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Domenica 04 Marzo 2012 08:10

“IMMAGINI”  DI  TOMMASO RAVENNA

 

[Già pubblicato in “Il Paese Nuovo”,  25 ottobre 2011 e in “NuovAlba”, dicembre 2011]

 

Dopo “Cose te moi” (Parabita 1986), con Prefazione di Rocco Cataldi, e “Nu picca ‘qquai, nu picca ‘ddai” (Parabita 2003), con Prefazione di Gino Pisanò, Tommaso Ravenna è tornato a pubblicare versi con “Immagini” (Il Laboratorio, Parabita 2008), una silloge poetica, dalla bella copertina cartonata verde, stampata dalla Tipografia Martignano, con Prefazione di Maurizio Nocera. L’autore pubblica poesie in diverse riviste locali fra le quali “NuovAlba”, rivista di cultura e storia parabitane e  “Anxa News”, periodico gallipolino di varia cultura e attualità. E Parabita e Gallipoli sono i punti focali della sua vita  di poeta e sognatore. La sua vena intima e delicata  ha fatto apprezzare i suoi componimenti dai suoi concittadini, come Aldo D’Antico,  Ortensio Seclì e Guido Pisanello, suoi numi tutelari, forse, in quel di Parabita, dagli amici del Circolo Cittadino che egli assiduamente frequenta, e in ultimo dagli studiosi e appassionati di poesia sparsi ai quattro venti di questa nostra assolata penisola letteraria salentina. Incontro Tommaso Ravenna a Parabita, la sera del 27 agosto scorso, quando sono impegnato, insieme a Sonia Cataldo, nella presentazione del libro di Loredana De Vitis, “Storie d’amore inventato”, organizzata dall’Associazione “ Cantieri culturali aperti – Emergenze Sud ”, nella splendida cornice di Piazza Umberto I, sulla quale si affaccia anche l’antico palazzo nobiliare che è la residenza del Ravenna. E Tommaso Ravenna è seduto sulla panchina proprio di fronte a noi, astante devoto alla presentazione nella quale sono impegnato.

Prima dell’inizio e dopo la conclusione della serata, non manca di ricordarmi la mia promessa, fatta a suo tempo, di recensire il suo ultimo libro “Immagini”, e di declamarmi anche un paio di poesiole, nuove nuove, in lingua, che recita rigorosamente a memoria, in piedi e tutte d’un fiato, con una freschezza ed una energia che fanno dispetto ai suoi ottanta e più anni d’età. Con quest’ultima raccolta, ritorna all’uso della lingua italiana, mentre negli altri libri aveva adoperato il vernacolo. Molto abile infatti nell’usare in scioltezza non solo il dialetto parabitano ma anche quello gallipolino e leccese, il Ravenna è un profondo conoscitore della musica che suona da autodidatta ed è innamorato della poesia italiana del Novecento, quella di Quasimodo, Montale, D’Annunzio, Pascoli, come non manca di rilevare Maurizio Nocera nella sua nota introduttiva. “Spazi verdi di foglie, azzurri accesi,/ vanescenti contorni/ l’aria brilla sul gesto delle donne scarlatte, / sul cavallo dai sonagli d’argento,/ sopra il giallo/ della vespa discesa in fondo al cesto./”, scrive in “Vendemmia”. Certo Tommaso Ravenna non è uno che sgomita per farsi sentire o che pubblica a cadenza regolare, quasi fosse un impiegato delle belle lettere. Di carattere schivo, chissà quante poesie ha scritto - penso la sera di agosto seduto per brevi minuti in sua compagnia-, dopo la pubblicazione di “Immagini”, o quante ne aveva già scritte prima, che su quel libro non hanno trovato spazio, e quante ne va ancora elaborando. Poesie, alcune delle quali pubblicate sulle riviste prima citate, che forse non avranno mai l’onore di una pubblicazione dedicata ma che continuano a fluire, leggere, come il loro autore,  sgorgando dalla musa gentile del suo animo sensibile. Queste liriche, che di spontaneismo hanno solo la propria genesi, ma che rispettano perfettamente le tecniche del versificare, si presentano come quadri, bozzetti, a volte di vividi colori, altre volte in bianco e nero, immagini, appunto,  prese dalla vita di tutti i giorni e dal paesaggio intorno, spesso dal proprio particolare, quel “piccolo mondo antico” nel quale sembra che a Ravenna piaccia vivere, libero  da orari e stress della frenesia quotidiana, da legami sentimentali o interessi economici, libero da infingimenti o ipocrisie, dedito solo alla cura delle proprie passioni come la musica e la poesia. “Di te, incipiente sera, ho il tenue odore/ dei fiorellini e il suon delle campane / della chiesa di fronte ed il vagare /delle falene fluttuanti in aria / ed il brusio della mia gente e il cuore / cullato da una fievole speranza / che spesso si dissolve col bagliore / d’un raggio estremo nella grigia stanza /”(Alla sera). Rievocazioni nostalgiche del tempo andato. Note di memoria, allargando lo spettro d’indagine anche alle altre sue raccolte, compartecipazione ai drammi e alle gioie dei propri simili, solidarietà umana nei confronti degli altri, con i quali si condivide l’ordito del vivere. Note di saggezza. E riflessioni sulla vita e sulla morte, sulla società dei pari,  senza alcun intento pedagogico o moraleggiante - anzi semmai distaccandosene con una certa ironia, quando è il caso -, ma con coerente sentimento di appartenenza ad una medesima comunità, alla stessa confraternita umana, usando, il Ravenna, la poesia come una vecchia macchinetta fotografica che ferma delle istantanee di realtà che ci fa vedere però attraverso il virato seppia della sua sensibilità di uomo acuto  e attento osservatore. Ho già scritto in altra sede di sentirmi colpito da questa poesia, dai suoi endecasillabi perfetti, dalle sue rime, dalle sue assonanze e consonanze, dai suoi versi sciolti, e per esteso, dalla sua verve, dalla sua epigrammatica brevità e tonda lucentezza. E’ poesia vera, nella sua classicheggiante bellezza : “Il passero frullando dal pozzetto / accenna appena un alito, una greve / afa rimane cinta dal muretto / fumante nel riverbero, la lieve / zanzara indugia su una polla, hanno /pause di voli le farfalle chiare /sopra le zolle; in lunga fila stanno / ritti gli aranci immemori a vegliare” (Meriggio al giardino);  o ancora: “Voi non potete, non dovete amarmi…. Non il gusto del nettare più fine/ saprà darvi l’umor del labbro mio / né carezza intrecciarci nell’oblio:/ io tra i roseti cerco solo spine/” (Spine tra il verde). Forse la più bella poesia è quella che si trova sul limitare della raccolta: “Il treno già scompare nella piana: / sono giunto in ritardo alla stazione; / forse ho perduto un’ultima occasione…/ rincaso alfine, ora ogni attesa è vana./ Mi torna in mente, a tratti, il vagheggiare / volti senza una storia o volti amati,/ nei tempi spesi invano e già passati, / smarriti nel perenne mio vagare. / Quel treno, nunzio lieto del domani, / mestamente, mi pare, s’allontani./”. E  ci sembra che con quel treno si allontanino anche le dolci speranze e la stagione migliore del cantore che, desolato, si avvia sulla strada del ritorno, in una immagine crepuscolare che suggella perfettamente la silloge, lasciandoci dentro una forte, dolceamara malinconia.

 

 

 

 

 


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