A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
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Necrologi
Per Gino Santoro PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Venerdì 19 Giugno 2015 20:24

Gino Santoro è stato tra gli attori di una stagione culturale densa, tumultuosa, anche contraddittoria; tra i protagonisti, fin dagli anni ’70, del dibattito sulla cultura popolare nel Salento, non ha disdegnato i toni accesi quando decideva di schierarsi per una causa; l’ho sempre visto come un uomo di parte, determinato, poco conciliante, coltivava, però, come una scelta quello che alcuni potevano definire un eccesso di rigidità. Il suo campo di indagine scientifico era la storia del teatro, anche se forse sarebbe più giusto dire, semplicemente, il teatro: teatro sociale, pubblico, diffuso. Il teatro, il cinema, l’arte, la performance: aveva avviato, nell’ateneo leccese, un percorso didattico e formativo interessantissimo, la costituzione, cioè, di un corso di laurea che riguardava le discipline dello spettacolo, sulla falsariga del Dams bolognese; ci fu un riscontro straordinario di iscrizioni, ma il corso fu chiuso ugualmente: fu una scommessa perduta, non si fanno le nozze con i fichi secchi. Ma ciò che mi piace di più ricordare è stato l’impegno di Gino per i disabili; nell’università, durante gli ultimi anni del suo servizio, aveva ricevuto dal rettore una delega per questo genere di servizio, e Gino ha declinato il suo compito con cura, attenzione, grande intelligenza, decisione. Chissà se dov’è andato troverà i vecchi amici che l’hanno preceduto; dovrebbe almeno toccargli l’aldilà dei teatranti: tra saltimbanchi e danzatori, cantori e fini dicitori, direi che è un bel posto per farci un viaggio.


Icilio Vecchiotti PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Domenica 31 Maggio 2015 16:27

Urbino, Istituto di Filosofia Arturo Massolo, anno 1983. Lezione alle nove del mattino, d’inverno, in una stanza dove sedeva non più di una decina di studenti. Puntuale, il professore, di fronte a noi, dietro la cattedra, col sigaro semispento in bocca, intento a sistemarsi la pettorina bianca sotto il gilet, legata sugli omeri e dietro le spalle, si preparava per la lezione. Avevo l’impressione che stesse ultimando la toilette mattutina, iniziata in una stanza attigua, dove forse aveva trascorso la notte. Che abitasse lì il professor Icilio Vecchiotti? Appena pronto, apriva davanti a sé l’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio e un quaderno di appunti; poi, con l’indice della mano destra premeva il pulsante d’un suo giocattolo elettrico, un vecchio registratore dalle grandi bobine, che subito cominciavano a ruotare come giostre panoramiche su cui rimaneva incisa la sua voce.

Solo allora la lezione aveva inizio. Tra mille passaggi da una posizione ad un’altra, secondo le distinzioni del metodo dialettico, progrediva la vita dello spirito; promanava da un corpo appesantito dagli anni e dall’immobilità e nutrito di saggezza orientale. Fuori, nello specchio della finestra, un noce alto e spoglio lanciava verso di noi i suoi rami.

Poi, alle undici del mattino, mentre sostavo in Piazza della Repubblica, da Via Vittorio Veneto lo vedevo scendere lento e pesante, a passi larghi e cadenzati, trasandato nell’abbigliamento, col cappotto sempre aperto e una sciarpona intorno al collo, tutt’uno con la borsa piena di libri. Lo immaginavo vent’anni prima, giovane bohémien, per le strade di Parigi, nel quartiere latino.


Ricordando Pascal Gabellone PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Venerdì 22 Maggio 2015 15:27

Il ricordo di Pascal Gabellone per me si compendia in una singolare congiunzione : quella che tiene insieme la discrezione e la passione, il sorriso e la ricerca del sapere, di una verità nel sapere. E sostiene tutto questo con un forte senso dell’amicizia.

Dall’infanzia salentina alla giovinezza bolognese al resto della vita trascorso in Francia, in particolare a Montpellier, insegnando e scrivendo, Pascal ha vissuto tra due lingue e in una sola cultura : sia nella scrittura francese sia in quella italiana l’interrogazione assidua della sua ricerca è stata quella rivolta a comprendere le ragioni della poesia, e soprattutto la necessità della poesia. Da qui l’esplorazione, sempre condotta in parallelo, sia dell’orizzonte teorico, che sottende o presiede o segue la lingua poetica, sia della forma stessa che diciamo poesia, del suo stare nel pieno del dire e nel vuoto del dire, nel sapere e nel non sapere, nella musica e nel silenzio.

