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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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Valutazioni: esercizio molto difficile ma ineludibile – (10 febbraio 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Lunedì 10 Febbraio 2014 07:58

["Nuovo Quotidiano di Puglia“ di lunedì 10 febbraio 2014]

 

Per la prima volta, con la valutazione del sistema della ricerca prima e con i concorsi di abilitazione poi, è stata valutata in modo capillare la produzione scientifica degli enti che sono deputati a fare ricerca nel nostro paese.L’Università del Salento ne è uscita con risultati differenti, a seconda dei settori disciplinari. In alcuni siamo i migliori d’Italia, in altri siamo il fanalino di coda. Per completezza di informazione, questo risultato è comune a quasi tutte le Università italiane. Lo studente che si vuole iscrivere a un corso di laurea deve sapere quale è la migliore Università in quello specifico corso di laurea. Perché anche la migliore Università, facendo la media di tutte le valutazioni, potrebbe essere carente proprio in quel corso di laurea. E la peggiore Università italiana potrebbe avere un solo fiore all’occhiello, e magari è proprio quello a cui ci si vuole iscrivere.

I giovani che si vogliono iscrivere devono chiarirsi le idee molto presto su quale percorso scegliere. Se non si hanno le idee chiare è meglio rinunciare a un’istruzione universitaria. Non lo dico per scoraggiare, lo dico per incoraggiare a pensarci per tempo. Se si decide di intraprendere un percorso di formazione che prevede una laurea triennale seguita da una magistrale, mi sento di dire che una triennale vale l’altra. E’ inutile andare in capo al mondo per fare una triennale che è presente nella propria città. Ma è importantissimo che per la magistrale si vada nel posto migliore che c’è. Non è a Lecce? Si emigra. E’ a Lecce? Verranno da tutta Italia, e anche da fuori Italia, se il corso è in inglese. In rete si possono trovare le informazioni necessarie. Il livello di accesso alla rete degli adolesenti è totale, la rete può essere usata per fare idiozie, ma è anche un’inesauribile fonte di informazioni. Smettetela di fare idiozie e usate questo strumento in modo intelligente.

Ora stanno uscendo i risultati delle abilitazioni nazionali a professore associato e ordinario. Anche qui è bene completare l’informazione. Le commissioni sono state estratte, settore per settore disciplinare, tra la lista dei docenti ordinari con produzioni scientifiche al di sopra di un certo livello. Non è possibile che un prof. poco attivo si ritrovi a giudicare persone con produzioni molto superiori alla sua. Prima avveniva. E ora veniamo alla percentuale dei promossi. Ogni possibile candidato sapeva già se la sua produzione è o meno in linea con gli indicatori di produzione scientifica stabiliti dall’Agenzia di valutazione. Ogni docente o aspirante tale (perché tutti potevano partecipare all’abilitazione, e alcuni tecnici sono stati abilitati) sapeva già quali fossero le probabilità di farcela. Alle percentuali dei non abilitati bisogna aggiungere i ricercatori e i professori associati che non si sono presentati all’abilitazione. Le abilitazioni ci sono ogni anno, e quindi qualcuno potrebbe aver deciso di volersi presentare con una produzione a prova di bomba, avendo saltato la prima tornata, ma altri potrebbero aver tirato i remi in barca, accontentandosi di restare nel ruolo attuale. Ma ora veniamo alle bocciature che, per l’Università del Salento, pare siano molte. In media, quasi tutti quelli che si sono presentati  (a parte qualche aspirante al martirio, ma sono pochi) avevano gli indicatori di produzione in condizioni sufficienti. E allora perché non sono stati abilitati? Il problema è dovuto alla volontà, nei settori disciplinari, di difendere la propria specificità. Mi spiego. Il mio settore è Zoologia e Antropologia  e solo il 30%, a livello nazionale, ha superato l’abilitazione. I non idonei, di solito, sono stati giudicati non-zoologi, anche a fronte di indicatori positivi. Può succedere, infatti, che i candidati abbiano produzioni scientifiche che li identificano più in un settore che in un altro. Gran parte dei giudizi sono: sei un ottimo ricercatore, ma non in questa disciplina. Molti dei giudicati non idonei di Unisalento magari stanno svolgendo ricerche che sono sulla linea di confine tra diversi settori disciplinari, e si sono sentiti dire che non sono nè carne nè pesce, alla faccia dell’interdisciplinarità e della integrazione delle conoscenze. Il mio parere è che i settori disciplinari non abbiano senso, ma per ora ci sono e con queste carte dobbiamo giocare. Il vero problema è: riusciranno le Università a chiamare gli idonei? Riusciranno ad avere le risorse per chiamare idonei dall’esterno, prendendo i migliori per rinforzare il proprio corpo docente? La legge impone anche chiamate esterne, ma le risorse per farlo di solito non ci sono. Moltissimi abilitati non saranno chiamati, e chi è già in ruolo e non parteciperà mai a nessuna abilitazione manterrà un posto a vita nel sistema universitario.  La strada della valutazione è iniziata, non tutto è stato fatto alla perfezione ma non si può che dire: finalmente!

