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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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Paolo Vincenti, L’osceno del villaggio, the fool PDF Stampa E-mail
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Domenica 05 Giugno 2016 11:51

In tutta la produzione di Paolo Vincenti, si avverte l’ineluttabilità di una scelta fondazionale da cui prende forma un modello di scrittura che sembra avere come costante la fusione dell’orizzonte dell’io empirico con l’altro da sé: maschera ancestrale e liberatoria.

Se nei primi lavori (“L’orologio a cucù”, “Danze moderne”, “La bottega del rigattiere”) era stato affidato al dio Dioniso il compito di esorcizzare il fluire del tempo, con le sue danze selvagge poggianti, su una scrittura da qualcuno definita “rabdomantica, generatrice, eccessiva”, in quest’ultimo lavoro, “L’osceno del villaggio”, la parola è diventata disincantata e buffonesca testimone della realtà.

E’ come se Dioniso nel suo lungo viaggio, che dalla Tracia lo ha portato nel cuore della cultura occidentale, avesse abbandonato per strada i canti, i baccanali, i “good times” e il sacro tirso, e con essi il suo potere psicotropo ispiratore e modellatore della realtà.

Il giovane figlio di Zeus, in questa sua ultima apparizione nella produzione di Vincenti, veste i panni di un grottesco giullare che può solo farsi beffa del re Penteo, proponendogli l’immagine degradata e buffonesca della sua regalità, ma nei limiti che gli accorda il re stesso.

Un dio dei buffoni dissacratorio a cui, come avviene nell’Ubu Roi di A. Jarry, non rimane che “pensare da uomo il mestiere di re”.

Molto vicino al fool di ispirazione shakespeariana sembra essere quest’osceno del villaggio, nella sua doppia accezione di personaggio che si comporta in modo insensato, clownesco e, appunto, osceno; ma che ha ancora il dono di conoscere una verità profetica, spesso sovversiva del senso comune, fondamento quest’ultimo epistemico di ogni forma di conoscenza debole.

L’osceno diviene allora l’incarnazione caricaturale delle assurdità e della meschinità borghese tipica della società aperta, proiettata in una serie di articoli, scritti in un paio di anni, che compongono il libro. Si passa da originali articoli di costume, a sorta di editoriali su temi di scarto, come il tubo, il porno, le iene (il programma televisivo), le bolle blu, a vere e proprie esilaranti invettive contro questo o quel politico, questo o quel luogo comune (il testo “W la Mamma (?)” rappresenta un esempio emblematico)

La realtà -dove il virtuale ha assunto una grande rilevanza nella misura in cui funge da estensione reale della res cogitans cartesiana- viene parodiata nella sua oscenità di non poter essere raccontata diversamente da come è racconta, libera dai generi e fuori dal controllo del pensiero mainstream nell’era di internet.

Per concludere, parafrasando una felice definizione che Lewis Hyde diede del trikster, diremo che l’Osceno- Vincenti “è l’idiota creativo, il saggio buffone, il bambino dai capelli grigi, il travestito, il dissacratore. Laddove un senso di onesto comportamento impedisce a qualcuno di agire, lì apparirà l’Osceno pronto a suggerire un’azione amorale, qualcosa di insieme giusto e sbagliato, che permetterà alla vita di continuare”.


Per L’osceno del villaggio di Paolo Vincenti PDF Stampa E-mail
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Lunedì 30 Maggio 2016 16:07

Giornalista e scrittore Paolo Vincenti ha al suo attivo numerose pubblicazioni. In quest'ultimo volume, "L'osceno del villaggio"(Argo.menti Edizioni 2016), raccoglie in antologia una serie di suoi articoli usciti su testate giornalistiche e blog dal 16 novembre 2014 al 12 febbraio 2016. I temi trattati sono molteplici e riguardano ad ampio raggio la realtà contemporanea, la politica, il terrorismo, le nuove modalità di comunicazione, la pedofilia, l’Europa, mostrando le contraddizioni, gli autoinganni di un mondo dominato dalla superficialità un mondo “di pazzi”, in cui sempre più l’apparire prevale sull’essere, “siamo informati di tutto, ma non conosciamo niente”, in cui comportamenti e modi di pensare stereotipati, mascherati dal mito della modernità, si impongono sulla unicità e creatività del pensiero libero che certo non fa difetto all’autore.

