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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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Meno appalti e più capitale umano. Così si salva l’Università - (30 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
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Venerdì 01 Luglio 2016 08:16

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di giovedì 30 giugno 2016]

 

Le Università del Sud, ha ragione Guglielmo Forges Davanzati, stanno correndo il serissimo rischio di essere declassate a esamifici. Ammortizzatori sociali che terranno “impegnati” per qualche anno i figli di chi non si può permettere di finanziare un’educazione al nord. Chi se lo può permettere, invece, da sempre manda i suoi figli al nord. L’Università del Salento è nata come ascensore sociale, per sollevare il livello medio della popolazione. Voluta soprattutto da chi, qui, viene chiamato, con atteggiamento snob, “poppeto”. I poppeti sono quelli che vivono fuori dalle mura: “post oppidum”. E quelli “del capo” sono i poppeti più poppeti. E’ grazie a loro che abbiamo questa Università e io li ringrazio tutti i giorni, da trent’anni. Aver avuto questo regalo, però, ci deve responsabilizzare. Ha ragione l’amico Guglielmo a dire che lo stato finanzia poco, per tutti i motivi che dice lui, la ricerca. In compenso, però, al sud arrivano montagne di denaro proprio perché è al sud. Le centinaia di milioni di euro per fare appalti edilizi sono una cosa inaudita in ogni Università del nord. E non sono i soli. Prima di questi ultimi, ancora in corso di spesa, fu fatto Ecotekne, e il Buon Pastore, e prima ancora la “Stecca”. E il Catania Lecce. I miei colleghi dell’Università Statale di Milano stanno in edifici obsoleti. E anche quelli dell’Università di Genova. I fondi europei distribuiti dalle regioni sono una fonte di finanziamento quasi inesauribile e essere in una regione dell’obiettivo 1 dà accesso a un fiume di denaro. E’ anche per questo che non si fanno molti progetti di ricerca da finanziamenti “primari”. Se si è “amici” di chi distribuisce i soldi a livello locale, i finanziamenti arrivano. Adesso anche i posti di ricercatore. Davanzati lamenta le modalità di valutazione di ANVUR. Concordo. Troviamone altre. Ma è necessarissimo valutare come siano spesi i soldi “investiti” nell’Università. Un nuovo corso di laurea si deve fare se esiste una solidissima ricerca scientifica sull’argomento. Non si improvvisa nello spazio di un mattino, perché c’è un problema contingente e “ci sono i soldi”. Le industrie delocalizzano la produzione dove i costi sono inferiori. Le Università del sud, di sicuro quella del Salento, hanno infrastrutture mediamente superiori rispetto a quelle del nord. Si trovano in un territorio magnifico, dove la vita costa meno rispetto al nord. Gli studenti che vengono qui dal nord (ce ne sono, ve lo assicuro) sono felici di stare qui. Ma ci vengono per un solo motivo: perché pensano di trovare una formazione migliore rispetto a quella che troverebbero al nord, sull’argomento prescelto. Ed è la qualità della ricerca scientifica che qualifica un’Università e la definisce come tale. Altrimenti, se si fa solo didattica, abbiamo l’esamificio, l’ammortizzatore sociale.

Le Università del sud devono decidere dove vogliono andare. Possono provincializzarsi sempre di più e confidare nei fondi regionali, offrendo una didattica staccata dalla ricerca, oppure possono aspirare a diventare poli di alta formazione decentrata. Dove gli studenti bravi di tutto il Mediterraneo possono trovare sbocco alle proprie risorse intellettuali. E abbiamo una cosa del genere, si chiama ISUFI. L’Istituto Superiore di Formazione Interdisciplinare. C’è anche un enorme edificio bello pronto, per le foresterie.