Un altro aspetto era proprio del suo agire e cercare : poggiare l’esperienza culturale nell’amicizia. Dal giovanile teatro bolognese dei mimi, avventura condotta con Gianni Celati, alle riviste (“Prévue”, tra queste) e ai seminari, all’animazione didattica che insieme con Franc Ducros, in dialogo costante con la sua esperienza e scrittura, ha condotto nelle diverse stagioni dell’insegnamento all’Università Paul Valéry di Montpellier, il cammino di Pascal non è stato solitario, ma sempre in dialogo, aperto alla condivisione, al confronto.

Nei suoi libri – dal giovanile L’oggetto surrealista, pubblicato  nel 1977, a Emblèmes épars, del 1997, a La blessure du réel, del 2011, fino alle esperienze di scrittura poetica (anni fa accolsi nei “quaderni del gallo silvestre” Per appparizioni) la ricerca di Pascal, nella teoresi e nella scrittura, ha indugiato a lungo sul rapporto tra la parola e il tragico, così come in alcune grandi esperienze del Novecento si è mostrato. Da qui gli studi su Hölderlin, su Ungaretti, su Mandel’stam, su Rilke, e soprattutto su Paul Celan.

Per quanto mi riguarda, la sua assenza si declina ora come una sequenza di “apparizioni” : rivedo la luce e le parole che accompagnavano i nostri incontri, a Montpellier o nel Salento, a Parigi o a Siena. La scomparsa di un amico ci consegna un’altra, impalpabile ma anch’essa vera, presenza.

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Ricordando Donato Moro PDF Stampa E-mail
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Lunedì 27 Aprile 2015 06:48

Fra gli amici galatinesi uno dei più cari è stato Donato Moro. Cominciai non a conoscerlo, ma a vederlo a distanza, non con simpatia.

Mi spiego. Era una sera di non ricordo quale anno, probabilmente a fine anni Cinquanta. Francesco Lala nel '55 aveva fondato la piccola rivista Il Campo, unica fra le riviste salentine chiaramente schierata a sinistra. In essa eravamo entrati ben presto Nicola Carducci, io, altri amici  e "compagni". Avevamo inoltrato domanda d'un sostegno finanziario all'Amministrazione Provinciale democristiana, nella quale Donato rivestiva la carica di Assessore alla Cultura. Andammo in gruppo a Palazzo dei Celestini ad attendere l'esito di quel Consiglio nel quale, fra l'altro, si deliberava sulla nostra richiesta. Grande fu la delusione nell'apprendere che si trattava solo d'una esigua somma. Di conseguenza, quando dall'aula uscì un momento l'Assessore Moro, non lo guardai certo di buon occhio, né fui il solo, considerandolo il maggior responsabile del deludente stanziamento.

Dovette passare un certo tempo affinché quel negativo, fuggevole e quasi casuale incontro si tramutasse in conoscenza diretta, poi in bella amicizia. Accadde fra il '61-'62 a Foggia, nominati in un Concorso magistrale. La Commissione, dato l'alto numero di concorrenti, si suddivideva in tre sottocommissioni, in due delle quali Donato ed io eravamo commissari d'italiano. Nostro presidente

era un fiorentino, piuttosto prevenuto verso i meridionali. Sottolineava sopra tutto alcuni comportamenti incivili dei foggiani. A volte condividevamo le sue critiche, altre no, qualora ci sembrava esagerasse. Ci fu anche un passeggero screzio sul mio metodo d'interrogazione. E subito trovai la convinta alleanza di Donato. La nostra amicizia però era cresciuta già da tempo, nelle lunghe conversazioni a pranzo, nelle pause di lavoro o in treno in qualche settimanale ritorno a casa.

Mi confidò che mi aveva creduto un rigido marxista, sennonché aveva dovuto ricredersi, così come da parte mia scoprivo la sua onestà politica permeata di salda fede cristiana e le sue grandi  aperture sociali. Superate quindi le reciproche riserve, aveva luogo tra noi lo scambio di versetti innocentemente satirici, che qui occuperebbero troppo spazio, ma dei quali posso almeno citare  qualche stralcio. Ecco come Donato lancia frecciatine sulle presunte attenzioni di due colleghe nei miei riguardi:

 

Quando torna Giovannino

con gli occhiali sul nasino

le due fate attente e pronte

gli dan baci sulla fronte.

