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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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Che cos'è un'Universitas - (24 agosto 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Martedì 25 Agosto 2015 11:59

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di lunedì 24 agosto 2015]

 

Questioni cruciali come i finanziamenti alla ricerca scientifica, sollevate da Guglielmo Forges D’Avanzati e un pochino anche da me, non si risolvono nello spazio di un articolo sul giornale. Ma la tribuna offerta dal Quotidiano è strumento primo di trasparenza e mi permetto di utilizzarla ancora. Nel mio intervento precedente ho parlato di massa critica e di Università. Per chi non ha molta familiarità con il sistema universitario, è bene ricordare che la parola “universitas” implica la copertura dell’universalità del sapere. Il sapere è contenuto fisicamente, oltre che nelle biblioteche e nella rete, nei cervelli dei docenti. Il sapere universale, una volta contenibile in un singolo cervello (tipo quello di Pico della Mirandola), è oggi suddiviso nelle varie branche della conoscenza e, in ogni Università, queste sono rappresentate dai docenti che insegnano le materie dei vari rami del sapere che, nel nostro paese, si chiamano settori disciplinari. A differenza dei professori di liceo, i professori universitari devono contribuire, con le loro ricerche, allo sviluppo delle conoscenze che insegnano. I prodotti della ricerca sono di solito le pubblicazioni scientifiche o, se si fa ricerca tecnica, i brevetti. La qualità della ricerca di un docente universitario, quindi, si misura con quel che produce in termini di nuovo sapere e lo mette a disposizione degli altri, pubblicandolo. Ci sono docenti universitari che insegnano soltanto, e non producono scientificamente. Le ricerche di quelli che producono possono avere rilevanza locale, oppure provinciale, regionale, nazionale, fino alla rilevanza internazionale. Il valore di un’università si misura con il rilievo dei suoi docenti. Nient’altro. Oxford e Cambridge non sono famose perché hanno begli edifici, o perché ci sono corsi in tutte le branche del sapere. Sono famose perché i professori vincono premi Nobel, oppure perché, se uno (o una) vince un premio Nobel, viene conteso dalle università migliori che, in effetti, sono le migliori perché hanno i docenti migliori. Per diventare “i migliori” si deve fare ricerca e per fare ricerca ci vogliono fondi. E oramai la ricerca si fa mettendo assieme molti “cervelli”. Le piccole Università non possono assumere troppi docenti in una disciplina, perché questo sarebbe di svantaggio per le altre che, di fatto, non sarebbero rappresentate. Ecco che significa “massa critica”. Ci vuole un numero minimo di cervelli per fare un gruppo di ricerca competitivo a livello internazionale, un gruppo che possa collaborare alla pari con altri gruppi analoghi. Un’Università come quella salentina non si può permettere di eccellere in ogni branca del sapere. Poche sono in grado di farlo. Pochissime. Neppure Roma Sapienza, la più grande Università italiana, esprime ricerca di prim’ordine, e ha massa critica, in tutte le branche del sapere.

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Più fondi alla ricerca, ma anche severissime valutazioni… - (20 agosto 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Venerdì 21 Agosto 2015 11:25

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 20 agosto 2015]

 

L’analisi di Guglielmo Forges Davanzati pubblicata martedì sul Quotidiano [leggila in questo sito, cliccando qui] mi trova perfettamente d’accordo: occorre investire di più in ricerca, soprattutto al Sud. Concordo anche sull’analisi che vede nella presenza di imprese di ridotte dimensioni la causa del mancato assorbimento nel mondo del lavoro di chi produce nuova conoscenza. Una piccola impresa non ha le risorse per finanziare ricerca di alto livello. Purtroppo, a quanto pare, neppure le imprese di grandi dimensioni. In passato è già stata percorsa la strada di mettere a disposizione dei poli industriali di Brindisi e di Taranto un centro di ricerca di altissimo livello. Mi riferisco al Pastis di Mesagne che, nelle intenzioni di chi lo costruì, doveva fornire conoscenza alle industrie delle due città salentine, visto che in nessuna erano presenti centri di ricerca industriale. Sappiamo come è andata a finire: il Pastis è miseramente fallito. Non bastano i fondi per innescare processi di rinascita di un territorio. Pare stia andando meglio con l’aerospaziale, e anche con le nanotecnologie: si tratta di settori importantissimi che, però, rappresentano solo una parte delle potenzialità che il nostro territorio ha da esprimere. E la ricerca, è bene ricordarlo, non è solo applicata e, quindi, al servizio dell’industria.