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Posso muovermi? – (23 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Giovedì 23 Giugno 2016 10:10

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 23 giugno 2016]

 

Ho fatto due esami di maturità, perché al primo mi hanno bocciato. Ed era il primo anno in cui non si portavano tutte le materie, il 1969. Ricordo che contestai la prova di italiano (erano gli anni della contestazione). Era un tema sulla natura e argomentai che il problema era fittizio, sollevato per nascondere le guerre che affliggevano il pianeta, prima di tutto quella del Viet Nam. E anche per nascondere il problema della fame nel mondo. Il presidente della commissione si arrabbiò molto. Chi l’avrebbe mai detto che poi avrei passato la vita a studiare la natura! Poco dopo, Indira Ghandi, alle Nazioni Unite, disse che ci si preoccupava di più della sorte delle tigri che non di quella dei bambini che morivano di fame. Aveva letto il mio tema… pensai. L’anno dopo feci un solido tema di argomento letterario, scrivendo tutto quello che sarebbe stato di gradimento per un docente di italiano standard: dissi loro quel che volevano sentirsi dire. La provvidenza nel Manzoni, o roba del genere. Non mi era mai piaciuto studiare: sempre rimandato a partire dalla prima media. Bocciato due volte. Ma, arrivato all’Università, avendo scelto biologia, feci una scoperta inaspettata: era bello studiare! E all’improvviso mi ritrovai tra i primi, se non il primo. Se mi avessero fatto fare una prova di ingresso, come quelle che ci sono ora, probabilmente non l’avrei superata. Non la supererei neppure oggi, temo.

Comunque, non vi preoccupate, lo passano tutti l’esame di maturità! Il vero scoglio, oggi, sono le prove di accesso all’Università. Spesso organizzate in forma di quiz a risposta multipla. Davanti a una domanda come: Il nonno Tanino riempie con il contenuto di tre damigiane, 360 bottiglie da 0,75 litri ciascuna con vino liquoroso Marsala. Quanti bottiglioni da 1,8 litri riempirebbe con il vino di sei damigiane? mi vien voglia di prendere un mitra (meno male che da noi non si trovano facilmente) e uccidere nonno Tanino (e anche la mente malata che ha escogitato la domanda). Il destino di una persona viene deciso in base a una serie di domande di questo tipo.

Mi viene in mente Butch Cassidy, il film in cui Robert Redford impersona il famoso pistolero Sundance Kid. Un tale vuole assumere lui e Butch (impersonato da Paul Newman) e, per metterlo alla prova, lancia una moneta e poi gli chiede di impugnare la pistola e di colpirla. Il Kid prende la mira, e la sbaglia. Butch lo guarda incredulo. Il tale volta le spalle e se ne va, schifato. Posso muovermi? chiede il Kid. Aveva messo via la pistola. Il tale si volta e lui estrae fulmineamente e colpisce la moneta due volte di seguito, senza mirare. Sparo meglio quando mi muovo.

Questi maledetti test sono come la prima prova del Kid. La vita vera è come la seconda prova. Non è ingessata nei test. Non ci sono le “materie” e la conoscenza deve essere acquisita in modo ampio, senza i compartimenti stagni delle varie discipline. Bisogna riuscire a passare agevolmente da un argomento all’altro, collegando i vari fatti, in modo da ottenere effetti inaspettati. Senza deviazione dalla norma il progresso non è possibile, diceva Frank Zappa. Certo, per infrangere le regole è bene conoscerle. Ma non ci si può fermare lì. E se ti insegnano solo regole, senza mai fartele usare, uccidono la tua immaginazione. Per anni mi sono svegliato con l’ansia di cateti e ipotenuse. Ogni tanto riaffiorano le cicatrici neuronali di eifusiccomeimmobiledatoilmortalsospiro… Quante ore ho passato per cacciarmi in testa questa roba. Sempre controvoglia. Consiglio agli studenti: studiate quel che vi dicono di studiare, inutile farsi bocciare. Ma non lasciate che vi rovinino. Dovrete prepararvi ai maledetti test per l’Università. Lo so che sono assurdità, ma non rinunciate per questo. Se avrete la lungimiranza di scegliere un corso di laurea che soddisfa le vostre aspettative farete una scoperta sensazionale: studiare è una cosa bellissima. E non avrete mai voglia di smettere. A me, almeno, è capitato questo. Se mi avessero detto che avrei passato la vita a studiare l’avrei presa come una condanna all’ergastolo. E invece no. Imparare cose nuove è bellissimo, ed è ancora più bello assemblare le cose che si sono imparate in modo da costruire forme nuove di conoscenza. Assecondate le vostre inclinazioni e non arrendetevi di fronte alla stupidità dei test. Non arrendetevi rinunciando a sostenerli, e non arrendetevi facendo vostra quella visione del mondo.

