A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
Economia


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 136 - (30 ottobre 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Venerdì 31 Ottobre 2014 19:44

SINTESI. Il debito pubblico italiano continua ad aumentare e il Governo continua a cercare di ridurlo riducendo la spesa pubblica e confidando sulle “riforme strutturali” per fuoriuscire dalla recessione. Ma, a ben vedere, è proprio la contrazione della spesa pubblica a generare aumenti del debito pubblico, non solo per l’operare del tradizionale meccanismo keynesiano e degli effetti moltiplicativi connessi, ma anche e soprattutto perché la contrazione della spesa pubblica contribuisce a ridurre il tasso di crescita della produttività del lavoro e ad accentuare la restrizione del credito, rendendo sempre più difficile il rimborso del debito e rendendo sempre più necessario collocare titoli di Stato con tassi di interesse crescenti. Si configura una dinamica di peggioramento della distribuzione del reddito, che si manifesta sotto forma di trasferimento di risorse dal lavoro alla rendita finanziaria.

La spesa pubblica, il debito e l'aristocrazia finanziaria

 

["MicroMega" online del 30 ottobre 2014]

 

Figura 1: spesa pubblica in Italia e in Europa (fonte Eurostat)


Il rapporto debito pubblico/Pil in Italia, secondo le ultime rilevazioni EUROSTAT, ha raggiunto il 133%, proseguendo una dinamica di costante crescita, a fronte del fatto che la spesa pubblica, in Italia, è in linea con la media dei Paesi dell’eurozona (v. fig.1) e si è costantemente ridotta negli ultimi anni. L’impegno dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni è stato essenzialmente finalizzato a provare ridurre il rapporto debito/Pil agendo contestualmente sul debito e sul Pil, ovvero – nel primo caso –  riducendo la spesa pubblica (e aumentando la tassazione) e, per il secondo aspetto, attuando alcune “riforme” prevalentemente calibrate sul mercato del lavoro. La logica sottostante può essere ricondotta a questa ipotizzata sequenza di eventi. La riforma del lavoro genera maggiore occupazione; maggiore occupazione genera maggiore produzione, rendendo più facilmente sostenibile la dinamica del debito pubblico. Contestualmente, i tagli di spesa la “riqualificano” accrescendo l’efficienza del settore pubblico.

E’ opportuno ricordare che il criterio convenzionalmente accettato per stabilire la sostenibilità del debito pubblico fa riferimento alla differenza fra tasso di interesse sui titoli e tasso di crescita: tanto maggiore è questa differenza, tanto più lo Stato si trova in una potenziale posizione di insolvenza[1]. Ed è opportuno ricordare che la principale critica a questa impostazione fa riferimento al fatto che  per l’operare del tradizionale meccanismo keynesiano e degli effetti moltiplicativi connessi – la riduzione della spesa pubblica, riducendo la domanda interna, contribuisce ad accrescere il tasso di disoccupazione, a ridurre conseguentemente il tasso di crescita e ad accrescere il rapporto debito pubblico/Pil.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 135 - (16 ottobre 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Venerdì 17 Ottobre 2014 17:47

["MicroMega" online del 16 ottobre 2014]

 

SINTESI. La riforma del mercato del lavoro che il Governo si accinge a varare presenta numerose criticità e sembra rispondere a un obiettivo che non ha nulla a che vedere con l’aumento dell’occupazione e dei salari. La riforma rientra in una strategia di respiro non propriamente alto, per la quale, come ha dichiarato il Ministro Poletti, occorre presentarsi a Bruxelles dichiarando di “aver fatto delle cose”. Indipendentemente dalla bontà di quello che si è fatto, ma a condizione di aver fatto qualcosa che si possa definire una “riforma”. Ed è anche una intelligente operazione di marketing politico, che presenta il contratto unico a tutele crescenti come il superamento della precarietà, e l’anticipazione del TFR in busta paga come un aumento dei redditi dei lavoratori. Ma, in entrambi i casi, si tratta di provvedimenti che si muovono nella direzione opposta a quella annunciata.