I suoi giudizi si presentano con l’evidenza di un’argomentazione piacevolmente serrata che ha l’allure di un raffinato dialogo alla scoperta del vero. Spesso irriverenti, sono sempre “fuori dal coro” e per questo stranianti e stimolo alla riflessione. Pregi che permetto a buon diritto a Vincenti di fregiarsi del titolo di “opinionista” così incongruamente e facilmente attribuito.
La scrittura di Vincenti è straordinaria: elegante, agile leggera, ironica, a volte caustica, in grado di veicolare un profondo senso di giustizia e di indignazione morale, senza alcuna pesantezza. Balza subito la profonda e vasta cultura dell’autore, una cultura che non rimane ornamento, ma sottende la trama delle argomentazioni ed è sostanziale nel definirne il particolare stile.
Il titolo è preso in prestito da una trasmissione tv “Glob, l’osceno del villaggio” che per assonanza richiama lo "Scemo del villaggio” creatura marginale, alternativa, inserita nella società, portatrice talvolta per la sua semplicità di inediti punti di vista. Nel villaggio globale che è diventata la terra, si impone la ricerca dell’”osceno” etimologicamente “di cattivo augurio” oppure “fuori scena”, nell’interpretazione di Carmelo Bene, riportata dall’autore. Osceni sono, per citarne alcuni, i raggiri, i brogli, il plagio, l’uso che si fa dei social network”, dove circola la spazzatura del mondo, che galleggia”, il populismo “la becera demagogia”, la volgarità, i luoghi comuni, la pornografia che l’argomentazione di Vincenti ci presenta non trasgressiva, ma sconcia e ridicola. Alternative che occhieggiano tra le righe l’equilibrio, l’onestà intellettuale e morale, la cultura, la bellezza. Un libro intelligente da leggere per pensare e sorridere, arricchito dal fil rouge delle citazioni di versi di canzoni che introducono molti capitoli, tutti dai titoli accattivanti, e dalle illustrazioni di Melanton che scandiscono e commentano i passaggi più significativi.


Le parole giuste per l’immigrazione PDF Stampa E-mail
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Martedì 24 Maggio 2016 19:33

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 23 maggio 2016]

 

Se avessimo la parola, se possedessimo il linguaggio, non avremmo bisogno di armi, disse una volta Ingeborg Bachmann.

Probabilmente potremmo aggiungere che non dovremmo pensare a frontiere chiuse, a sbarramenti, a preclusioni, impedimenti, blocchi; non dovremmo pensare ad una Europa che certe volte ha paura, dell’altro, degli altri: dei molti altri che l’attraversano. Le migrazioni di popoli dureranno anni, decenni, e i muri nel mare non si possono alzare, e i valichi si chiamano così perché consentono di passare da un luogo ad un altro.

Probabilmente all’incontro di popoli e di culture non c’è alternativa. Ma l’incontro tra persone e tra culture ha bisogno di pensieri e di lingue che si protendono e si aprono verso l’altro, gli altri. E’ questo il nucleo semantico che ho rintracciato nel poderoso volume intitolato Mediazione linguistica interculturale in materia d’immigrazione e asilo, a cura di Maria Grazia Guido,  edito da ESE Salento University Publishing come numero speciale della rivista “Lingue e Linguaggi”. 655 pagine. Il volume, oltre che in versione cartacea,  è disponibile online in modalità open access al sito http://siba-ese.unisalento.it/index.php/linguelinguaggi/issue/view/1342.

Trenta interventi, di cui non è possibile tradurne in sintesi lo spessore concettuale, scientifico. Per cui il riferimento sostanziale è costituito dall’analitica introduzione  della curatrice che individua le quattro macro-aree interdisciplinari nelle quali convergono le tematiche e le problematiche affrontate nel volume.

La prima area è quella relativa alle dinamiche di mediazione linguistica interculturale in ambiti specialistici quali possono essere i contesti giuridico-legali, assistenziali, socio-economici nei quali le negoziazioni di significati sono mirate a rendere accessibili ai migranti e ai richiedenti asilo concetti specialistici codificati secondo schemi cognitivi e testuali tipicamente occidentali, non presenti nelle diverse culture di provenienza.

L’altra area si riferisce alle dinamiche di mediazione linguistica in casi di asimmetria di potere nelle interazioni istituzionali con migranti e richiedenti asilo. Si tratta di asimmetrie determinate o accentuate da incomprensioni provocate dalla divergenza di strutture cognitive o linguistiche.

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Rina Durante, il mestiere del narrare PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 27 Aprile 2016 22:17

[“Presenza taurisanese” anno XXXIV, n 4 – aprile 2014, p. 6]


Sono usciti in volume, a cura di Antonio Lucio Giannone, gli Atti del Convegno Nazionale di Studi, Melendugno-Lecce, 18-19 novembre 2013, Rina Durante. Il mestiere del narrare (Lecce, Milella, 2015). Il lavoro di riflessione critica sull’opera di Rina Durante ha visto impegnati molti studiosi, diversi per formazione e specifici culturali: Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande, lo stesso Giannone, Beatrice Stasi, Eugenio Imbriani, Simone Giorgino, Fabio Moliterni, Raffaele Aprile, Patrizia Guida, Emilio Filieri, Giovanna Scianatico, Maria Teresa Pano, Franco Martina, Gino Santoro, Massimo Melillo e Carlo Alberto Augieri.

Tanti nomi, perché tanti furono gli aspetti della Durante, che non fu solo narratrice, ma anche poetessa, operatrice culturale, sceneggiatrice, appassionata di teatro, di musica, di tradizioni popolari, meridionalista e giornalista “di molteplici interessi”, come ricorda Giannone nella prefazione. A questo aggiungasi, ma si potrebbe meglio dire si premetta, che la Durante fu insegnante di italiano e storia negli istituti superiori e di sceneggiatura al Dams, che non è un dettaglio da poco. Un professore è come un carabiniere, lo è semel et vicies.

Quale il filo che lega le varie esperienze letterarie della Durante? E’ lei che lo dice: “Io ho sempre avuto una vocazione narrativa. Io so che il mio mestiere, il mio lavoro, è narrare, raccontare” (riferito da Simone Giorgino a p. 111).

In verità le motivazioni dominanti nell’opera della Durante sono almeno due, per un verso l’estetico-letteraria e per un altro la politico-ideologica. Per Gino Santoro, che le fu sodale per anni e per iniziative, è “Il lavoro d’impegno civile che ha innervato tutte le produzioni artistiche di Rina Durante” (p. 223). E Massimo Melillo le rivendica “una matrice politica marxista  […] che assume in sé il conflitto sociale tra sfruttati e sfruttatori” (p. 233), di qui “la necessità di restituirle un primato politico e culturale” (p. 235).  Il che mette decisamente in secondo piano il punto di vista estetico-letterario o, quanto meno, lo problematizza.

In genere, a fronte di intellettuali e scrittori salentini, che in qualche modo ricalcano una sorta di specimen, si parla di poligrafi. La poligrafia in effetti ne caratterizza gran parte; e non da ora. Essi, con qualche eccezione, non vanno quasi mai oltre un romanzo, per lo più breve, alcuni racconti, una raccolta di poesie, qualche saggio e sperimentazioni espressive varie, quasi sempre intorno ad un tema, quello del Sud, della meridionalità e della marginalità, de finibus terrae, raccontato con poetiche importate. Scrittori per una volta, si potrebbe dire. Salvatore Paolo con “Il canale” (Nuova Accademia, 1962) e Salvatore Bruno con “L’allenatore” (Vallecchi, 1963) raggiunsero l’editoria importante, per poi spegnersi o quasi. Anche se bisogna mettere in conto le difficoltà editoriali. Nel caso di Salvatore Paolo, osservava Giannone in un suo scritto di qualche anno fa, numerose sono le opere rimaste inedite (Profilo di Salvatore Paolo, 2008).