Nota finale. Non ci sono soldi per investire in capitale umano (i docenti) ma ce ne sono tantissimi (120 milioni all’Università del Salento) per fare appalti edilizi, e questo avviene in tutte le Università. Per gli appalti i soldi ci sono, per assumere docenti non ce ne sono. Stiamo dilapidando il nostro capitale umano e siamo il paese più corrotto dell'Unione Europea nella gestione degli appalti. I fondi disponibili si etichettano sempre per appalti e mai per capitale umano. Chissà perché? Il timore espresso su Quotidiano da Francesco Fistetti riguardo ad una volontà di affossare il sistema universitario ha serio fondamento. La bassa percentuale di abilitati potrebbe essere un modo per limitarne il numero ma, anche con le draconiane riduzioni di idonei rispetto al numero di candidati, la maggior parte degli abilitati non vedrà riconosciuta la propria abilitazione con una chiamata a ricoprire il ruolo per cui sono dichiarati idonei. La robustezza delle valutazioni può essere migliorata e non bisogna cadere nella trappola di dire che non si possono fare valutazioni perchè queste hanno avuto delle pecche. Se ci fossero state maggiori percentuali di abilitati avremmo avuto percentuali ancora maggiori di persone giudicate idonee che mai avranno la possibilità di essere chiamate.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 113 - (27 dicembre 2013) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Venerdì 27 Dicembre 2013 17:41

Le false promesse della riforma Gelmini


[in Sbilanciamoci.info del 27 dicembre 2013]


A distanza di tre anni dall’approvazione della c.d. riforma Gelmini, si possono trarre alcune considerazioni sugli effetti che ha prodotto, a partire da un’analisi ex-post delle convinzioni che ne sono state alla base e degli obiettivi che si prefiggeva. La “riforma” viene qui intesa in un’accezione ampia, comprendendo la riduzione dei finanziamenti alle Università pubbliche, e viene ricondotta a una strategia dichiaratamente finalizzata a ridurre gli sprechi nelle Università italiane e ad accrescere la quantità e la qualità della produzione scientifica italiana, premiando il merito.

1) La decurtazione di circa il 15% del fondo di finanziamento ordinario si è reso necessario, ci è stato detto, per gli obiettivi di stabilità delle finanze pubbliche. In altri termini, in un contesto di austerità, l’Università è chiamata anch’essa a fare sacrifici. I sacrifici si sono fatti, ma è discutibile il fatto che l’obiettivo sia stato raggiunto. Il rapporto disavanzo pubblico/PIL – previsto per il 2013 al 2,9% - si attesta al 3%, con peggioramento, rispetto alle previsioni, dal 2,5% al 2,7%. Più in generale, le politiche fiscali restrittive attuate, con la massima intensità, nell’ultimo triennio hanno portato il rapporto debito pubblico/PIL dal 107% del 2007 al 120% del 2012 al 133% del 2013, decretando l’assoluta irrazionalità delle misure di austerità e, per conseguenza, la totale inutilità dei tagli alla ricerca ai fini dell’aumento dell’avanzo primario. A ciò si aggiunge che, a fronte di tagli operati per l’intero settore pubblico, il sistema formativo è stato quello che li ha subìti in misura più consistente. Da ciò si deduce che il perpetuare una politica di sottofinanziamento delle Università non può essere giustificato con la necessità di mantenere “in ordine” i conti pubblici.

2) Si è ritenuto che riducendo la spesa pubblica per la ricerca scientifica questa sarebbe diventata più produttiva, dal momento che si sarebbero ridotti gli “sprechi”. Si tratta di una convinzione molto diffusa, secondo la quale – in linea generale – è solo rendendo scarse le risorse che si incentiva a farne un uso efficiente. Ma, anche in questo caso, si tratta di una tesi falsificata sul piano empirico. Prima della “riforma”, e in particolare dal 2006 al 2010, su fonte Scimago, si registra che il sistema universitario italiano si è collocato all’ottava posizione, su scala mondiale, per numero di citazioni ricevute. Nello stesso intervallo di tempo, l’Italia era collocata al decimo posto, su scala mondiale, per prodotto interno lordo. In altri termini, la “cura dimagrante” somministrata all’Università pubblica italiana viene imposta proprio nel periodo nel quale quest’ultima è stata massimamente produttiva.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 107 - (15 novembre 2013) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Domenica 17 Novembre 2013 08:14

Il Paese del turismo e della desertificazione universitaria

 

[in "MicroMega" online di venerdì 15 novembre 2013]

 

“Per rendere felice la società e per rendere il popolo contento anche in condizioni povere, è necessario che la grande maggioranza rimanga sia ignorante che povera” (B. de Mandeville, 1728).


“Con la cultura non si mangia” (Giulio Tremonti, 2010).

 

Le politiche formative attuate negli ultimi anni sono, al tempo stesso, contraddittorie e miopi. L’obiettivo dichiarato delle recenti “riforme” consiste nel migliorare la qualità della produzione scientifica delle Università italiane. Convenzionalmente, la qualità della produzione scientifica viene misurata calcolando il numero di citazioni che articoli e libri di studiosi italiani hanno ricevuto. Ebbene, su fonte SCIMAGO (http://www.scimagolab.com/blog/2011/the-research-impact-of-national-higher-education-systems/), si calcola che dal 2006 al 2010 il sistema universitario italiano si è collocato all’ottava posizione, su scala mondiale, per numero di citazioni ricevute. Nello stesso intervallo di tempo, l’Italia era collocata al decimo posto, su scala mondiale, per ricchezza prodotta (http://www.roars.it/online/universita-cio-che-bisin-e-de-nicola-non-sanno-o-fingono-di-non-sapere/). In altri termini, la “cura dimagrante” imposta all’Università pubblica italiana si innesta proprio nel periodo nel quale quest’ultima è stata massimamente produttiva.

La contraddizione delle “riforme” rispetto all’obiettivo dichiarato consiste nel fatto che, pressoché inevitabilmente, gli studiosi italiani produrranno meno, sia perché avranno meno fondi a disposizione, sia perché sempre più anziani. Il recente “superamento” - in termini di quantità di citazioni - da parte delle Università cinesi suona come un campanello d’allarme.

Da Giulio Tremonti a Mariastella Gelmini e a seguire, si è detto che i tagli al sistema formativo sono necessari per ragioni di bilancio. Si tratta di una tesi palesemente falsificata dal fatto che, nell’intero settore del pubblico impiego, le maggiori decurtazioni di fondi sono state subìte proprio da scuole e università. Si è, dunque, in presenza di una scelta di ordine puramente politico, non dettata da ragioni “tecniche”. Scelta di ordine politico che ha a che vedere con il modello di specializzazione produttiva al quale si intende portare l’Italia. Quale?

