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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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Di posa in posa, l’arte, la vita… PDF Stampa E-mail
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Domenica 14 Dicembre 2014 07:52

[in "Ilpaesenuovonline", 16 giugno 2013]

 

Nel libro “Di posa in posa” (Manni Editore 2012), Paola Cattaneo racconta un’esperienza straordinaria : quella di modella di nudo per pittori, attività da lei svolta per molti anni prima di passare dall’altra parte del cavalletto e diventare  pittrice. Un universo affascinante quanto sconosciuto, quello artistico delle modelle di nudo, che fino ad ora era stato poco esplorato perché di rado accade che chi posa passi poi a descrivere questa esperienza dal di dentro. Rappresenta dunque quasi un unicum il caso di questa modella per pittori, artista ella stessa e poliedrica intellettuale. Un osservatorio privilegiato, il suo, dal quale ha potuto trarre materia viva per la narrazione che si dipana in questo agile volumetto, a metà fra saggio e romanzo, leggera e quasi imponderabile, piana e lieve, come il corpo nudo di una modella. Quanti spunti, idee, ispirazioni infatti deve aver colto la Cattaneo nei tempi lunghi delle sue pose quando negli atelier in cui si esibiva, doveva prestare il corpo allo sguardo attento ed interessato di pittori, professionisti o dilettanti, che la riproducevano sulla tela. Paola Cattaneo ha iniziato con la danza, la recitazione e il canto, prima di approdare al lavoro di modella per pittori. Laureata in filosofia, ha pubblicato libri di fiabe, poesie e saggistica. Divenuta pittrice, ha tenuto svariate mostre. Vive fra Roma e Baveno sul Lago Maggiore.

Nella prima parte del libro, l’autrice narra i propri inizi nell’atelier dell’artista Enrico Lui, una sorta di guru che segna inequivocabilmente la sua vita. Il posare diventa per la Cattaneo un vero lavoro al quale si dedica negli anni successivi con passione e grande professionalità. Essendo anch’ella artista e donna di pensiero  ha modo di sviluppare una riflessione critica sul proprio ruolo che poi, su suggerimento di Enrico Lui, decide di mettere per iscritto e che diventa il libro che ora abbiamo in mano. Scrive infatti la Cattaneo nell’Introduzione: "Il tempo del posare  è un tempo di osservazione e di attenzione all’ambiente e alle persone che vi operano. E’ un tempo che prevede un saldo equilibrio di energie fisiche ed emotive, un’abilità di resistenza per mantenere corpo e viso immobili e concentrati il più a lungo possibile. Ề il tempo che, anche nelle sue pause tra una posa e l’altra, mette in relazione modella e pittore, corpo e spirito di entrambi. In questo tipo di rapporto, dove chi posa e chi disegna soprattutto ‘mette a nudo’ le sue parti più intime e autentiche, emergono in modo esplicito comportamenti, abitudini di pensiero, incertezze, che coinvolgono non solo  il fare artistico, ma il fare e l’essere ‘umano’delle persone.”

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Senza potere PDF Stampa E-mail
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Sabato 13 Dicembre 2014 18:53

“o forse quel niente è la distanza/che divide il tuo dal mio tempo …”

 

Non credo nelle differenze fra un testo ed un altro per chi legge di emozioni, di silenzio, di poesia e si vogliono vedere unicamente gli intenti.

Il filo, il proprio, di Maria Rita Bozzetti, conduce sempre nell’utile psichico di un verso e, se nel differente, il senso sarà per l’altro, chi legge, scrivere in un discorrere sereno di quel verso.

È indispensabile sempre il ricordare o quel che si è già letto in un testo precedente. Ciò conferma il divenire dell’“utile” per comprenderne ancor più la scrittura che veste abiti per l’intransigente ed esplora i fondali di quel che l’abito nasconde.

Nel sottotitolo ho voluto sottolineare quest’aspetto, ricondurre a quanto già scritto dalla poetessa nel 2007 per “i dintorni della tua memoria” in Pensieri ispirati da Nicola G. De Donno in vita e dopo la Sua morte. (Ed. Ibiskos Ulivieri)

Quel pretesto l’ho preso da pag. 39 e per un titolo da me ritenuto fondamentale per l’autrice. In quei due primi versi c’è Fede.