Aumentare la vostra conoscenza deve essere l’aspirazione di tutta la vita. E qualunque cosa facciate, non smettete mai di cercare di migliorare.

Se poi, un giorno, vi capiterà di essere “dall’altra parte” non dimenticate mai quello che avete provato prima, da studenti. Il nonnismo è la peggior forma di vigliaccheria. Chi ha subìto angherie in una fase della vita, gode ad infliggerle ad altri, più deboli, come compensazione delle frustrazioni passate.

 


Operazione ANVUR – (12 aprile 2016) PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 13 Aprile 2016 06:14

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 12 aprile 2016]

 

Stefano Cristante ha recentemente, sulle colonne di questo giornale, ben riassunto le ragioni della protesta dei docenti del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo. Una protesta contro il blocco degli stipendi che si è tradotta nel rifiuto dell’invio dei “prodotti della ricerca” all’Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca (ANVUR) e della conseguente valutazione (VQR). La motivazione è semplice: l’ANVUR non viene riconosciuto come interlocutore credibile. E vi sono buone ragioni per ritenere che stia contribuendo al processo di distruzione dell’Università pubblica di massa e che questo processo vada fermato.

ANVUR opera così. Cala dall’alto, senza alcuna possibilità di interlocuzione con le associazioni scientifiche e tantomeno con singoli docenti, un elenco di riviste sulle quali i ricercatori italiani devono pubblicare: devono nel senso che l’assenza di loro pubblicazioni in quelle riviste comporta una decurtazione di finanziamenti per l’Istituzione nella quale lavorano. La si potrebbe definire Scienza di Stato. ANVUR non valuta tutto ciò che, oltre la ricerca, fanno i professori universitari: didattica, impegni istituzionali, partecipazione a convegni, per una quantità di ore lavoro che, in molti casi, supera di gran lunga le otto ore giornaliere, compresi i fine settimana. I componenti dell’ANVUR, poi, non sono eletti ma nominati dal Ministero, con procedure alquanto opache. ANVUR, infine, ha un costo di funzionamento stimabile intorno a decine di milioni di euro annui: non è poco.

La selezione delle riviste è fatta sulla base del c.d. fattore di impatto (impact factor), un indicatore che cattura la numerosità di lettori di una data rivista. L’impact factor non è mai stato utilizzato, in nessun Paese al mondo, per valutare la qualità della ricerca scientifica: si tratta di un indicatore formulato per orientare le scelte di acquisto di riviste da parte delle biblioteche.

L’Agenzia valuta le pubblicazioni in relazione alla sede che le ha ospitate, indipendentemente dal loro contenuto, così che un articolo che nulla aggiunge alle nostre conoscenze, se, per puro caso, è stato pubblicato su riviste di “eccellenza” (ovvero certificate tali dall’Agenzia) riceve una valutazione molto positiva, così come, per contro, un articolo estremamente innovativo pubblicato su riviste che l’ANVUR non considera buone riceve una valutazione bassa. E’ del tutto evidente che questo dispositivo genera attitudini conformiste, dal momento che per pubblicare su riviste considerate prestigiose (e definite di classe A) occorre uniformarsi alla loro linea editoriale, e talvolta – come spesso documentato – anche mettere in atto comportamenti eticamente discutibili. L’amicizia con il Direttore di una rivista di classe A può facilmente consentire di essere considerati ricercatori di eccellenza.

La storia della Scienza mostra inequivocabilmente che le maggiori ‘rivoluzioni scientifiche’ si sono generate non allineandosi al paradigma dominante. In tal senso, l’operazione ANVUR è quanto di più dannoso si possa immaginare per l’avanzamento delle conoscenze in ogni ambito disciplinare e, non a caso, in quasi nessun Paese al mondo esiste una valutazione “dall’alto” della qualità della ricerca. In alcuni casi, quando si è provato a farlo si è rapidamente tornati indietro. Non a caso, all’estero, non si è valutati sulla base di protocolli di riviste generati da agenzie governative: e vi è ampio consenso sul fatto che una rivista è da considerarsi scientifica se rispetta due fondamentali criteri: l’essere dotata di un comitato scientifico, garante della qualità delle pubblicazioni che ospita, e sottoporre gli articoli che riceve a revisione anonima (peer review), al fine di accertarne la piena scientificità.