 

Il TFR in busta paga: un magistrale esercizio di marketing politico


Il dibattito di politica economica in Italia ha subìto una fortissima accelerazione nel corso dell’ultimo mese sui temi della “riforma” del mercato del lavoro. A fronte del fatto che pressoché tutti i commentatori concordano che non si crea lavoro con un tratto di penna, occorre chiedersi innanzitutto per quale ragione sono state investite tante energie nella diatriba sull’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori (di fatto, peraltro, già superato dalla c.d. riforma Fornero del 2012), e ci si accinge a investirne ulteriori per discutere dei possibili effetti dell’inclusione in busta paga del trattamento di fine rapporto (TFR) e del contratto di lavoro a tutele crescenti. Al netto della dialettica politica interna al PD che è alla base delle priorità che il Governo intende assegnare alla sua azione, si può rilevare che la centralità assegnata dal Governo alla riforma del mercato del lavoro rientra in una strategia di respiro non propriamente alto, per la quale, come ha dichiarato il Ministro Poletti, occorre presentarsi a Bruxelles dichiarando di “aver fatto delle cose”. Sembra di capire, indipendentemente dalla bontà di quello che si è fatto, ma a condizione di aver fatto qualcosa che si possa definire una “riforma”.

Si tratta, peraltro, di temi annunciati dal Governo, sui quali non esiste, al momento, un’indicazione certa, con l’ovvio esito di generare il proliferare di interpretazioni talvolta fuorvianti.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 134 - (24 settembre 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Giovedì 25 Settembre 2014 06:48

SINTESI. La definitiva abolizione dell’art.18 è destinata a intensificare la recessione. L’ulteriore indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori, riducendo i salari, accentua il circolo vizioso che va dalla compressione della domanda interna alla caduta dell’occupazione e del tasso di crescita della produttività del lavoro. L’evidenza empirica smentisce la convinzione secondo la quale la moderazione salariale favorisce l’aumento delle esportazioni e, per questa via, l’aumento dell’occupazione.


L'articolo 18, la moderazione salariale e la recessione

 

[in "MicroMega" online del 24 settembre 2014]

 

“Quanto più la depressione procede e con essa si accentua il disagio dei capitalisti, tanto più veemente si fa la reazione di questi contro gli operai, la resistenza alle loro pretese, la riduzione violenta dei salari” (Achille Loria, 1899).

 

 

Non è l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori a frenare la crescita economica in Italia e a tenere alto il tasso di disoccupazione. Non lo è perché la sua applicazione interessa una platea ristretta di lavoratori e perché è già stato, di fatto, superato con la c.d. riforma Fornero; non lo è perché le scelte di assunzione delle imprese non sono motivate da presunte ‘rigidità’ della normativa a tutela dei lavoratori, ma semmai dalle aspettative di profitto (e, dunque, dalla dinamica della domanda aggregata); non lo è – soprattutto – perché è ormai ampiamente provato che non è la deregolamentazione del mercato del lavoro ad accrescere l’occupazione (http://temi.repubblica.it/micromega-online/elogio-della-rigidita/). Per contro, vi è ampia evidenza empirica che mostra che all’aumentare della flessibilità del lavoro – misurata dall’EPL (Employment protection legislation) – l’occupazione non aumenta. Ancora più certo, sul piano empirico, è il fatto che la flessibilità riduce i salari.

In una fase di intensa e prolungata recessione, è davvero ardua impresa provare ad uscirne sottraendo diritti ai lavoratori. Anzi: l’eventuale definitiva abolizione dell’art.18 non avrebbe altri effetti se non ridurre ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori, con conseguente ulteriore compressione dei salari, dei consumi e della domanda interna. La sola ratio economica che può motivare questa misura risiede nella convinzione – propria della Commissione Europea – in base alla quale la fuoruscita della crisi si rende possibile solo accrescendo la competitività sui mercati internazionali (http://www.epsu.org/IMG/pdf/Assessing_the_links_between_wage_setting.pdf). Secondo una sequenza che va dalla riduzione dei salari alla riduzione dei prezzi, all’aumento delle esportazioni, all’aumento dei profitti delle imprese esportatrici, al reinvestimento dei profitti e all’aumento dell’occupazione interna[1].

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Deflazione… finalmente! - (31 agosto 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Lunedì 01 Settembre 2014 07:41

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 31 agosto 2014]

 

