrogativo cruciale: “Vuoi far parte della gente che conta?”. Come fare mi è suggerito dalle numerose insegne che infestano le pareti: “Tronista, la nuova generazione di chi conta”; “Life in tv, mostrati al mondo come sei”; “Diventa tullina e anche tu avrai uno sportivo che conta”...

Colta da un sentimento di colpevolezza, trascino la mia anonima ombra fino al piazzale più vicino: “Piazza della massa”. Tutta la piazza è immersa in una fitta nebbia. Mi getto a capofitto nell’ignoto e supero la coltre di offuscamento. Al suo interno, centinaia di persone vestite di grigio, macilente e indistinguibili: le donne portano i capelli corti, tagliati a caschetto, biondi, gli uomini capelli lisci, neri, non troppo corti, con punte indurite dal gel; le donne indossano maglie grigie melange “sedux” e minigonne vertiginose grigio perla, gli uomini camicie grigio cenere, aperte sul petto, e jeans ardesia a vita bassissima, che lasciano scoperti i boxer grigio antracite, con una ingombrante cintura borchiata, anche’essa grigia. Sono organizzati in piccole tribù e vedo, in quella a me più prossima, schierati sui due fronti opposti i due sessi: le donne sgambettano su tacchi altissimi, lanciando sguardi infuocati ai loro predatori, i quali, spavaldi e indistinguibili, si atteggiano a grandi seduttori. Più avanti un clan che non conosce discriminazioni sessuali: uomini e donne, senza distinzioni di sorta, ballano sul rumore elettronico prodotto da un dj; sfumacchiano e scolano alcolici. Questi agglomerati sono accomunati dall’uso sconsiderato del cellulare, impiegato per comunicare tra loro, anche a poca distanza, come se non sapessero più dialogare senza di esso.

Completamente invisibile ai due drappelli di cloni, continuo per la mia strada, con la mia florida e lunga chioma castana, il mio morbido pullover giallo e la longuette avorio. Spingo avanti, frustrata e disillusa, uno di seguito all’altro i miei mocassini camoscio.

Pena nel cuore, certezza del rifiuto, solitudine, spingono quest’inetta a cercare un luogo ermo e sperduto. Dato inizio a questa ricerca, i miei occhi vedono l’inatteso: una coppia di ragazzi non grigi, ma allegri e sgargianti passeggia a pochi metri di distanza da me. Istintivamente seguo i due emblemi dell’umanità, quasi scomparsa in questa città.

Perdo il contatto visivo con i miei simili, quando il telo di un grosso tendone da circo, grigio e uniforme, si chiude alle loro spalle. Li seguo con foga, decisa a raggiungerli.

Giunta nei pressi del padiglione, sollevo la tenda ed entro decisa: mi accoglie una donna dai capelli a caschetto, in camice bianco. Pago i quindici soldi per l’ingresso e mi affretto per il lungo corridoio cupo, freddo e lineare, mentre una luce soffusa e tenue m’infonde una sensazione di torpore. Pochi minuti, lottando con l’impellente bisogno di chiudere gli occhi e dormire, e giungo alla fine dell’angusto andito.

Scosto una tenda a frange grigie e mi ritrovo in un grande padiglione, organizzato in settori. Poco avanti a me, la coppia di giovani briosi paga un commesso e, subito dopo, segue un altro camice bianco. Denudati, quasi completamente, vengono fatti sdraiare su lettini medici: l’operatore illustra loro la procedura, mentre un’assistente mostra loro il catalogo di tatuaggi e piercing. Mi basta poco per capire che si tratta del primo passaggio di una catena di montaggio. Poco lontano, infatti, riconosco il settore adibito alla cura dei capelli; qui, un’altra vittima, nuovamente pagante, si predispone a taglio e tintura della chioma: caschetto biondo, il risultato finale. Fase successiva: autodistruzione; si combattono le leggi della natura ed ecco che, in base alla grandezza del portafoglio, si vede gente imbottirsi lo stomaco di cotone, ricorrere a liposuzione o indicare su pannelli elettronici il modello di naso scelto, o zigomi o labbra... Penultimo passaggio: cambio di look e lezioni di make-up, anonimo e impersonale. Prima dell’uscita, ricevono tutti la sconcia biografia di una tullina o di un tronista, modelli da imitare, un corso di scrittura rapida di sms e un video sul “vivere stiloso, trendy”.