Vi è di più. L’ANVUR ha, a più riprese, riformulato le sue valutazioni; il che costituisce un segnale piuttosto eloquente della natura sperimentale degli esercizi di valutazione che compie, e della sua approssimazione. D’altra parte, l’Agenzia ha scelto curiosamente di non fare riferimento a esperienze consolidate da decenni (come quella britannica), ma di proporre nuove metodologie, con esiti a dir poco confusionari. Può essere sufficiente considerare che gli esiti della VQR in corso non saranno confrontabili con quella precedente, generando il risultato surreale per il quale non sarà possibile capire se la produttività dei ricercatori italiani, nell’ultimo decennio, è aumentata, diminuita o rimasta costante.

Il tutto rientra in uno scenario di più ampia portata, che attiene al fatto che, come dimostrato con la precedente VQR, la valutazione della ricerca serve a ridistribuire risorse ad alcuni Atenei, localizzati al Nord, andando nella direzione della distinzione fra Università reserach e teaching (e queste ultime saranno poco più che Licei). In tal senso, i dispositivi ANVUR appaiono pienamente funzionali al ritorno a un’Università di classe, con poche sedi autoproclamatesi “di eccellenza”, che formano le future classi dirigenti, e le altre nelle quali si fa formazione di base per studenti provenienti da famiglie il cui reddito non consente loro di iscriversi alle reserach. Insomma, un salto indietro di cinquanta anni o, per dirla con l’ex Ministro Mariastella Gelmini, il definitivo “superamento del ‘68”. A danno del Mezzogiorno e delle famiglie più povere del Mezzogiorno.   


Viva l’Università del Salento! - (5 aprile 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Martedì 05 Aprile 2016 12:15

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 5 aprile 2016]

 

L’Università del Salento ha il primato negativo nazionale, rispetto a tutte le Università italiane (siamo superati solo da due università telematiche), per la presentazione di prodotti della ricerca ai fini della valutazione delle università. Ogni docente era chiamato a presentare i suoi prodotti, per rappresentare con il proprio lavoro quello che l’Università produce per contribuire al progresso della conoscenza, una delle missioni fondamentali dell’istituzione universitaria. La mancata presentazione è una forma di protesta per il blocco degli scatti stipendiali. Devo dire che sono stato tentato anche io di non presentare i miei prodotti, ma per altri motivi. L’Università del Salento ha puntato pochissimo sulla qualità della ricerca. L’esito delle precedenti valutazioni non ha minimamente influito sulle scelte dell’Ateneo, che ha perseguito politiche di retroguardia, miranti solo alla didattica, disaccoppiata dalla ricerca. La strategia dell’esamificio non paga. E ora eccoci qui, a dimostrare con il primato nazionale nel rifiuto alla valutazione, che la ricerca non ci entusiasma. Il Rettore sa che l’errore è strategico, e continua a stimolare dall’interno e all’esterno la necessità di azioni dimostrative che invertano questa nefasta tendenza.

Abbiamo ricevuto una montagna di denaro per appalti edilizi. Avrebbero dovuto essere il volano per costruire realtà scientifiche che avrebbero attirato finanziamenti con le proprie progettualità, basate su solida reputazione in campo scientifico. E invece… Se siamo in queste condizioni è ovvio che la gestione messa in atto sino ad ora non va bene. Ora chiediamo aiuto, ma per chiedere aiuto bisogna proporre qualcosa di nuovo. Che cosa proporre?

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E’ giusto premiare il merito - (6 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Lunedì 07 Marzo 2016 13:00

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 marzo 2016]

 

