A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
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Le traduzioni di Giovanni Francesco Romano PDF Stampa E-mail
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Martedì 27 Gennaio 2015 20:37

Le traduzioni di Giovanni Francesco Romano riguardano tre epigrammisti greci: Leonida di Taranto, Anite di Tegea, Nosside di Locri. Le troviamo insieme in un volume pubblicato da Piero Manni nel 1994, con una premessa di Enzo Esposito (Epigrammi, Lecce 1994). Ma esse appartengono a tempi diversi, su cui non è inutile fare chiarezza. (In generale una maggiore precisione nella scansione temporale della vita e dell’attività di Romano potrebbe contribuire a definire meglio costanti e svolte della sua produzione poetica).

Le traduzioni di Leonida sono apparse nella Rivista Sudpuglia: cinquanta nel numero di settembre-dicembre 1979, cinquantuno in quello di gennaio-marzo 1980. Le traduzioni di Nosside sono apparse, sempre in Sudpuglia, nel numero di aprile-giugno 1981. Le traduzioni di Anite sono state pubblicate postume nel volume già citato del 1994; presumibilmente sono posteriori alle traduzioni di Nosside e quindi, in mancanza di altre precisazioni, appartengono al periodo 1981-1989 (anno della morte di Romano). Si definiscono così due blocchi di traduzioni, che si possono scandire grosso modo in questo modo: Leonida e Nosside, più antiche, da una parte, Anite, più recente, dall’altra. Questa distinzione (che è oscurata dalla successione Leonida-Anite-Nosside, adottata nel volume degli Epigrammi) rende ragione di una particolarità versificatoria che mi sembra sfuggita sinora. Mentre le traduzioni di Leonida e Nosside sono in versi della tradizione italiana (endecasillabi per lo più, inframezzati da misure più brevi, ad esempio i settenari) e ciò spiega come il numero dei versi della traduzione sia di solito eccedente rispetto a quello dell’originale), le versioni di Anite sono in versi apparentemente liberi, ma in realtà esametri e pentametri della metrica ‘barbara’ carducciana. L’esametro è reso per lo più con settenario + novenario, il pentametro con settenario + settenario (o con misure ad essi riconducibili). Ciò si traduce in una esatta corrispondenza di versi tra originale e traduzione. Diamo come esempio il primo epigramma di Anite (Epigrammi, p. 117):

Lancia omicida, fermati, e più dal tuo artiglio di bronzo

non gocciolare sangue, luttuoso, di nemici;

nella casa di marmo, qui, alta, di Atena, riposa

esaltando il valore del cretese Echecratide.

“Echi carducciani” sono stati rilevati da Aldo Bello (Introduzione a Il vento e le stagioni, Matino 1990, p. IX) nella prima raccolta poetica del 1942 Solingo liuto, che non ho potuto consultare, come le due successive raccolte del 1950 (Mentre la luce è piena e Il deserto attende). Ma, dopo la svolta ungarettiana e quasimodiana che caratterizza la successiva produzione poetica di Romano, il ritorno tardivo a Carducci, sia pure sul piano strettamente metrico, non è privo di significato. Ciò dimostra un certo sperimentalismo metrico di Romano: comunque è un dato evidente che l’esigenza ritmica era preminente nella sua ricerca poetica e giustifica l’osservazione sulla “perfezione metrica” dei suoi componimenti fatta da Aldo Bello (Ibid.). Anzi, io credo che un’indagine metrica su tutta la produzione di Romano potrebbe riservare delle piacevoli sorprese.

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Poesia e/è filosofia. Riflessioni sugli scritti di Vittorio Bodini PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Giovedì 11 Dicembre 2014 09:15

[Relazione letta durante il Convegno  dal titolo Vittorio Bodini fra Sud ed Europa, Convegno Internazionale di Studi, 4 dicembre 2014, Sala Conferenze Rettorato - Piazza Tancredi, Università del Salento, Lecce.]

 

Chi mi ha dato il via per una lettura di Bodini, mi ha detto di vedere nella produzione del poeta ciò che è affine ai miei interessi e alla mia Weltanschauung. La lettura sistematica della produzione di Bodini, laureato in filosofia nell’ateneo fiorentino a ventisei anni, ha generato in me la percezione che la filosofia non appaia in quanto tale nella sua produzione poetica, ma che vi appaia mimetizzata e, se è lecito il termine, «impastata» con la poesia. Insomma in Vittorio Bodini l’endiadi poesia e filosofia comporta che la «e» da congiunzione divenga copula. Non è un evento nuovo nella storia letteraria dell’Occidente: basti pensare al sommo Giacomo Leopardi e alla filosofia contenuta nei suoi versi, filosofia a cui sono stati dedicati convegni e robusti tomi. Va detto, per chiarezza, che la filosofia, per chi scrive qui, non è una serie di sistemi di pensiero, ma è una ricerca del senso della realtà e dei vissuti umani,

Questo connubio poesia-filosofia cosa comporta? Salvatore Quasimodo, nel suo Discorso sulla poesia, elaborato per la premiazione del 1958, quando aveva ottenuto il Nobel, ebbe a dire che i filosofi sono i «nemici naturali dei poeti». Ma lasciamo agli addetti ai lavori letterari la valutazione di quel paradigma, che personalmente non condivido, e torniamo a Bodini e alla sua filosofia mutata in poesia oppure alla sua poesia venata di una filosofia tramutata in esistenza. Infatti, c’è un essenziale punto di partenza teorico, se non teoretico, che ci dice che tutto è solo esistenza: non c’è trascendenza se non all’interno del soggetto.

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Dialogo fuoritempo con Vittorio Bodini (alla presenza di Oreste Macrì) PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Venerdì 05 Dicembre 2014 07:55

[Dal 27 al 31 ottobre 2014, presso il Gabinetto Vieussseux di Firenze, si è tenuto il Convegno internazionale di studi L’Ermetismo e Firenze. Riportiamo l’intervento di Antonio Prete (Sala Ferri, venerdì 31 ottobre 2014).]

 

C’è qualche volta una dissimmetria tra le generazioni anche prossime – un’esegeta delle generazioni come Macrì lo sapeva benissimo-, c’è un balzo di anni e una distanza di luoghi e di esperienze che  impedisce l’incontro. Quando una sera di fine settembre del 1959 salii sull’espresso che da Lecce mi avrebbe portato a Milano, Bodini non era più nel Salento. Una comunanza c’era, però, tra la generazione sua o di Macrì e quella dei nati con la guerra : il desiderio di abbandonare un paese che tuttavia si amava fortemente, la necessità dell’addio, insomma l’impulso a emigrare. Accanto alle immagini della miseria propria del Sud agivano le immagini di un’Europa che stava per dissipare le tenebre della sua notte. Nella sera della mia partenza, il corridoio del vagone, affollato di emigranti, era animato da voci che modulavano i dialetti salentini nelle loro varianti di suono e di cadenza :  in quella animata  koiné linguistica, in mezzo alle valigie di cartone, le parole, inseguendo storie stralunate di paese, cercavano di distrarre dall’assedio dell’addio. Di là dai finestrini, dall’acqua scura, occhieggiavano le luci delle lampare.

Così il dialogo con Bodini ha battuto le vie silenziose della pagina, crescendo ai margini dei versi e della prosa. Leggere Bodini è stato un movimento d’ascolto, dentro il quale crescevano le rispondenze, e prendeva forma come una zona di fantasmagorica consistenza, un luogo dove familiari erano voci e figure in cammino, paesaggi campestri e urbani, colori e pietre, credenze e orizzonti, ma anche simile a quello dell’autore appariva il ritmo della partenza e del ritorno, della prossimità interiore e della lontananza geografica, oltre che il tentativo di non trasformare in elegia la civiltà magico-rurale dell’infanzia, ma viverne, anche nelle scelte politiche,  la condizione di esclusione, e leggere, per questo, le venature, espresse o silenziose, di rivolta.

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Luzi o il respiro del visibile PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 19 Novembre 2014 19:35

[Relazione letta a Milano, Centro culturale “Alle Grazie”, Basilica di Santa Maria delle Grazie – Sala S. Domenico, il 20 marzo 2014, nel Convegno di studi Viaggio terrestre e celeste di Mario Luzi, nel centenario della nascita.]

 

Se ripenso ai miei dialoghi con Mario Luzi, vedo subito lo sfondo di alcune strade urbane o metropolitane, con il loro rumore e il loro affanno, oppure il divallare dolce della campagna senese tra calanchi ruvidi e succedersi di coltivi e di castagneti che salgono verso torrioni di vecchie ville, insomma, per dirla con le parole del poeta, quel “mare mosso di crete dilavate”, quella strada che “punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma” (Nel corpo oscuro della metamorfosi). Restano, di quegli incontri,  frammenti di un dire che accerchia, da ogni dove, una sorta di necessità : porre la poesia, il pensiero della poesia - l’ufficio, direi, della poesia-  al centro delle occupazioni mentali, e questo perché la lingua della poesia accoglie e mostra del vivente insieme l’angustia della finitudine e il respiro dell’ oltre, espone allo stesso tempo la gloria del visibile e la ferita della creatura. Inoltre il pensiero della poesia si dispone sulla soglia dell’interrogazione non della certezza, del ricercare non del confermare : era forse questa persuasione il filo che ci legava a una comune amicizia, quella con Edmond Jabès, i cui libri di frammenti e di versi andavo traducendo lungo gli anni Ottanta. Ma c’erano due grandi poeti che riapparivano più di frequente nella conversazione, due poeti per dir così condivisi : Leopardi, Baudelaire.

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Letteratura barocca tra Salento e Napoli PDF Stampa E-mail
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Martedì 18 Novembre 2014 19:23

Qualche considerazione per un’ipotesi di ricerca e di fruizione didattica.


[Letteratura barocca tra Salento e Napoli: qualche considerazione per un'ipotesi di ricerca e di fruizione didattica, in Antonio Lucio Giannone, Emilio Filieri (a cura di), Salento da leggere. Proposte di lettura ed esperienze didattiche tra '600 e '900, Lecce, 19-20 aprile 2007, Copertino, Lupo, pp. 19-26.]


Da lungo tempo, ormai, il giudizio sulla letteratura secentesca si è fatto più sereno ed equilibrato, in virtù di un processo di rivalutazione che ha spazzato via il campo da ripulse etico-critiche (pseudo-poesia, malgusto, decadenza, ecc.) e che ha ribaltato una plurisecolare linea interpretativa (Tiraboschi - De Sanctis - Croce), caratterizzata da orientamenti svalutativi e accusatori[1]. Due sono state le conseguenze più importanti di questo peculiare percorso ermeneutico e storicizzante, che si è poggiato anche su una fervida esplorazione di testi e di autori, spesso ignorati o trascurati. La prima è rappresentata dalla riscoperta di un’epoca problematica e pluriprospettica, per certi versi ambivalente e contraddittoria, che aveva sancito un forte iato con il passato (pur non esaurendo solo in questo la sua essenza primaria) e aveva inaugurato vitali istanze di modernità, talvolta ritenute incunabolo dell’età contemporanea[2]. La seconda conseguenza è identificabile nell’approfondimento storiografico su determinati contesti letterari, anche periferici, che erano stati in collegamento con le capitali culturali del tempo (Roma, Napoli, Venezia) e che si erano proiettati sul fondale della cultura “nazionale”.

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