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Direttore Generale, a chi la scelta? – (30 maggio 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Domenica 31 Maggio 2015 07:33

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 30 maggio 2015]

 

Leggo sul Quotidiano che il Rettore Zara vuole scegliere il Direttore Generale dell’Università del Salento e si contrappone in qualche modo al Consiglio di Amministrazione sui criteri di scelta. Non ho votato per Zara, perché lo ritenevo espressione dell’Amministrazione precedente, però quando ha ragione… ha ragione. Il Direttore Generale è il braccio amministrativo del Rettore. Il Rettore deve esprimere la visione politica della gestione universitaria, e il Direttore Generale la deve mettere in atto, rendendola operativa. Ci deve essere un rapporto di totale fiducia tra i due, ed è impensabile che non sia il Rettore a sceglierlo. Poi, se la scelta è sbagliata, il Rettore ne deve trarre le dovute conseguenze. Se non ricordo male, avvenne la stessa cosa nell’Amministrazione precedente a questa. Il Rettore propose un nome, qualcuno lo trovò discutibile, ma il Rettore pose la fiducia e gli fu dato il Direttore Generale che voleva. Poi, a seguito di registrazioni di colloqui, si accorse di aver sbagliato e accusò di tradimento il Direttore Generale che così fortemente aveva voluto. C’è una causa in corso e se il ricorso del Direttore Generale sarà accolto, l’Università del Salento dovrà risarcirlo con seicentomila euro. Perché il Rettore, accortosi del “tradimento”, praticamente lo costrinse alle dimissioni, da qui il ricorso. Caso strano, però, visto che la scelta era stata sua, e sua era la responsabilità della persona prescelta, non si dimise. La fiducia richiesta era stata ovviamente mal riposta. Poi fu la volta di Zara ad essere accusato di tradimento da un anonimo esponente dell’Amministrazione precedente, escluso dalla rosa dei delegati. E Zara parlò di intimidazioni mafiose.

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Eccellenza… ma mi faccia il piacere! – (2 marzo 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Venerdì 06 Marzo 2015 07:42

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 2 marzo 2015]

 

Ha ragione Enrico Mauro a prendere in giro la parola eccellenza, adoperata per definire la produzione di professori universitari. La valutazione è una cosa molto delicata e i valutatori possono fare gravi errori di autoreferenzialità. Per completezza di informazione, però, diciamo che il prof. Mauro opera nel campo del Diritto Amministrativo e che l’area giuridica non è il paradigma di tutta l’Università. All’Università i docenti sono chiamati a svolgere due funzioni essenziali: la docenza e la ricerca. La docenza non li impegna moltissimo, sono centoventi ore all’anno di lezione. Poi ci sono gli esami, le tesi, ma si tratta pur sempre di un carico di lavoro non particolarmente oneroso. Il resto del tempo andrebbe dedicato alla ricerca. Un professore universitario deve fornire contributi originali all’avanzamento delle conoscenze che, dall’alto della cattedra, impartisce ai discenti. E quanto più rilevanti sono questi contributi, tanto più aumenta quella che Mauro, con molta ironia, chiama eccellenza. Nel campo giuridico non è facile da verificare. Ma in moltissimi altri campi esistono, in tutto il mondo, criteri di valutazione condivisi che permettono facilmente di capire se un docente svolge ricerca di un certo livello oppure no. Non è facile dire, all’interno di una data fascia qualitativa, se uno è più bravo dell’altro, ma non è difficile riconoscere chi ha acquisito un livello internazionale da chi è rimasto in ambito provinciale.  Valutare è difficilissimo, ma è l’unico modo che abbiamo per non appiattire l’Università a un mero esamificio. Diciamo che in alcuni campi le valutazioni si fanno, eccome. Se siamo malati e ci dobbiamo curare troviamo il modo per sapere quale professore sia più indicato a curare le nostre patologie, e troviamo anche il modo di sapere quale sia la migliore struttura. Valutare si può anche in campo giuridico, per esempio analizzando il tasso di successo nella difesa di cause in tribunale. Ma qui siamo nella pratica (malati guariti, cause vinte), mentre all’Università si devono elaborare nuove teorie, per trovare nuove pratiche. Se vogliamo entrare in campo economico, non posso non sorridere al pensiero che la migliore Università italiana in campo economico è la Bocconi. Vi si elaborano magnifiche teorie. Poi diamo il paese in mano a Monti, che chiama altri eccellenti professori universitari, come Elsa Fornero, ed ecco che il disastro è assicurato.

