SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 95 - (30 maggio 2014) Stampa
Universitaria
Sabato 31 Maggio 2014 06:55

Lauree in Italia. La vergogna di essere ultimi

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 30 maggio 2014]

 

Ultimi veniamo noi. Dopo la Romania e la Macedonia, veniamo noi. Ultimi. Con un tasso di laureati fra i trenta e i trentaquattro anni immobile al 22,4%. La Germania si attesta al 33,1, la Francia  al 44 , il Regno Unito al 47,6 , la Spagna al 40,7,  il Portogallo al 29,2. La media europea è del 36,8%. Ultimi veniamo noi.

Più volte questo giornale si è occupato dell’argomento. Perché brucia. Perché lo squilibrio nella formazione comporta lo squilibrio in ogni altro settore. Se davvero si vuole la crescita del Paese si deve inevitabilmente cominciare a far crescere il capitale umano. Non c’è alternativa.

Si potrebbero indagare le cause di questo fenomeno, analizzarle, discuterle. Si può, certamente. Ma non servirebbe, non serve a niente. Serve configurare situazioni future, adesso. Quello che adesso serve è un progetto strutturale articolato in due fasi, essenziali: l'orientamento costante tra la scuola superiore e l'università; il nodo stretto tra l'università e il mondo del lavoro. Se manca o se non funziona perfettamente anche una soltanto delle due fasi, la forbice resterà inevitabilmente aperta e si chiuderà esclusivamente per tagliare saperi, competitività, economia, sviluppo, benessere, progresso. Non è più possibile perdere tempo. