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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 27 PDF Stampa E-mail
Economia
Domenica 26 Febbraio 2012 10:24

La posta in palio sul rimborso dei debiti statali

 

 

[ne "Il  Nuovo Quotidiano di Puiglia" del 26 febbraio 2012]

 

Il 2012 viene considerato da molti economisti l’”anno Maya della finanza internazionale”. E’ una definizione volutamente apocalittica che trova la sua ragion d’essere nel fatto che, quest’anno, arriveranno in pagamento simultaneo 11.550 miliardi di euro di titoli pubblici, obbligazioni private e junk bonds, di cui il 70% di origine americana e giapponese. Si tratta di importi di misura tale da configurare il caso della maggiore scadenza debitoria, su scala globale, della storia del capitalismo. E, non a caso, ai creditori dei Governi è stata offerta la possibilità di assicurarsi presso istituzioni finanziarie (fra questi: l’AIG americana, i Lloyds di Londra e Goldman Sachs), così che pagando un premio si garantisca loro, in caso di insolvenza, il risarcimento da parte degli assicuratori.

La domanda che ci si pone è: come verranno rimborsati i debiti?

In prima approssimazione, si può rispondere affermando che, di norma, i debiti si onorano attingendo ai risparmi accumulati. E’ una risposta di prima approssimazione, dal momento che ciò può essere vero per una famiglia, ma non è necessariamente la sola strada percorribile per uno Stato. Le politiche di austerità messe in atto nell’ultimo biennio particolarmente in Europa sono appunto finalizzate, attraverso riduzioni della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale, ad accumulare avanzi primari (ovvero risparmi del settore pubblico) tali da poter consentire ai singoli Stati di rimborsare i debiti alla loro naturale scadenza. La controindicazione associata a queste politiche è ben nota: la riduzione della spesa pubblica riduce l’occupazione e il PIL, riduce altresì la base imponibile, determinando un aumento del rapporto debito pubblico/PIL e generando una spirale deflazionistica che produce impoverimento delle famiglie, in particolare di quelle con redditi più bassi, e delle imprese di più piccole dimensioni, a ragione della restrizione dei mercati di sbocco. Un effetto collaterale rilevante, e spesso trascurato, riguarda il fatto che la contestuale crescita della sfera finanziaria e la contrazione della produzione nel “settore reale” incentivano l’allocazione di capitale umano nell’ambito della prima, con effetti ulteriormente destabilizzanti derivanti dalla speculazione.

Va chiarito che non è, questa, la sola strada percorribile. La restituzione del debito può essere garantita dalla Banca Centrale, in una condizione per la quale – mentre gli avanzi primari possono generarsi solo a condizione di produrre recessione, e comunque nulla garantisce che siano di ammontare tale da consentire l’intera restituzione del debito – essa è nelle condizioni di poter produrre moneta potenzialmente ad infinitum. La questione può essere chiarita nei seguenti termini. Su un piano puramente tecnico, il sistema bancario nel suo complesso può offrire moneta senza una preventiva raccolta di depositi. Ciò a ragione del fatto che la produzione di moneta è, in ultima analisi, produzione di fiducia, dal momento che la moneta effettivamente circolante è tale solo perché gli agenti economici sanno che, con quella moneta, potranno effettuare pagamenti in quanto verrà accettata. In tal senso, il costo di produzione di un’unità monetaria è pari a zero, e qualunque risorsa i cui costi di produzione sono nulli è producibile senza limiti. Per quanto più direttamente ci riguarda, la via d’uscita dalla crisi del debito italiano (ed europeo) verrebbe trovata, in questa prospettiva, nell’acquisto - da parte della BCE - di tutti i titoli in scadenza, e dall’annuncio che, nelle aste future, si comporterà nel medesimo modo. Se, come da più parti rilevato, ci si trova in una condizione molto simile a una guerra senza spargimento di sangue, può valere la metafora stando alla quale, mentre il “nemico” dispone di un numero limitato di armamenti, noi ne abbiamo in quantità potenzialmente infinita. Tradotto: mentre la BCE può stampare moneta senza limiti, gli speculatori dispongono di quantità di moneta non infinite, giacché non possono crearle ex-nihilo.

Cosa impedisce di seguire questa strada? E’ ormai chiaro che la soluzione della crisi europea è nelle mani della Cancelliera Merkel, tenace difensore dell’ortodossia monetarista, stando alla quale la BCE non può intervenire acquistando titoli. Va detto che, per Statuto, non può farlo, se non nei c.d. mercati secondari. Ma va anche detto che esiste un’eccezione tedesca: si calcola che, nelle ultime aste per il collocamento dei bund, circa il 40% dei titoli emessi è stato trattenuto per essere successivamente venduto sul mercato secondario: operazione resa possibile solamente mediante l’intervento della Bundesbank, che avrebbe sottoscritto una parte delle nuove emissioni. In altri termini, la Germania già sta operando in deroga ai Trattati che governano l’eurozona probabilmente preparando il passaggio al doppio euro (euro-nord, euro-sud).

La resistenza tedesca può trovare tre ordini di motivazioni.

1) La prima è di natura propriamente ideologica e rinvia a motivazioni storiche. L’emissione di moneta, da parte della BCE, costituirebbe, per il Governo tedesco, la pre-condizione per l’aumento del tasso di inflazione interno. In un Paese che ha sperimentato l’iperinflazione, dopo il primo conflitto mondiale, questa motivazione appare comprensibile, sebbene non razionale nell’attuale contesto macroeconomico. I timidi segnali di aumento dei prezzi, soprattutto in Italia, derivano semmai proprio dalle politiche di austerità, trattandosi di inflazione imputabile essenzialmente a un aumento delle imposte indirette.

2) La seconda motivazione attiene a considerazioni di natura strettamente politica. La Cancelliera Merkel, nel caso in cui si segua la strada dell’acquisto di titoli da parte della BCE, si troverebbe a dover spiegare agli elettori che i Paesi periferici dell’eurozona sono stati ‘salvati’ dai contribuenti tedeschi. Il che, comprensibilmente, non è uno scenario desiderabile per l’acquisizione di consenso, sebbene l’intervento della BCE può essere realizzato anche senza alcun aumento della pressione fiscale in Germania.

3) La terza motivazione attiene alla salvaguardia degli interessi del capitale tedesco. In quanto le politiche di austerità riducono la domanda interna dei Paesi periferici del continente, riducendo i mercati di sbocco e i profitti delle imprese lì collocate, l’austerità apre la strada a uno ‘shopping’ di capitale privato da parte delle imprese tedesche. A ciò si aggiunge che, ponendo come vincolo la necessità di ripagare il debito attingendo a risorse interne, le politiche di austerità aprono lo strada anche alla vendita del patrimonio pubblico nelle aree periferiche dell’eurozona. E, dovendo ripagare i debiti nel più breve tempo possibile, occorre vendere quanto prima, ponendo i Paesi deboli nella condizione di agire come contraenti deboli e dunque, in ultima analisi, obbligandoli a svendere ciò che di proprietà pubblica a loro ancora resta.


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