E quindi sì, è difficilissimo valutare. Ma non esiste altra strada. Le valutazioni possono cambiare. Monti e Fornero erano eccellenti, poi la prova dei fatti ci ha mostrato che, sotto la vernice scintillante, la carrozzeria era abbastanza arrugginita. Si cambia opinione. Ma questo significa che non si può sapere chi, in Italia, sia ai vertici qualitativi in un certo campo e chi no? Le valutazioni si fanno periodicamente e devono servire di stimolo a migliorare. Che alternativa si propone? Il nulla? Oppure il mero numero di studenti ai quali si è fatta lezione, e il numero di esami superati? C’è molta resistenza, nel sistema universitario, alla valutazione. Si preferiscono le divisioni a pioggia, in modo da accontentare la maggioranza.

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Università di serie A e di serie B? - (5 marzo 2015) PDF Stampa E-mail
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Giovedì 05 Marzo 2015 11:52

[“Nuovo Quotidiano di Lecce di giovedì 5 marzo 2015]

 

Il Presidente Renzi ha recentemente dichiarato che è inutile negare che, in Italia, esistono Università di serie A e Università di serie B. Si tratta di una dichiarazione che non solo non fotografa l’attuale condizione del sistema universitario italiano, ma che – se letta in chiave normativa (ovvero, se riferita a ciò che dovrebbe essere) – può risultare estremamente pericolosa per la ricerca scientifica in Italia. Per mostrarlo, conviene partire dalle raccomandazioni europee in materia di formazione e ricerca.

L’Unione Europea è diffusamente percepita come un club dominato dalla Germania, la cui sola funzione è imporre stringenti vincoli al bilancio pubblico dei Paesi membri, attraverso l’attuazione di politiche di austerità. Occorre riconoscere che l’Unione Europea non è solo questa e, almeno per quanto attiene al settore della formazione, raccomanda il raggiungimento di obiettivi dai quali l’Italia va continuamente distanziandosi, in virtù delle opinabili scelte che gli ultimi Governi italiani hanno effettuato. Fra questi: l’agenda di Lisbona prescrive di destinare il 3% del Pil agli investimenti in ricerca e innovazione, a fronte di un investimento italiano pari a circa l’1% e in costante riduzione; la commissione europea propone ai Paesi dell’eurozona di raggiungere una quota di laureati pari al 40%, a fronte di circa il 20% in Italia, anche in questo caso in costante riduzione. E, per quanto riguarda la valutazione della ricerca, si ritiene che la si debba fare con il minimo uso di indicatori e automatismi, e con la massima partecipazione dei soggetti ai quali essa è destinata (è il caso del primo esercizio di valutazione, effettuato in Inghilterra negli anni ottanta, e tuttora diffusamente considerato un esercizio da imitare).

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