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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 34 (8 aprile 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Domenica 08 Aprile 2012 10:35

Lavoro pubblico e riforma

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 8 aprile 2012]

 

A Confindustria non è bastata l’abolizione dell’articolo 18 per i lavoratori del settore privato. La ‘flessibilità in uscita’ (ovvero la maggiore facilità del licenziamento) la si vuole estendere anche al settore pubblico. Un autorevole commentatore del Sole-24 ore ha recentemente tenuto a precisare che “Logica vorrebbe che per la pubblica amministrazione valgano le stesse regole ipotizzate per i lavoratori delle imprese private”. In prima battuta, sembrerebbe un’affermazione appunto logica.

Va tuttavia chiarito che, a dispetto di quanto comunemente si ritiene (e, soprattutto, di quanto le associazioni datoriali hanno interesse a far credere), la disciplina del licenziamento di lavoratori nella Pubblica Amministrazione è già stata ‘semplificata’ dalla cosiddetta Legge Brunetta del 2009 e, ancor più, dalla legge 183/2011, che dispone che il licenziamento può avvenire in tutti i casi nei quali le amministrazioni “hanno situazioni di soprannumero o rilevino comunque eccedenze di personale, in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria”. Dunque, sul piano normativo, non è possibile sostenere che i licenziamenti nel pubblico impiego siano più difficili che nel settore privato.

Occorre precisare che le misure di precarizzazione del lavoro, come certificato dall’OCSE fin dal Rapporto del 2008, non accrescono l’occupazione e tendono a generare significative riduzioni della quota dei salari sul PIL. E’ difficile pensare che il Presidente Monti e il Ministro Fornero, economisti di professione, non siano a conoscenza di questa evidenza. A ben vedere, la precarietà del lavoro ha il solo effetto di rendere più credibile la minaccia di licenziamento, agendo come un dispositivo di ‘disciplina’, e, dunque, di accrescere il rendimento dei lavoratori occupati, consentendo riduzioni dei salari. Ed è questo effetto che maggiormente interessa gran parte delle nostre imprese, poco innovative, di piccole dimensioni, con margini di profitto bassi e capaci di competere su scala internazionale solo mediante compressione dei costi di produzione (salari e costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, in primo luogo). Vi è di più. Le politiche di precarizzazione del lavoro (nel settore privato) sono anche funzionali all’aspettativa – da parte del Governo - che, movendosi in questa direzione, l’Italia riesca ad attrarre investimenti e a evitare delocalizzazioni. Ma, anche su questo aspetto, l’evidenza empirica disponibile non segnala alcuna correlazione significativa fra riduzione delle tutele dei lavoratori e aumento degli investimenti privati.

Nel settore pubblico, in Italia, lavorano circa 3,5 milioni di individui, dei quali circa 3 milioni con contratti a tempo determinato e l’occupazione nelle pubbliche amministrazioni costituisce circa il 15% dell’occupazione complessiva. L’architettura normativa che, quasi inevitabilmente, porterà a un sostanziale ‘dimagrimento’ della Pubblica Amministrazione ha il suo nucleo nel Patto di Stabilità interno, e la legge 183/2011 ne è il naturale corollario. Come è noto, il Patto di Stabilità pone vincoli stringenti alle amministrazioni pubbliche in merito al rispetto del pareggio del loro bilancio. Il che significa che le amministrazioni che sono tenute a rispettarlo possono spendere per l’erogazione di beni e servizi pubblici nei limiti di quanto raccolgono attraverso tassazione e tributi. E’ quindi del tutto evidente che, nelle aree del Paese nel quale il prodotto interno lordo è più basso (e, quindi, nel Mezzogiorno in primo luogo), essendo più basso il gettito fiscale, il Patto di Stabilità interno costituisce un vincolo più difficilmente sostenibile rispetto alle aree più ricche del Paese. Il che, peraltro, è già nei fatti, e lo si verifica semplicemente confrontando la quantità e la qualità di beni e servizi pubblici fra Nord e Sud.

In questo scenario, l’introduzione di norme che, oltre che consentire, incentivino le Pubbliche Amministrazioni a licenziare comporta il solo effetto di accrescere ulteriormente i divari regionali, potendosi ragionevolmente prevedere i seguenti effetti. 1. L’aumento della disoccupazione riduce la base imponibile e, a parità di aliquota di imposta, riduce il gettito; 2. La riduzione del gettito fiscale comporta minore (e peggiore) erogazione di beni e servizi pubblici, dal momento che la loro produzione deve essere finanziata appunto attraverso la tassazione; 3. La riduzione dell’occupazione nel settore pubblico contribuisce ad amplificare questo effetto dal momento che a minore occupazione corrisponde minore produzione. Si osservi che questa spirale viziosa sarebbe tanto più intensa nel Mezzogiorno, dal momento che è in quest’area che è collocata la gran parte del pubblico impiego, e, dunque, sarebbero maggiormente penalizzati (in quanto a minore dotazione di beni e servizi offerti dall’operatore pubblico) i cittadini e le imprese residenti al Sud.

Anche ammettendo, come gran parte dei commentatori ritiene, che il settore pubblico non sia altro che un luogo nel quale si raccolgono “fannulloni”, occorrerebbe chiedersi se sia preferibile maggiore disoccupazione (e minore erogazione di beni e servizi pubblici, soprattutto al Sud) o maggiore occupazione, anche se scarsamente produttiva. Giacché di questo conflitto di obiettivi si tratta: rendere più facili i licenziamenti nel pubblico impiego non comporta – soprattutto in un’economia a crescita zero – maggiore incentivo ad assumere. I licenziamenti nel pubblico impiego potrebbero essere, infatti, unicamente motivati dall’imposizione dei vincoli derivanti dal Patto di stabilità interno, che sono, per loro natura, il prodotto di una decisione politica: in tal senso, questi vincoli rientrano nella categoria della coercizione e non della volontarietà che caratterizza gli scambi sul mercato. D’altra parte, il settore pubblico non persegue obiettivi di profitto e non agisce in un contesto concorrenziale, così che, in linea di principio, non ha senso equiparare lavoratori del settore privato e lavoratori del settore pubblico. I primi sono licenziabili per scelte di operatori economici (le imprese private) che perseguono l’obiettivo del profitto; i secondi potrebbero essere licenziabili per scelte di operatori economici (le pubbliche amministrazioni) che non perseguono questo obiettivo, ma che devono attenersi a vincoli che derivano da scelte politiche e, in quanto tali, discrezionali e, dunque, discutibili.

Vi sono dunque buone ragioni per ritenere che l’operazione che si vuole compiere non è finalizzata né a rendere più equo il mercato del lavoro, né a rendere più efficiente la Pubblica Amministrazione, bensì a ‘snellire’ ulteriormente lo Stato Sociale, stando al principio – tutto ideologico - secondo il quale ogni diritto è negoziabile e, quando si tratta di ‘riformare’ il mercato del lavoro, non sono ammissibili tabù.

 

 


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