Lora asciuga il suo sudore

e lo guarda con amore;

Delia gli offre un Coca-Cola

ed il bimbo grida:"Ancola!"

ecc.  Con cattiveria  Donato Moro

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Ricordo di Mario Signore PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Lunedì 20 Aprile 2015 16:13

In questi giorni casualmente, mettendo ordine nelle mie carte, ho rintracciato un foglio scarabocchiato con disegni, versi, firme ecc.: si tratta del documento di una cerimonia goliardica, che ora per fortuna è una prassi cancellata, mi riferisco alla “matricola” cioè una consuetudine a favore degli universitari anziani che, per lasciare tranquille le matricole, chiedevano, con la loro autorità accademica, di essere portati al bar per consumare, a spese del malcapitato neo-iscritto, quello che sul momento attirava il loro desiderio. Alla fine del rito rilasciavano un foglio con uno scritto in latino maccheronico e zoppo: In nomine Bacchi, Tabacchi, Venerisque bonae… ecc. Su quel foglio ognuno dei beneficiari metteva la firma e disegnava qualche scarabocchio. Su quel mio presunto “papiro” (era un modesto foglio protocollo) che risale all’ottobre del 1960, ho trovato una firma in rosso: Mario Signore, con due palline crociate che stavano ad indicare che il firmatario era al secondo anno di università. Perché questo excursus? Perché Mario firmò quel documento per amicizia, senza consumare e senza chiedere alcunché, come facevano gli altri colleghi. Lo faceva solo per dare una mano a me, povera matricola.

Da allora il mio rapporto con Mario è stato uno dei rapporti più solidi, costruttivi e permanenti della mia esperienza universitaria. C’è qualcosa di più: quando io divenni docente di filosofia nel Licei e fui mandato a Galatina nell’anno scolastico 1968-1969 e per l’anno scolastico successivo fui trasferito al Palmieri di Lecce, Mario mi sostituì al Liceo galatinese. Ma, dopo pochi mesi, lasciammo entrambi l’insegnamento al liceo perché io divenni assistente universitario di ruolo di Storia della Filosofia e Mario di Filosofia (teoretica) nella Facoltà di Magistero. Da allora la nostra amicizia è sempre cresciuta non solo perché la famiglia di Mario e Anna si trasferì a Lecce, ma perché per ognuno di noi un successo accademico o culturale dell’altro, come è nella natura dei docenti universitari, creava una certa spinta alla competizione scientifica, accompagnata dalla volontà di equipararsi all’amico-collega. Così Mario è stato per due mandati triennali prorettore e io, per ugual tempo, preside di Facoltà. Mario aveva lasciato l’ex-Magistero (Facoltà che era stata rinominata Scienze della Formazione) e si era trasferito alla Facoltà di Economia dove coniugò, da un punto di vista scientifico, economia e valori etici. I suoi collegamenti culturali e di ricerca con colleghi delle università italiane e straniere sono stati importanti per la sua scuola scientifica e anche per l’Ateneo salentino.

Nel frattempo egli contribuiva in forma strutturale, come alcuni di noi, alle attività della Chiesa cattolica. Lo fece anche riunendo intorno a sé un gruppo notevole, per qualità e quantità, di giovani e non giovani. Questo anche essendo inseriti ambedue nella Fondazione dedicata a don Tonino Bello. Quando tutto sembrava tranquillo, un male improvviso lo ha sottratto alla famiglia, agli amici, alla ricerca scientifica, alla cultura e all’apostolato cattolico. In meno di un mese, il buio. Ma sono convinto che quel buio che in questi giorni, nei quali il dolore può essere solo mascherato ma non annullato, ridarà spazio, grazie al nostro ricordo intimo dell’amico, alla sua presenza morale tramite tante persone che, negli anni, sono state a lui vicine e che riprenderanno a impegnarsi come Mario, apparentemente lontano, vorrebbe da ognuno di noi. In fine dei conti penso che si sia realizzato per lui un auspicio che Ungaretti declinò per sé: “Che la morte mi colga vivo”. Ognuno di noi, a cominciare dalla sua famiglia, lo sentirà vicino e quel ricordo non si logorerà. Si possono logorare le immaginette, ma non una storia umana che ci attraversa.


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