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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 133 - (4 settembre 2014) PDF Stampa E-mail
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Giovedì 04 Settembre 2014 11:50

Come funziona l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca)

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 4 settembre 2014]

 

L’Unione Europea è diffusamente percepita come un club dominato dalla Germania, la cui sola funzione è imporre stringenti vincoli al bilancio pubblico dei Paesi membri, attraverso l’attuazione di politiche di austerità. Occorre riconoscere che l’Unione Europea non è solo questa e, almeno per quanto attiene al settore della formazione, raccomanda il raggiungimento di obiettivi dai quali l’Italia va continuamente distanziandosi, in virtù delle opinabili scelte che gli ultimi Governi italiani hanno effettuato. Fra questi: l’agenda di Lisbona prescrive di destinare il 3% del Pil agli investimenti in ricerca e innovazione, a fronte di un investimento italiano pari a circa l’1% e in costante riduzione; la commissione europea propone ai Paesi dell’eurozona di raggiungere una quota di laureati pari al 40%, a fronte di circa il 20% in Italia, anche in questo caso in costante riduzione. E, per quanto riguarda la valutazione della ricerca, si ritiene che la si debba fare con il minimo uso di indicatori e automatismi, e con la massima partecipazione dei soggetti ai quali essa è destinata (è il caso del primo esercizio di valutazione, effettuato in Inghilterra negli anni ottanta, e tuttora diffusamente considerato un esercizio da imitare).

In Italia accade questo. L’Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca (ANVUR) – il cui costo di funzionamento è stimato a circa 10milioni l’anno – stabilisce un elenco di riviste sulle quali i ricercatori sono chiamati a pubblicare, definendole di fascia A sulla base di tecniche e metodologie alquanto discutibili. Fra queste, si può considerare il fatto che ANVUR considera “eccellente” un ricercatore che pubblichi su riviste con elevata “reputazione”, del tutto indipendentemente dalla rilevanza dei contenuti della ricerca. La “reputazione” di una rivista è certificata dal suo “fattore di impatto” (impact factor), e la sua certificazione è effettuata sulla base di criteri individuati dall’istituto Thomas Reuters, azienda privata anglo-canadese. In altri termini, in Italia si valuta il contenitore (la rivista), non il contenuto, e il contenitore è buono se lo considera tale una delle più grandi imprese private su scala mondiale che opera nel settore dell’editoria. Va peraltro ricordato che l’impact factor è stato pensato come strumento per selezionare l’acquisto di riviste da parte delle biblioteche universitarie, e, anche sul piano strettamente tecnico, da più parti se ne sconsiglia l’uso ai fini della valutazione della ricerca scientifica: è recente la denuncia dell’Accademia dei Lincei contro l’uso di indicatori bibliometrici per la valutazione della ricerca, soprattutto nelle scienze umane e sociali. E va anche ricordato che negli Stati Uniti – le cui Università sono comunemente ritenute estremamente sensibili alla “cultura della valutazione” – l’impact factor non è quasi mai considerato un indicatore attendibile per valutare la qualità della produzione scientifica.

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Medicina sì, ma come? - (17 luglio 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Giovedì 17 Luglio 2014 09:08

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 17 luglio 2014]

 

Il Preside Eduardo Pascali auspica l’apertura di una Facoltà di Medicina presso l’Università del Salento. Non posso che concordare con lui. E non sarebbe neppure così difficile realizzare questo “sogno nel cassetto”. Abbiamo un grande ospedale, il Vito Fazzi. Potrebbe diventare un Policlinico. Perché spero che nessuno osi pensare di costruire un policlinico a fianco del Fazzi. Ci sono i primari, e gli aiuti e tutto il resto. Basta farli diventare docenti universitari e il gioco è fatto. Non possiamo pensare di bandire nuovi posti di ordinari e associati e quant’altro per far fronte alle esigenze della Facoltà di Medicina, e costruirle anche una nuova sede. L’unica cosa che manca è un bel complesso di aule. E quello si può costruire a fianco dell’Ospedale, c’è così tanto posto!

Tutto facile, allora? Non credo. A Bari c’è una Facoltà di Medicina, e i professori baresi temo abbiano altri pensieri che promuovere i primari dell’Ospedale di Lecce a loro colleghi. Devono piazzare i propri allievi. Come già hanno fatto in molte Facoltà dell’Università del Salento. E si opporranno duramente a una logica di reclutamento che non passi attraverso di loro. 
Purtroppo, in molte Università italiane la Facoltà di Medicina è un moloch che ingoia risorse immani, con storie di familismo che hanno gettato discredito su tutto il sistema universitario nazionale. Non è detto che questo si debba ripetere anche da noi, ma dobbiamo stare molto attenti. Tutte le nuove iniziative, prima, partivano con i famosi “costi zero” e poi si arrivava a situazioni insostenibili e i costi nascosti venivano esplicitati. Non possiamo non fare tesoro delle esperienze del passato.

Certo che non possiamo aprire Agraria e Medicina. Stentiamo a tenere aperto quel che già esiste. Dovremo decidere quali priorità rispettare, priorità che abbiano a cuore un contributo alla crescita culturale ed economica di questo territorio. 
Ma non illudiamoci che sian cose semplici e indolori.

Prima di aprire altri capitoli di spesa, vediamo di mettere a posto l’esistente. Valutiamo bene, anzi benissimo, i risultati delle valutazioni del sistema universitario, e vediamo quali aree hanno ottenuto buone valutazioni. Vediamo se ci sono margini di miglioramento o se ci sono rami da tagliare tra le aree che hanno contribuito negativamente alla valutazione della nostra Università. Sono discorsi che non riscuotono grande entusiasmo. Tutti vogliono ampliare.

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 99 - (13 luglio 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Domenica 13 Luglio 2014 15:49

Scegliere la facoltà con la ragione del sentimento


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 13 luglio 2014]



Ci sono quelli che hanno scelto da tempo: qualcuno lo ha fatto  già quand’era bambino e si è portato dietro e dentro quell’idea di un lavoro da fare da grande.

Ci sono quelli che fino all’ultimo minuto restano incerti, disorientati, dubbiosi, a volte perché di idee ne hanno troppe, e quando si hanno troppe idee può accadere che ci si confonda.

Negli anni la scelta dell’università si è fatta sempre più difficile. L’incertezza delle possibilità, delle prospettive, molto spesso ha costretto i ragazzi a rinunciare ai desideri. Forse è vero che scegliere una strada non è stato mai facile per nessuno; forse è vero che non è stato mai tanto difficile quanto adesso. I ragazzi si guardano intorno e vedono vicoli ciechi. Certo, ogni anno ci sono i giornali che confezionano la loro guida all’università, che pressappoco è  com’è stata l’anno prima, perché in fondo non può essere diversa, perché in fondo è cambiato poco, perché forse non è  cambiato niente.

Talvolta uno sceglie in base alle previsioni di quello che sarà il mercato del lavoro fra cinque, sei, dieci anni. Ma non sono rari i casi in cui quelle previsioni non fanno altro che dire quello che tutti sanno o possono dedurre facilmente guardando il tempo.

In un giorno di agosto con quaranta gradi all’ombra, non c’è bisogno degli indovini per sapere  che domani farà caldo e anche domani l’altro, come non ce n’è bisogno in un giorno nevoso di febbraio per sapere che farà freddo certamente.

I dubbi stanno nelle stagioni di mezzo, di passaggio, quando il tempo cambia rapidamente, quando tra le nuvole s’intravede il sole e un istante dopo non si vede più, quando il vento cambia continuamente direzione. Questo tempo è una stagione di mezzo. E’ difficile scegliere perché è difficile prevedere.

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La lanterna di Diogene 9. Storture universitarie PDF Stampa E-mail
Universitaria
Sabato 12 Luglio 2014 08:49

["Il Galatino" anno XLVII n. 13 dell'11 luglio 2014, p. 3].

