Programma maggio 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Maggio 2022 Mercoledì 4 maggio, ore 18:30, Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse: dott. Massimo Graziuso,... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
Immagine
Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Home
SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 33 (4 aprile 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Mercoledì 04 Aprile 2012 16:09

L’immobilismo dietro i fallimenti delle imprese

 

[“Nuovo  Quotidiano di Puglia” del  4 aprile 2012]

 

Qualche anno fa si parlava di declino italiano, a segnalare il basso tasso di crescita della nostra economia e la sostanziale incapacità delle nostre imprese di far fronte alla concorrenza internazionale. In assenza di politiche industriali in grado di modificare questa condizione, e a seguito delle misure di austerità messe in atto – in particolare - nell’ultimo triennio, non c’è da stupirsi di fronte a un’evidenza empirica che segnala ormai una vera e propria desertificazione produttiva dell’intero Paese. Alcuni dati possono aiutare a comprendere la dimensione del fenomeno.

Su fonte Unioncamere, si registra che nel 2011 sono stati censiti più di 12 mila fallimenti, con un aumento del 7,4% rispetto alle oltre 11 mila procedure del 2010 (che, a sua volta, aveva fatto segnare un +19,8% rispetto all’anno precedente). Fra 2009 e 2011, si contano 33 mila fallimenti. I fallimenti sono aumentati in tutte le forme giuridiche, con una crescita maggiore per le società di capitali (+8,6% rispetto al 2010), rispetto a quanto si registra nelle altre forme giuridiche (+4,7%). Pur rimanendo il macrosettore con la maggiore frequenza dei fallimenti, l’industria è l’unico comparto che nel 2011 evidenzia un’inversione di tendenza, dopo due anni di crescita della mortalità delle imprese del settore: i fallimenti – in questo comparto - si sono ridotti del 6,3% rispetto al 2010.

Dati relativamente positivi si registrano per la meccanica, la chimica, il settore dei beni di lusso, la siderurgia. A fronte di ciò, è proseguito nel 2011 l’aumento dei fallimenti nel settore delle costruzioni (+7,8% rispetto al 2010) e nel terziario (+10%). Nell’ambito dei servizi, soffrono soprattutto le imprese che operano nel campo della logistica e dei trasporti, nell’informazione e intrattenimento e nella  distribuzione. Per quanto attiene alla distribuzione geografica della mortalità delle imprese, si registra che l’area che ne ha maggiormente sofferto è il Nord-Ovest, con un aumento (+8,4% tra 2011 e 2010) che ha riguardato tutte le regioni dell’area: +3,9% in Piemonte, +8,4% in Liguria, +9,8% in Lombardia e +11,1% in Valle d’Aosta. La provincia di Milano è quella con una maggiore incidenza di fallimenti nel 2011. Quasi un terzo dei 33 mila fallimenti dell’ultimo biennio ha riguardato imprese con sede nel Nord Ovest (più di 10 mila), un quarto imprese meridionali (8.358), il 22% nel Centro Italia (7.284) e il restante 21% nel Nord Est, con licenziamenti nell’ordine delle 300mila unità.

La gran parte di questo fenomeno è spiegabile alla luce di una duplice constatazione. In primo luogo, gli Esecutivi che si sono succeduti negli ultimi anni sono stati completamente inerti per quanto attiene all’attuazione di misure (anche minimali) di politica industriale. In altri termini, nulla si è fatto per rendere meno fragili le nostre imprese, ovvero per agevolarne il ‘salto tecnologico’ e per accrescerne le dimensioni. L’assenza di queste politiche sembra aver pesato soprattutto sulle (poche) imprese esposte sui mercati internazionali, che – data la bassa produttività dei fattori produttivi conseguente allo scarso (o inesistente) flusso di innovazioni – si sono trovate nella condizione di competere con costi di produzione più alti rispetto a imprese concorrenti di altri Paesi. In secondo luogo, le politiche di austerità – ovvero di riduzioni della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale – restringendo i mercati di sbocco interni, hanno colpito, in particolare, le (molte) imprese che operano esclusivamente su mercati locali. Ed è questo il caso soprattutto delle imprese meridionali.

Occorre rilevare, a riguardo, che questi dati segnalano un arretramento del Nord del Paese rispetto agli anni che hanno preceduto la crisi, e, tuttavia, danno anche conto di un ulteriore arretramento dell’economia meridionale, che, come certificato a più riprese da SVIMEZ, registra un tasso di crescita inferiore a quello del resto del Paese per il decimo anno consecutivo.

E’ noto che, fra i molteplici fattori di debolezza del tessuto produttivo del Mezzogiorno, un fattore decisivo è costituito dal razionamento del credito. Non è un problema che emerge oggi, e, tuttavia, è un problema che oggi si aggrava, per la seguente ragione.

La riduzione dei mercati di sbocco (e la maggiore tassazione) hanno ridotto i margini di profitto delle imprese meridionali. Poiché le banche erogano finanziamenti sulla base delle garanzie che le imprese sono in grado di offrire, la riduzione dei profitti rende, per le banche, sempre meno conveniente concedere credito. Il che genera la seguente spirale perversa. Al ridursi della spesa pubblica si riducono i profitti; il che comporta minore possibilità di accesso al credito e, dunque, riduzione degli investimenti e del tasso di crescita, con ulteriori compressione dei profitti e ulteriori fallimenti.

In questo scenario, il Governo sta tenacemente perseguendo obiettivi (in primis, la “riforma” del mercato del lavoro e le liberalizzazioni) del tutto estranei a quelli che, con la stessa tenacia, dovrebbe perseguire: agire, contestualmente, sull’aumento della domanda interna – stimolando i consumi – e sull’assetto tecnologico delle nostre imprese, incentivando l’adozione di tecnologie innovative e contrastando il fenomeno del ‘nanismo imprenditoriale’. La crescita economica – per quanto la teoria economica ci insegna – può essere trainata da flussi di innovazione e/o da politiche (fiscali e monetarie) espansive. Nel decreto “Cresci Italia” c’è ben poco, se non nulla, a riguardo e, tuttavia, esso è presentato appunto come un pacchetto di misure per la crescita. E’ davvero possibile che il prof. Monti confidi nell’aumento del numero di taxi per la ripresa della crescita economica in Italia?

 

 

 


Torna su