Poco lontano, pire di libri ammonticchiati e impolverati: la cultura non fa tendenza. Mi avvicino incredula e stupefatta; dai dorsi dei volumi apprendo che è giunta la fine per l’era del pensiero, dopo un’estenuante lotta è stata usurpata dal consumismo, dalle nuove tecnologie, più immediate e accessibili. Brucia Voiltare, Hugo, s’infiammano Shakespeare, Dostoevskij, Leopardi, tutti in buona compagnia: riavvampa, infatti, Bruno e, persino, Galileo, nonostante l’abiura...

Sconcertata e irata, urlo a quest’accozzaglia d’incivili: “Vi rendete conto di cosa vi macchiate? Se proprio volete essere identici tra voi, simili a sabbia del deserto, ugualmente arido, dove ogni granello è uguale a migliaia di altri, denudatevi allora. Almeno, nudi come vermi, sarete al pari delle bestie. Siamo fatti di materia pensante eppure mettete al rogo il sapere; v’imbrattate i visi; vestite senza gusto, tutti nello stesso identico modo; vi affidate ai media, perché vi dicano cosa pensare. Volete davvero ingrassare le schiere dei robot nelle mani di pochi ricchi che pagano il loro champagne e le loro perversioni con i vostri soldi? Condannate voi stessi a una vita grigia e monotona e rinunciate a tutto ciò che di buono offre la vita, a voi stessi. Perchè? Siamo nell’era dell’immediatezza, dell’apatia: tutto è subito. Per cosa vivete voi? Per quali ideali morire? Non vale la pena vivere, senza un ideale nel nome del quale morire. Non sono pazza. Sono ebra sì, ma ebra di vita. Vi prendete mai del tempo per riflettere? Formate un tutt’uno con l’arredamento. Non uno di voi ha qualcosa che lo caratterizzi, lo renda unico. Cosa offrite?”.

Il mio intento è smuovere le coscienze, rianimare questa materia morente. Nel frattempo, però, dei gorilla mi afferrano e trascinano in un angolo remoto del tendone.

Trincerata e legata ad una sedia, accanto a persone con il vuoto negli occhi, che oscillano avanti e indietro, ho gli occhi spalancati e costretti da speculum oculari. Uno schermo m’incalza, mi pressa d’immagini celebrative della vita stilosa: evidenzia i pregi di essere tullina, m’invita ad apparire, a non essere. Abulia s’insinua lentamente nel mio spirito e, le mie iridi sono bombardate dallo scempio blasfemo della celebrazione della morte individuale, ma cerco di resistere. Oppongo al dato sensoriale quello mnemonico. Scorrono nella mente infiniti momenti di vita, vissuti lottando per essere ciò che sono; resistendo alla tentazione di farmi accettare; prendendomi del tempo per ascoltarmi. Ricordo notti insonni, trascorse a piangere lacrime amare, a curarmi le ferite, in un mondo così monotono e offeso dalla mia diversità.

I miei occhi vedono il fluire delle diapositive, le orecchie ascoltano, ma il mio animo ricorda a se stesso il piacere dell’ozio utile, la gioia di una conquista personale, fatta con fatica e dispendio di tempo. Quanto ne ho impiegato a capire quale fosse il mio sogno; quanti anni ho investito nel coltivare il mio talento di giornalista, ad appagare la mia sete di conoscenza!

La vita è un lento percorso nell’ignoto ed è duro capire che ogni piccola ferita ci rende unici; ogni ruga ci rende irripetibili. Occorre del tempo per costruirsi, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Infiniti pensieri, emozioni, gesti, gioie e dolori mi hanno resa quel che sono. Ecco le mie armi, queste le barriere che oppongo all’omologazione. Oppongo la vita che ho impiegato a edificare null’altro che me stessa.


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