E’ in corso la protesta dei prof. universitari contro il blocco degli scatti stipendiali automatici. La protesta consiste nel rifiutare di presentare prodotti della ricerca ai fini della valutazione della qualità della ricerca (VQR). Tutto questo potrebbe essere superato in modo molto semplice, sia per incentivare il merito, sia per valutare le Università, senza spendere un soldo. La valutazione della qualità della ricerca, la cosiddetta VQR, alla quale saranno sottoposte tutte le Università italiane per attribuire i fondi che premiano la ricerca di buon livello, non è la valutazione dei singoli ricercatori. Questa è già stata fatta, anche se non viene molto sbandierata. Ciascun professore universitario appartiene ad un settore disciplinare (io, per esempio, appartengo al settore che studia gli animali: la Zoologia) e ne faccio parte assieme ad un certo numero di colleghi, sparsi nelle varie Università. All’interno di ciascun settore disciplinare è stata stilata una classifica dei professori ordinari che va da quello con la produzione scientifica più rilevante a quello con la produzione meno rilevante. Poi si identifica il punto che divide la classifica in due parti uguali (la mediana). Metà dei professori è sopra la mediana di riferimento e metà è sotto. Chi sta “sopra” può andare in commissione, per selezionare i futuri professori, chi sta “sotto” la mediana non è idoneo a decidere chi debba essere promosso. La logica è che chi sta al “sopra” tenda a promuovere i candidati migliori, mentre chi sta “sotto” tende a promuovere propri simili. Anche per i professori associati e per i ricercatori esistono criteri per definire chi sta “sopra” e chi sta “sotto”. E, quindi, per ogni docente universitario si conosce la collocazione rispetto alle “mediane di riferimento”.

Una domandina potrebbe essere: quanti in una certa università sono sopra le mediane di riferimento? Eh già, perché questa valutazione si fa per tutte le Università e non è detto che metà dei docenti di un’Università sia “sopra” e l’altra metà sia “sotto”. La migliore Università, da questo punto di vista, avrà la maggioranza dei docenti “sopra” e la peggiore avrà la maggioranza dei docenti “sotto”, con tutte le posizioni intermedie. La valutazione del sistema della ricerca sarebbe semplicissimo, valutando la qualità dei docenti che afferiscono ad ogni Università. Non costa niente, perché è già stata fatta. Sapete perché, invece, facciamo la VQR? Per garantire l’anonimato dei contributi alle valutazioni. Non sia mai che si possa dire che il prof. X ha contribuito più del prof. Y alla valutazione di un’Università! Posso dirlo? E’ una follia che costa centinaia di milioni di euro per pagare la valutazione dei prodotti. Fondi che potrebbero essere spesi per finanziare la ricerca. Come mai allora si decide altrimenti? Lo ha deciso il Parlamento, dove ci sono molti professori universitari. Magari sono sotto le mediane di riferimento… Sono problemi legati a un esercizio strampalato della democrazia. Le politiche delle Università sono decise in modo democratico. Può succedere, quindi, che nelle Università dove la maggioranza è al di sotto dei valori accettabili di produzione scientifica si eleggano a Rettore o Direttore di Dipartimento colleghi con simili qualifiche. Lo stesso vale per i Senati Accademici. L’autonomia lo consente, e non è difficile capire come sia arduo che si attui la tanto auspicata promozione del merito, in queste condizioni. Se la maggioranza è “sotto” sarà difficile che favorisca la minoranza di chi è “sopra”.

Oltre a valutare le Università in base ai valori dei singoli docenti, sarebbe anche facilissimo incentivare il merito attraverso l’attribuzione degli scatti biennali di stipendio, ora bloccati. Chi è “sopra” viene incentivato con l’aumento. Chi è “sotto”, no. Ma i risultati delle valutazioni scorse non sono stati tenuti in gran conto per decidere la politica di molte Università. E quindi uno potrebbe dire: ma perché devo contribuire alla valutazione, se poi il mio contributo all’attribuzione delle risorse ministeriali non viene tenuto nella minima considerazione quando si decide localmente come dividerle? E qui si torna al sistema democratico, in cui la maggioranza vince. Le Università dove la maggioranza dei docenti è “sotto” il livello qualitativo ritenuto accettabile raramente realizzano politiche che penalizzerebbero la maggioranza degli elettori. Le Università “virtuose” stanno iniziando a reclutare i professori “sopra”, in fuga dalle Università che li penalizzano e che sprofonderanno sempre più “sotto”. Con questi comportamenti si sta realizzando la divisione in Università di serie A e di serie B. Sarebbe bene rendere esplicita questa strategia, perché incide molto sul livello qualitativo delle Università in cui si formano le nuove generazioni. Ogni città deve chiedere alle proprie Università: voi in che direzione state andando?

 


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