 

Mi sono da poco arrivate, dalla Presidenza della mia Facoltà, le disposizioni per le lauree della sessione estiva. Niente di nuovo, purtroppo. Ma non dipende dall’Ateneo né dalle singole Facoltà. Si tratta di rispettare la riforma avviata dal ministro Mariastella Gelmini nel 2010. La Commissione di laurea, che dev’essere composta da “almeno” tre docenti, è decisa dal docente relatore della tesi, che è uno dei tre. Già in questa prospettiva si può paventare qualcosa di viziato, cioè che si formino delle terne di docenti ruotanti nelle tesi che riguardano allievi dei tre docenti: e, sia chiaro, non per condurre loschi affari, ma per lavorare in un clima di serena amicizia. La commissione, così formata, dovrà decidere anche data e luogo in cui si farà la valutazione delle tesi. Però il laureando, in relazione all’anno di iscrizione all’Università, non può essere presente alla discussione della propria tesi. Questo non è giusto perché, mentre avviene la discussione dei docenti che valutano il suo lavoro trovandone eventuali limiti, spropositi, carenze, il laureando, non ammesso alla discussione, non può giustificare e spiegare il proprio operato. Eppure nessun tribunale emette sentenze senza ascoltare l’interessato. Ma non c’è solo il pericolo che i tre o più docenti giudichino severamente l’elaborato dello studente, senza che il candidato possa giustificare il proprio prodotto, ma c’è anche l’ipotesi opposta: facciamo l’avvocato del diavolo e, visto il mercato dei cosiddetti centri culturali privati che “aiutano” (dietro consistente pagamento) il laureando nel lavoro di tesi, immaginiamo di trovarci davanti ad una tesi ottima, di altissimo livello. I docenti della commissione  vogliono verificare se  quel lavoro è farina “del sacco” dello studente. Ma costui, non essendo presente “per legge”, non può dimostrare di non essere stato sostituito, nella stesura del lavoro, da altri soggetti. Insomma, ci troviamo con una prassi che va al di là delle norme costituzionali che garantiscono al massimo i diritti del cittadino. Eppure queste storture nascono da una legge dello Stato italiano. Non è colpa né dello studente né delle Università, ma di governanti che si son sentiti chiamati, in maniera prioritaria, a far quadrare l’equilibrio tra partiti e correnti. E il paese, e i cittadini? Ognuno dia una risposta.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 95 - (30 maggio 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Sabato 31 Maggio 2014 06:55

Lauree in Italia. La vergogna di essere ultimi

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 30 maggio 2014]

 

Ultimi veniamo noi. Dopo la Romania e la Macedonia, veniamo noi. Ultimi. Con un tasso di laureati fra i trenta e i trentaquattro anni immobile al 22,4%. La Germania si attesta al 33,1, la Francia  al 44 , il Regno Unito al 47,6 , la Spagna al 40,7,  il Portogallo al 29,2. La media europea è del 36,8%. Ultimi veniamo noi.

Più volte questo giornale si è occupato dell’argomento. Perché brucia. Perché lo squilibrio nella formazione comporta lo squilibrio in ogni altro settore. Se davvero si vuole la crescita del Paese si deve inevitabilmente cominciare a far crescere il capitale umano. Non c’è alternativa.

Si potrebbero indagare le cause di questo fenomeno, analizzarle, discuterle. Si può, certamente. Ma non servirebbe, non serve a niente. Serve configurare situazioni future, adesso. Quello che adesso serve è un progetto strutturale articolato in due fasi, essenziali: l'orientamento costante tra la scuola superiore e l'università; il nodo stretto tra l'università e il mondo del lavoro. Se manca o se non funziona perfettamente anche una soltanto delle due fasi, la forbice resterà inevitabilmente aperta e si chiuderà esclusivamente per tagliare saperi, competitività, economia, sviluppo, benessere, progresso. Non è più possibile perdere tempo. Al precariato che, oltre alle esistenze, umilia un Paese, non se ne può aggiungere altro. Si tratta, semplicemente, di una condizione per la sopravvivenza di una società. Si tratta di scegliere tra  mantenere marcato il profilo della cultura e della formazione oppure di abbandonarsi all'idea di una subalternità, anche di una colonizzazione.

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