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Eva Cantarella, Non sei più mio padre PDF Stampa E-mail
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Giovedì 21 Aprile 2016 17:10

Al mondo greco- romano ha da sempre rivolto l’attenzione Eva Cantarella nella sua lunga carriera di studiosa, e lo fa anche in questo ultimo libro: “Non sei più mio padre. Il conflitto tra genitori e figli nel mondo antico” (Feltrinelli 2015), scritto in uno stile semplice, divulgativo, a vantaggio di un pubblico ampio ed eterogeneo, non composto esclusivamente da specialisti della materia.

Eva Cantarella, che ha insegnato Diritto Romano e Diritto Greco all’Università di Milano, è oggi visiting professor alla New York University Law School. Importantissimi i suoi studi su usi e costumi del mondo greco romano, i suoi saggi sono dei capisaldi sulla materia. Fra i più interessanti, ricordiamo:  “Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico”, (Roma 1988), “I supplizi capitali in Grecia e a Roma”, (Milano, 1991), “Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia”, (Milano, 1996), “Pompei. I volti dell'amore”, (Milano, 1998), “Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto” (2002), “ L'amore è un dio (Milano 2007) , “Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell'antica Roma” (Milano, 2009), “L'ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell'antichità greca e romana”, (Roma 2010), “Perfino Catone scriveva ricette. I greci, i romani e noi”, (2012).

Al centro del libro, i rapporti padre-figlio, analizzati in una luce esclusivamente storica, come l’autrice non manca di sottolineare nella sua premessa: “gli strumenti per affrontarli in campi diversi appartengono ad altri”, scrive, “ai sociologi, agli antropologi, agli studiosi della famiglia moderna…”. È chiaro però che il libro  propone una riflessione ampia, articolata, stimolante, anche per chi non possegga competenze specifiche . Partendo da Omero, con i suoi poemi epici, e da Esiodo con la sua Cosmogonia, per arrivare alla tragedia e alla commedia dell’età classica, la studiosa propone uno specimen di rapporti generazionali, fra leggenda e realtà, fra storia e invenzione narrativa, che si presta ad approfondimenti, che chiama in causa il nostro intimo vissuto, che sollecita dubbi, favorisce domande, suggestioni.

Dopo aver accennato alla grande famiglia allargata di Zeus olimpico, l’autrice si sofferma sui poemi di Omero (“il primo storico della gentilità” lo definisce, citando Vico) e, tratti dall’Iliade e l’Odissea, analizza tre rapporti padre-figlio: Ulisse-Telemaco, Nestore-Pisistrato, Ettore-Astianatte, nell’ambito delle rispettive famiglie a Itaca, a Pilo e a Troia. Nella prima, viene fatta luce sul controverso ruolo di Telemaco che, più che dare prova di grande virilità e coraggio, secondo l’autrice dimostra di non essere all’altezza del padre nei confronti degli itacesi e anche della sua stessa famiglia, di non avere insomma la stoffa del capo, nonostante ormai uscito dalla ephebia, cioè divenuto maturo; e anche nel viaggio alla ricerca del padre fallisce completamente la propria missione. In questo brano, l’autrice approfitta per sfatare un mito (e sia perdonato il gioco di parole), cioè quello della fedeltà di Penelope, dimostrando come molti e forse fondati dubbi nutrissero, sia Telemaco sulla propria paternità, e sia Ulisse sulla fedeltà della moglie. Prendendo spunto poi dalla famiglia di Ettore e Andromaca, una interessante parentesi potrebbe aprirsi sulla disciplina dei figli illegittimi, pratica molto diffusa in Grecia, in quanto quasi tutti gli uomini sposati concepivano anche al di fuori del matrimonio; questi figli (“spuri”, venivano definiti) erano di prassi regolarmente ammessi nella casa coniugale del padre e finanche amorevolmente curati dalla moglie la quale, in determinate circostanze, come dimostra proprio l’esempio di Andromaca, era disposta ad offrire il seno ai pargoli per non amareggiare il marito.

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