Ecco dunque il verso ricondotto, quell’andare più teso, lo scoprire il così come descritto in prefazione da Dante Maffia per l’andar, per racconto.

Ho letto con piacere tutti i testi che mi ha donato M.R. in occasione di un parlare di Arte fra laico e cristiano, fra l’astratto|informale e l’estremamente visibile di un figurativo.

La sua Fede l’ho ritrovata allora nel mio astratto commentato.

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L'anatomia dei poteri nel salotto Lecce PDF Stampa E-mail
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Venerdì 14 Novembre 2014 17:39

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 14 novembre 2014]

 

“Il salotto invisibile. Chi ha il potere a Lecce?” è un libro che merita di essere letto con attenzione. Curato da tre sociologi dell’Università del Salento, Valentina Cremonesini, Stefano Cristante e Mariano Longo, ha il pregio di fornire una imponente mole di informazioni, all’interno di un quadro interpretativo molto ben definito nell’Introduzione, di massima utilità per capire quali dinamiche sociali prevalgono in una piccola città del Mezzogiorno. Il volume si inserisce all’interno di una ricerca di più ampio respiro (denominata Smallville), partita dal 2007, che ha dato luogo, fin qui, a due importanti pubblicazioni: la prima, sulle campagne elettorali in città e la seconda sui rapporti fra la città e la sua Università. Si tratta, peraltro, di ricerche che si collocano nell’ambito di un indirizzo ormai consolidato nelle scienze sociali, a partire da pionieristici contributi dei coniugi Lynd negli anni trenta del Novecento, che fa riferimento all’analisi delle dinamiche di potere all’interno di piccoli centri urbani.

Lecce è una città che ha sperimentato, nel corso dell’ultimo decennio, una crescita della propria visibilità probabilmente senza precedenti nella storia dei piccoli centri urbani italiani. Lecce è ora nota, su scala nazionale e internazionale, come “capitale del barocco”, con bellezze paesaggistiche e artistiche pressoché ineguagliabili. Un luogo nel quale è gradevole vivere, e che merita di essere visitato.

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Alessandra Nicita, Arrivò l’amore e non fu colpa mia PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 12 Novembre 2014 21:21

Più che una raccolta di poesie, un racconto in versi. Il racconto di una storia d’amore difficile e tormentata, fatta di alti e bassi, andate e ritorni, armonie e disarmonie. Una storia d’amore fra due donne, scritta in versi liberi, è alla base di questa silloge partorita dalla composita e raffinata creatività di Alessandra Nicita, scrittrice, musicista e psicoterapeuta originaria di Nardò ma trapiantata da anni in quel di Bologna. Dopo “Sono stata molto delusa dai mirtilli” (Besa Editore 2006), pubblica “Arrivò l’amore e non fu colpa mia” (Besa 2014), a cui è allegato il cd musicale “Spegni la luna” con canzoni scritte dalla stessa Alessandra. Il libro presenta una Prefazione di Edoardo Winspeare e una Postfazione di Maksim Cristian. Un lungo viaggio interiore, dell’innamoramento o delle perdute illusioni, dell’inizio e della fine, della benedizione di un amore ovvero della dannazione che questo porta con sé. Un percorso al contrario, in cui ci si trova e poi ci si perde, e dopo i fantastici giorni del sentimento, lo sprofondo della disgregazione, il baratro dell’abbandono, della dissoluzione. E dopo l’incanto del farsi di una passione, dell’essere insieme, il disincanto del tornare soli, degli occhi disseccati, della voce rotta, lo strappo del disinganno, e amara la consapevolezza delle fragili fondamenta di quella costruzione creduta indistruttibile.  L’autrice utilizza un linguaggio diretto, quasi scarno, il lirismo non è nelle parole ma nella storia raccontata, nelle atmosfere del libro. Questo linguaggio, dalla forte concentrazione, quasi fotografico, è più vicino a quello delle canzoni ai cui stilemi l’autrice è avvezza per via della sua seconda ( o prima) attività artistica, cioè quella di cantautrice. Sono canti dell’inquietudine, e la protagonista della raccolta, proprio come Saffo, ritrova così “l’immortale Afrodite tessitrice d’inganni” . Una sintassi concentrata ma come sospesa, dove i legami logici fra le proposizioni sono lasciati all’intuizione del lettore e che attinge alla lingua parlata.  Sono versi  intensi, ricchi di immagini nitide che si dispiegano fra le brevi pagine del libro. Il dialogismo delle liriche si poggia sul confronto io-tu,  dualità paradigmatica, trattandosi di tematica amorosa.