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Mafia all’Università – (13 novembre 2013) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Mercoledì 13 Novembre 2013 13:11

[Nuovo Quotidiano di Puglia“ di mercoledì 13 novembre 2013]

 

Vincenzo Zara è la mia nemesi. Quando si presentò come presidente del Corso di Laurea in Scienze Biologiche, dissi che non lo ritenevo idoneo. Non gli avevo mai sentito esprimere un’opinione e pensavo che ci fosse bisogno di gente più decisa. Dopo due mesi me lo dovetti rimangiare (il giudizio, non Zara). Non ho votato per lui alle elezioni per il rettorato. Ho sostenuto Carducci. Ma una volta che il Rettore è eletto, quello è il “mio” Rettore. Così sono andato alla presentazione della squadra e, in cinque minuti, Vincenzo mi ha di nuovo fatto cambiare idea sul suo conto.

Ha letto un pezzo del Quotidiano. Va bene, ha sbagliato a bacchettare il Quotidiano per aver fatto il toto delegati, ma benissimo ha fatto il Quotidiano a pubblicare tra virgolette una frase di un ex delegato, che ha chiesto di restare anonimo, che ha dato del traditore a Vincenzo, dicendogli che i traditori la pagano cara. Traditore perché la scelta dei delegati non è sufficientemente garante di continuità con la gestione precedente. Il nuovo Rettore, che penso meriti di essere chiamato Magnifico, ha usato la parola “mafioso” per etichettare questo avvertimento: hai tradito e te la faremo pagare. 
Cominciamo male, ha detto. Guarda Vincenzo, no, hai cominciato benissimo. 
Ora dobbiamo stare vicini, vicinissimi al nostro Rettore. Perché già un Rettore è stato distrutto dai dossier e da un trattamento Boffo, ancor prima di Boffo. Temo che usciranno dossier con accuse di piccole infrazioni apparentemente insignificanti ma significative da un punto di vista giuridico. Come quelle sventolate davanti a Carducci quando si è presentato a Ingegneria dell’innovazione. O come quelle che hanno schiacciato Oronzo Limone. Cene, missioni. Sulle migliaia di documenti che firma un Rettore, o un Preside, si riuscirà a trovare qualcosa di irregolare? Magari il dossier Zara è già fatto, confezionato. Pronto a entrare in funzione come una trappola ben congegnata per azzerare il traditore. Iniziare la nuova gestione etichettando come mafiosa la dichiarazione di un ex delegato conferma tutti i dubbi che ho espresso da queste colonne sull’amministrazione precedente.

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Troppo pochi PRIN per l’Università del Salento - (6 novembre 2013) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Giovedì 07 Novembre 2013 08:08

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 6 novembre 2013]

 

I Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) sono finanziati ogni anno dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica e il successo nel loro ottenimento è uno dei misuratori della qualità scientifica di un’Università. Ai PRIN si può partecipare come coordinatori nazionali oppure come membri di un gruppo di università sotto il coordinamento di un’università leader. E’ ovvio che il maggiore riconoscimento avviene per chi riesce a ottenere finanziamenti in qualità di coordinatore, cioè di leader. Sono appena usciti i risultati della valutazione dei PRIN e la nostra Università, come coordinatrice, ne ha vinti solo tre. Visto che il nostro corpo docente è di circa seicento docenti (in caduta verticale a causa dei pensionamenti), tre non è un numero rincuorante. Sono troppo pochi. Ai fini della valutazione delle Università, questo misuratore non ci mette in buona luce, e i finanziamenti ulteriori arrivano in base a risultati di questo tipo. Se i fondi ordinari sono diminuiti, spesso non è per voler punire un’università meridionale (come ho a volte sentito dire) ma semplicemente perché chi ha buoni risultati viene finanziato mentre chi non li ha viene finanziato meno. Si chiama meritocrazia. La invochiamo spesso, ma poi non siamo contenti quando viene applicata. Potrei fare un discorso analogo per la valutazione complessiva del sistema ricerca in Italia, dove la nostra Università non ha avuto punteggi eccellenti (e uso un eufemismo), a parte alcune aree che, guarda caso, sono anche quelle che esprimono i coordinamenti PRIN.
Con la fine del mandato di Domenico Laforgia è finita un’era che ci ha visto molto impegnati sul fronte dell’acquisizione di risorse ingentissime per la costruzione di nuovi edifici. Lo so che lo ricordo troppo spesso, ma le conseguenze di queste scelte mi preoccupano moltissimo e ogni volta che posso esprimo la mia preoccupazione. A fronte di questo successo indiscusso nella vincita di progetti competitivi per la messa in opera di appalti edilizi, c’è l’insuccesso nella valutazione della ricerca e nel coordinamento di PRIN. La mia lettura di tutto questo è che abbiamo concentrato molto i nostri sforzi in una direzione, con grande efficacia, ma abbiamo tralasciato di sviluppare sforzi in altre direzioni. Soprattutto la ricerca. Devo ricordare che la valutazione delle Università è sempre più incentrata sulla ricerca. Una buona didattica universitaria si ottiene solo attraverso ottima ricerca, altrimenti l’università non è altro che un prolungamento del liceo, con professori dediti solo alla didattica, senza contributi fattivi allo sviluppo della disciplina che insegnano. E questo sviluppo si ottiene solo con la ricerca. L’equazione quindi è: se fai buona ricerca, hai le carte in regola per fare buona didattica (e anche la didattica comunque viene valutata), ma se fai poca ricerca, anche se la tua didattica è di buon livello (certificato da valutazione) non è comunque una buona didattica universitaria, visto che i docenti sono assimilabili a professori di liceo. Ma i professori di liceo hanno un solo dovere, fare ottima didattica. Mentre i professori universitari hanno due doveri: fare ottima didattica e ottima ricerca. Un professore universitario che non fa ricerca non fa completamente il suo dovere. E se la sua ricerca non è di ottimo livello, anche se la fa, non contribuisce ad una buona valutazione della struttura in cui lavora. Come iniziare ora un processo virtuoso che ci porti a migliorare le nostre prestazioni? In un mondo normale, ci dovrebbero essere forti incentivi per chi già ottiene ottimi risultati (tipo i coordinamenti dei PRIN), ci dovrebbero essere incentivi a chi presenta progetti e ottiene buoni punteggi, anche se non viene finanziato (i soldi sono sempre meno e solo pochi progetti vengono finanziati), ma ci dovrebbero essere disincentivi o addirittura sanzioni per chi non fa progetti, o per chi ottiene valutazioni negative. E’ possibile questo in un sistema democratico? No, non è possibile. Se chi fa ricerca ad un certo livello è in netta minoranza rispetto ad una maggioranza che non lo fa, quali posizioni prevarranno? La maggioranza vince. E i pochi che riescono saranno visti come supponenti personaggi che si vantano delle loro imprese. Chi si crederanno mai di essere? Il nuovo rettore dovrà invertire questa tendenza, se vorrà far uscire l’Università del Salento dalla decadenza (anche se in magnifici edifici) in cui è precipitata. I pochi che invariabilmente vincono i coordinamenti PRIN aspettano di vedere qualche segno. L’anno scorso i cofinanziamenti di supporto ai PRIN sono stati cancellati. Non ci sono soldi. Per gli appalti sono stati attivamente cercati e trovati. Peccato che la valutazione non si faccia sugli appalti ma sulla ricerca. I budget diminuiscono e scommettiamo che i soldi della ricerca verranno tassati per mantenere le strutture che abbiamo costruito e che hanno prodotto così poca ricerca? Arriveremo al paradosso che i pochi che riescono ad attirare finanziamenti per la ricerca se li vedranno decurtare per mantenere strutture abitate da chi non ne ottiene. Oppure da chi ottiene grassi finanziamenti conto terzi, in cui parte dei proventi va in tasca a chi svolge ricerca che, spesso, non porta a risultati pubblicabili in modo certificato e valutabile. Attendiamo con fiducia la nuova gestione, sperando in un radicale cambio di rotta. Il mandato unico permette anche posizioni impopolari.


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