L’inflazione si verifica quando aumentano i prezzi. Non è bene, ci dicono. Però se i prezzi diminuiscono c’è la deflazione. Non è bene, ci dicono. Se i prezzi restano stabili forse c’è la stagnazione? Non è bene, ci dicono. 
Quando siamo entrati nell’Euro il cambio è stato fissato a 1.900 (e qualcosa) lire per un euro. E questo cambio è stato applicato, pari pari, al calcolo degli stipendi dei lavoratori dipendenti. Però tutto il resto del sistema produttivo ha applicato un cambio diverso: un euro equivale a mille lire. All’improvviso tutti i guadagni di chi vende sono raddoppiati, mentre gli introiti di chi lavora sono rimasti fermi, con il risultato di esser stati dimezzati (visto il raddoppio dei prezzi). Per un po’ non ci abbiamo fatto caso e abbiamo continuato a spendere come se niente fosse. Poi ci siamo accorti che non ce la facevamo più. Intanto, chi produce ha capito che se si sposta la produzione in Cina (e in molti altri paesi) non ci sono sindacati, leggi previdenziali, leggi che tutelano l’ambiente. Una pacchia. Chiudiamo in Italia, apriamo in Cina. Ma poi a chi la vendiamo la merce? I cinesi imparano presto, producono copie ancora più scadenti di quel che produciamo da loro e poi invadono il nostro mercato con merci che gli italiani (impoveriti dall’applicazione sbagliata dell’euro) si possono permettere.

La legge della domanda e dell’offerta dice che se tutti vogliono una cosa, il prezzo aumenta. Mentre se non la vogliono in molti, per aumentare i compratori il prezzo deve diminuire. Ed ecco i commercianti che si aspettano grandi guadagni dai saldi. Ma come? I saldi non dovrebbero portare solo a smaltire le giacenze? Non è che il metà prezzo porta comunque a un guadagno più che soddisfacente? Il metà prezzo è l’applicazione dell’euro con il suo valore effettivo in lire. Il saldo dovrebbe essere un quarto del prezzo. E probabilmente ci si guadagna ancora.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 132 - (29 agosto 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Venerdì 29 Agosto 2014 19:25

L’eurozona sta sperimentando recessione e deflazione. I due fenomeni sono strettamente connessi: la caduta dei prezzi è, al tempo stesso, sintomo e concausa della recessione, In più, essa esercita effetti redistributivi a danno dei debitori (imprese e lavoratori) e a vantaggio dei creditori (sistema bancario, in primo luogo). L’adozione di politiche monetarie espansive da parte della BCE può risultare del tutto inefficace per far fronte al problema, mentre le c.d. riforme strutturali possono addirittura amplificarlo.

 

ALCUNE RAGIONI PER PREOCCUPARSI DELLA DEFLAZIONE (E DI COME LA SI VUOLE FERMARE)


[“Micromega” online di venerdì 29 agosto 2014]


Figura 1: tasso di inflazione eurozona (fonte: Eurostat, 2014)


Sono stati piuttosto rari, nella storia recente delle economie industrializzate, i casi di deflazione, ovvero di riduzione del livello dei prezzi. In prima approssimazione, potrebbe trattarsi di un fenomeno positivo – in quanto si associa a un aumento delle retribuzioni in termini reali – e, come alcuni economisti ritengono, esistono casi di deflazioni “buone”, ovvero casi nei quali la caduta dei prezzi stimola la crescita della produzione[1]. Si tratta di una tesi che non trova riscontri empirici e che, sul piano teorico, è stata a più riprese smentita, a ragione del fatto che si basa su ipotesi estremamente stringenti[2]. A ben vedere, la deflazione è, per contro, il principale sintomo di una intensa recessione e, al tempo stesso, una causa rilevante che può accentuarla.

Le ultime rilevazioni Istat segnalano che, a luglio, nelle più grandi dieci città italiane i prezzi sono calati rispetto all’anno precedente. Per l’area euro, nel corso del 2013, l’incide dei prezzi al consumo è aumentato solo dello 0,85%. Nel periodo compreso fra maggio 2013 e maggio 2014, si è registrato un aumento pari a circa 0,50%, a fronte di un aumento del 2,2% del decennio pre-crisi 2000-2009[3].  La figura 1 mostra l’andamento del tasso di inflazione nell’attuale zona euro a partire dal 1990.

Sebbene la questione sia ampiamente dibattuta, sembra esserci un ampio consenso sul fatto che la causa del fenomeno è da ricercarsi nella caduta della domanda aggregata e, in particolare, nella riduzione della domanda di beni di consumo. La quale, a sua volta, dipende essenzialmente dalla consistente riduzione della quota dei salari sul Pil e dall’aumento del tasso di disoccupazione.  In tal senso, la caduta dei prezzi è innanzitutto la conseguenza della significativa riduzione del tasso di crescita che ha interessato pressoché tutti i Paesi dell’eurozona: -0.2% in Italia, una variazione nulla nel caso della Francia ed estremamente bassa anche per la Germania.

La deflazione accentua la recessione per i seguenti motivi.

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