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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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Agraria a Lecce – (8 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Martedì 08 Aprile 2014 06:50

["Nuovo Quotidiano di Puglia“ di martedì 8 aprile 2014]

 

Un’osservazione neppure molto attenta del sistema economico salentino mostra tre grandi potenzialità: ambiente costiero, patrimonio culturale, agricoltura. Le scelte industriali di Brindisi e Taranto hanno dato innegabili vantaggi a breve termine ma, nel lungo termine, gli svantaggi sono diventati molto evidenti. I modelli di sviluppo del passato rivelano molte carenze e molte controindicazioni.

Il modo con cui stiamo amministrando queste tre potenziali ricchezze non è saggio. La costa è stata devastata dall’abusivismo selvaggio e, in questi ultimi anni, il turismo balneare si è trasformato, almeno in alcuni nuclei, in una serie di bolge infernali con migliaia di esagitati che danzano al ritmo di musiche tribali, totalmente incuranti dei luoghi in cui celebrano i loro rituali. Il patrimonio culturale spesso viene abbandonato nell’incuria. L’agricoltura, invece, ha subito una rapida evoluzione verso l’eccellenza. Il vino da taglio, di infima qualità, prima prodotto in Puglia ora è diventato vino di primissima qualità. I produttori hanno assunto enologi, preparati altrove, e con il loro aiuto sapiente hanno trasformato un prodotto di scarso valore in un prodotto di livello mondiale. Lo stesso salto di qualità si deve fare con l’olio e ci sono già molti produttori che hanno iniziato questa strada. 
Ho ricordato in altre occasioni che quando Brindisi e Taranto scelsero l’industria come volano di sviluppo, Lecce scelse l’Università. E l’Università è la prima produttrice di cultura e competenza. Una parte di questa “produzione” deve essere libera da qualsiasi vincolo, in modo che le potenzialità intellettuali possano trovare sviluppo senza essere costrette ad una dimensione provinciale. Ma una missione dell’Università deve anche essere di contribuire al progresso socio-economico del territorio in cui insiste.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 123 - (4 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Venerdì 04 Aprile 2014 20:29

Il pericoloso percorso a ostacoli che porta alle università di eccellenza


[in “Roars” del 4 aprile 2014]

 

Il neo Ministro Stefania Giannini si è dichiarata favorevole a una rimodulazione della normativa sui c.d. punti organico (P.O.), e le sue dichiarazioni sembrano segnare una svolta rispetto agli orientamenti prevalenti al MIUR negli ultimi anni. Ricordiamo che i punti organico assegnati dal Ministero alle Università definiscono i vincoli del turnover e, dunque, le possibilità di reclutamento delle singole sedi. Ricordiamo anche che l’ex Ministro Carrozza ha avallato una incredibile redistribuzione dei P.O. a danno di quasi tutte le Università meridionali, la cui logica appare tuttora sfuggente (http://www.roars.it/online/punti-organico-una-proposta-che-si-puo-rifiutare/).

In effetti, è difficile vedere altra ratio nella normativa sui punti organico se non quella di bloccare il reclutamento in alcune sedi, per portarle gradualmente alla chiusura e per arrivare a un modello – di matrice anglosassone – ­con distinzione fra research e teaching universities. Si può ricordare, a riguardo e fra le altre, la dichiarazione di Sergio Debenedetto, membro del consiglio direttivo ANVUR, per il quale:

“Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta”.

E si può ricordare anche la proposta di Francesco Giavazzi di chiudere le Università di Bari, Messina e Urbino, a ragione della loro bassa qualità come certificata dalla VQR (http://www.roars.it/online/francesco-giavazzi-e-la-sua-magnifica-ossessione/).

Si consideri “eccellente” uno studioso che ha conseguito i punteggi massimi nell’ultimo esercizio VQR, e si consideri eccellente una sede universitaria che risulta, per tutti i settori disciplinari, qualitativamente superiore alla media. Il problema del progetto Debenedetto-Giavazzi et al. risiede nel fatto che si tratta di un progetto molto difficilmente realizzabile, sia per ragioni tecniche, sia per ragioni politiche, e, sotto molti aspetti, non desiderabile per l’efficienza dell’intero sistema universitario nazionale.

Per realizzarlo occorrono i seguenti passaggi, che prefigurano una vera e propria corsa a ostacoli.

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Il futuro dei nostri giovani – (21 marzo 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Sabato 22 Marzo 2014 08:38

[“Nuovo Quotidiano di Puglia di venerdì 21 marzo 2014]

 

Ha ragione il preside Errico a chiedere che i nostri giovani possano costruirsi un futuro attraverso l’acquisizione di competenze ottenute frequentando l’Università, e ha ragione a dire che non ci sono più le occasioni di una volta, nel nostro paese, per chi abbia acquisito un titolo universitario. Ma, vi assicuro, tutti quelli che vogliono e che sono diventati in gamba attraverso i loro studi trovano lavoro. La disoccupazione non esiste, per chi è bravo a fare il proprio mestiere, avendo imparato bene qualcosa per la quale nutre una passione.