Versi quasi scolpiti, epigrammatici, fra il bianco e nero delle pagine.  il percorso interiore di Alessandra si intreccia inevitabilmente con la sua esperienza artistica e diventa viluppo, inestricabile groviglio, ché non sai dove finisca la sua vita vera e cominci la finzione letteraria, dove l’una approdi e dove salpi l’altra, e dei risultati estetici di questa raccolta raccoglie il testimone la sua arte sfaccettata, polimorfa, come sfaccettata, poliedrica, deve essere la personalità dell’autrice. E un percorso di vita dunque viene  scandagliato e segnato dalle poesie di questa raccolta, tappe fondamentali di una crescita che non porta altresì ad un punto d’arrivo, ad una ancoraggio stabile. Ché la vita è nomade, come Alessandra Nicita, che percorre avanti e indietro la nostra penisola nel lungo tour di presentazioni del suo lavoro.  L’arte è nomade e così pure il pensiero è sempre in movimento, dinamico, in progresso. E l’amore poi ritorna, senza nessun rimorso perché senza nessuna colpa.


La Casa del Sale: Il Salento lirico di Wilma Vedruccio PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 12 Novembre 2014 07:57

["Il Galatino" anno XLVII n. 17 del 31 ottobre 2013]

 

Viviamo nel tempo dell’affievolirsi della luce in un luogo che era un incanto, un lembo di terra dove non vi era urgenza del fare, vigeva l’orologio della lentezza delle tradizioni, con un sole pacato, un mare azzurro congiunto al cielo, una campagna di alberi d’ulivo, fichi d’india, grano e vitigni, muri a secco, orti e ortolani, sinfonia d’autunno, contadini temprati nell’acciaio della fatica. Questa è la narrazione del Salento, della memoria della gente e del luogo,  trascritta da Wilma Vedruccio nel suo libro La casa del sale. Storie di un altro Salento (Kurumuny edizioni).

Un altro Salento. Quello che non è mercificato e riesce a mantenersi nella tradizione orale, svincolato da false ideologie moderniste che fanno perdere il senso di ciò che siamo stati. Che cosa dobbiamo dunque chiederci e fare a questo proposito per evitare il pericolo dell’ovvio? Partire dall’evidenza di tutto quanto è ancora a disposizione dei nostri occhi e della nostra memoria. Non è una questione di verità, né un tentativo di ricerca di un qualunque fondamento veritativo, ma una riaffermazione di un canto corale che nel corso dei secoli si è trasformato in sapienziale esistenza di una gente che non ha mai perso di vista il sacrifico e ha saputo riscattare il dolore dalla brutalità del suo accadere. Gente forte in un luogo che era un incanto. Era. Non lo è più. Il messaggio è fin troppo chiaro: Storie di un altro Salento. Vedruccio nelle sue storie sembra avvertire il sentimento, sempre più acuto, della mancanza di tempo, la fretta che uccide presente e futuro, condensando nella nudità dell’accelerazione l’indifferenza, o peggio la scomposizione di misteri di bellezza naturali in fragili emotività che depauperano la quotidianità di significato.

La Casa del Sale è la casa di un tempo andato, consumato, che potrebbe vivere nella memoria. Era così chiamata in paese, e si diceva un po’ questo e un po’ quello sul suo passato, storie di contrabbandieri, leggende d’amore e di coltelli… Brrr, brividi di paura, che quelle incrostazioni, quelle pietre sgretolate certo non facevano svanire.

La Casa del Sale è il pretesto narrativo per intessere in un ricamo letterario di storie e di personaggi, ma anche di  luoghi mitici e irreali.

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