SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 102 - (5 ottobre 2013) Stampa
Universitaria
Sabato 05 Ottobre 2013 15:55

L'Università delle banche


[in "Roars" Return on Accademic Research del 5 ottobre 2013]

 

Il 21 gennaio 2011, a seguito dell’approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto sulle abilitazioni scientifiche nazionali, il Ministro Gelmini diramava – sul sito del MIUR - questo comunicato: “Il regolamento pone fine ai concorsi truccati e introduce l’abilitazione nazionale secondo criteri meritocratici e di trasparenza, i principi cardine del ddl Gelmini che vuole così colpire baronie, privilegi e sprechi”. Il 13 settembre 2013, il Ministero ha dato comunicazione di un’ulteriore proroga per la conclusione dei lavori delle commissioni, fissandola al 30 novembre. A due anni e mezzo dal primo annuncio, il Ministro potrebbe correggerlo scrivendo che quel regolamento non pone fine ai concorsi “truccati”, ma pone fine ai concorsi tout court, o – il che è lo stesso – che pone fine ai concorsi truccati perché pone fine ai concorsi.

Il blocco del turnover nelle Università italiane è dovuto fondamentalmente a tre fattori, il cui impatto era peraltro ampiamente prevedibile fin dall’approvazione della c.d. riforma Gelmini: la lentezza della procedura per l’attribuzione delle abilitazioni scientifiche nazionali, la decurtazione dei finanziamenti, l’introduzione della figura del ricercatore a tempo determinato.

Il risultato è che le Università italiane sono sempre più popolate da studiosi di età avanzata, demotivati, sui quali gravano norme vessatorie e talvolta del tutto incomprensibili, sempre meno produttivi sia per ragioni anagrafiche, sia per l’indisponibilità di fondi per fare ricerca. E’ lapalissiano il fatto che la ricerca scientifica richiede investimenti, in tutti i settori disciplinari: fondi per partecipare a convegni (possibilmente non attingendo al proprio stipendio, peraltro molto più basso della media europea e con scatti di anzianità bloccati), acquisto di libri e riviste, laboratori.

La domanda che occorre porsi è: chi trae vantaggi in questo scenario? Le ipotesi proposte per rispondere a questa domanda sono sostanzialmente due. In primo luogo, si sostiene che la c.d. riforma Gelmini si è resa politicamente fattibile per lo scambio riduzione dei fondi - più ampi poteri attribuiti ai Rettori e che, dunque, sono questi ultimi a ritenere desiderabile lo status quo. Si tratta di una congettura probabilmente verosimile in alcuni casi, ma opinabile se si considera che disporre di un elevato potere formale con pochi fondi (peraltro in costante riduzione) significa, di fatto, disporre, sul piano sostanziale, di poco potere. In secondo luogo, è stato sostenuto che la “cura dimagrante” imposta alle Università italiane sia imputabile all’eccesso di offerta di forza-lavoro qualificata, in una struttura produttiva composta, salvo rare eccezioni, da imprese di piccole dimensioni, poco innovative, che esprimono una domanda di lavoro rivolta prevalentemente a individui con più basso livello di scolarizzazione (http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99universita-sottofinanziata-e-il-declino-italiano/). In più, una campagna mediatica molto efficace ha diffuso la convinzione che l’Università sia unicamente un luogo nel quale si sprecano risorse e si esercitano baronaggio e nepotismo. La ricerca scientifica è stata concepita come un puro costo, insostenibile in un contesto di “risanamento” delle finanze pubbliche, con l’esito inevitabile di una continua decurtazione di fondi nel corso dell’ultimo quinquennio. La retorica della “casta dei professori universitari” combinata con la riduzione dei redditi delle famiglie e l’aumento delle tasse universitarie, ha prodotto l’ulteriore effetto di ridurre in modo significativo le immatricolazioni alle Università.

Almeno nel breve-medio termine, l’obiettivo della chiusura o accorpamento di sedi universitarie – fatta propria dai principali ispiratori della “riforma” – appare impraticabile. Occorrerebbe – se ben si capisce – il licenziamento in massa del personale delle Università che si intendono chiudere: operazione politicamente inopportuna e tecnicamente infondata, dal momento che, se si vuole percorrere questa strada utilizzando le ben poco affidabili “classifiche” della VQR si incorrerebbe, come ampiamente documentato, in scelte assai discutibili (ihttp://www.roars.it/online/francesco-giavazzi-e-la-sua-magnifica-ossessione/).

Recentemente, sul blog “lavoce.info”, è stato proposto di favorire l’accesso all’Università a giovani meritevoli provenienti da famiglie con basso reddito attraverso prestiti bancari da restituire al termine del ciclo di studi, con tassi di interesse crescenti al crescere degli anni “fuori corso” (http://www.lavoce.info/studiare-subito-e-pagare-dopo/). E’ interessante osservare che questo sistema è già in atto, almeno per alcune banche – Unicredit, in primis - e per alcuni Atenei: Bocconi, Luiss, Bologna, fra quelli italiani (https://www.unicredit.it/it/giovani/prestiti/unicreditadhonorem.html; http://www.controcampus.it/2013/09/tasse-universitarie-allunive-le-tasse-universitarie-le-paghi-la-laurea/). Non è dato riscontrare dati ufficiali sul numero di studenti che hanno acceso mutui per finanziare gli studi. Ma, indipendentemente da questo, e probabilmente come effetto non previsto, il combinato della “riforma Gelmini” e della decurtazione di fondi può segnare il passaggio dalla “bolla formativa” dei primi anni Duemila a una nuova “bolla finanziaria”, sul modello anglosassone (http://www.roars.it/online/negli-stati-uniti-crescono-i-debiti-degli-studenti/). In altri termini, la svolta epocale del Ministro Gelmini – più che premiare il merito e combattere le baronie – sembra prefigurare uno scenario nel quale è il sistema bancario a trarne benefici, influenzando, di fatto, le scelte di immatricolazione e reclutamento. In una logica “di mercato”, infatti, le banche hanno convenienza a concedere finanziamenti a studenti che si iscrivono in sedi universitarie che, tradizionalmente, danno maggiori sbocchi occupazionali, minimizzando, così, il rischio di insolvenza da parte degli studenti indebitati. E poiché queste sedi sono collocate nelle aree più sviluppate del Paese, la svolta epocale del Ministro Gelmini può facilmente tradursi nell’accentuazione del fenomeno – già in atto – di un’Università a doppia velocità, in uno scenario nel quale gli studenti “capaci e meritevoli” tenderanno sempre più a disertare le sedi meridionali, rendendole ulteriormente sottofinanziate e, dunque, con minori possibilità di reclutamento