Sono matto? Vivo in un altro mondo? Dove le vedo tutte queste occasioni di lavoro? Le vedo nel mondo. I nostri giovani si dividono in tre categorie: quelli che hanno acquisito una professionalità e non trovano lavoro dove sono nati, quelli che non hanno acquisito alcuna professionalità e non trovano lavoro, quelli che hanno acquisito una professionalità e che sono andati a lavorare dove la loro professionalità è apprezzata. Certamente le prime due categorie non se la passano bene, ma la terza (che di solito ha frequentato l’Università) non ha problemi. Prima emigravano i manovali, ora emigrano i laureati. Non ci sono problemi, allora? Beh, ci sono soprattutto per il paese, non per i giovani capaci e volenterosi. Il nostro paese investe in istruzione. Questi ragazzi pagano molto meno, in tasse, di quel che vale la loro istruzione. Nonostante i tagli, è sempre lo stato a pagare gran parte dei costi. Ma il paese non sa che farsene di questo investimento in costruzione di cultura e capacità. I giovani allora partono, vanno dove il loro lavoro è apprezzato. Partono molto arrabbiati con il loro paese. Loro lo amano, ma non si sentono amati. Si sentono respinti, e gli innamorati respinti spesso trasformano l’amore in odio, in rabbia repressa. Ma per i nostri giovani non c’è pericolo. Si innamorano di nuovo, trovano qualcuno che li apprezza, e dimenticano presto quel primo amore che li ha illusi, che si è concesso, ma che poi li ha mandati via. Non sono i giovani capaci e volenterosi ad essere le vittime. La vittima è il sistema produttivo che non ha bisogno di risorse umane qualificate. Un sistema produttivo che manda via i giovani capaci, che hanno studiato e hanno messo a frutto le proprie passioni, non ha un gran futuro davanti a sé. E, infatti, siamo in crisi. Se gli altri paesi trovano un impiego per persone qualificate e il nostro invece non sa che farsene dei suoi giovani, il problema non è dei giovani, è del paese. I giovani semplicemente se ne andranno ad arricchire, con il loro lavoro, il paese che li ha accolti e che ha trovato preziosa l’istruzione che il nostro stupido paese ha messo a loro disposizione (per poi regalarla ad altri).

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 89 - (19 marzo 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Giovedì 20 Marzo 2014 17:16

Università e lavoro: un corto circuito da riparare

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 19 marzo 2014]

 

Cinquanta, quaranta, trent’anni fa, i contadini, gli emigranti, gli artigiani, gli operai, gli impiegati, i pochi maestri elementari, le casalinghe, si toglievano il pane dalla bocca – senza nessuna metafora- per mandare i figli alla scuola superiore e poi all’università. Sapevano perfettamente che l’istruzione  li avrebbe affrancati dalla miseria, dalla miniera, dal lavoro alla giornata, che un titolo di studio gli avrebbe concesso una professione rispettata, una sicurezza economica. Tutta la loro esistenza si fondava sulla speranza di un figlio professore, ingegnere, medico, avvocato, architetto, commercialista. Non avevano altri sogni. Mai una volta al cinema. Mai una vacanza. Al ristorante si andava soltanto per il matrimonio di un parente. Basta. Era gente che in silenzio  pensava quello che diceva Nelson Mandela: “L’istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l’istruzione che la figlia di un contadino può diventare un medico, che il figlio di un minatore può diventare il capo della miniera, che un bambino di contadini può diventare il presidente di una grande nazione, perché l'educazione, l'istruzione e la formazione sono le armi più potenti per cambiare il mondo”.

Tutti coloro che adesso sono professionisti affermati in ogni settore, scienziati riconosciuti a livello internazionale, vengono da quelle famiglie di povertà dignitosa e di saggezza sovrumana, che

rappresentano la testimonianza vivente di quelle lucide e anche commoventi parole scritte nell’articolo 34 della Costituzione: i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Padri e madri, privi di mezzi, mandavano i figli a scuola, dunque.

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L’Università in missione – (28 febbraio 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Sabato 01 Marzo 2014 17:09

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 28 febbraio 2014]

 

L’Università ha due missioni principali: la formazione di livello superiore, e la ricerca. I professori universitari, con la ricerca, devono dare un contributo originale alla disciplina che insegnano. Ma ora è stata identificata una terza missione che prevede (cito da un sito ufficiale):  “Ogni Struttura all'interno dell'Ateneo si impegna per comunicare e divulgare la conoscenza attraverso una relazione diretta con il territorio e con tutti i suoi attori”.

Questa nuova “missione” ha il fine di far uscire gli universitari dalla famigerata torre d’avorio sulla quale si rifugiano, rendendosi incomprensibili ai più attraverso l’uso di terminologie astruse e concetti “difficili”. Il professore universitario non parla al pubblico, parla ai colleghi. I professori che scrivono sui giornali, vanno in TV, e usano i media sono spesso considerati “poco seri” dai colleghi.

Ora l’Università vuole aprirsi ai media e spiegare quel che le sue ricerche rivelano. Alcune porzioni della comunità scientifica lo fanno da sempre. Il progetto genoma, la particella di dio, la vita sugli altri pianeti, sono oggetto di campagne mediatiche tese a confermare grandi finanziamenti a specifici progetti di ricerca. A volte si può anche fare qualche passo falso, e annunciare di aver misurato una particella più veloce della luce, con tanto di Ministro Gelmini che vanta la costruzione di un tunnel che non c’è.

Perché è importante la terza missione? Perché gran parte della ricerca viene svolta con soldi pubblici e il pubblico deve sapere come vengono spesi i suoi soldi. Deve essere convinto che valga la pena di investire in ricerca e deve approvare le scelte in questa direzione, magari persino promuovendole. Il politico che mette la ricerca nel suo programma dovrebbe ricevere più voti di chi la ignora.

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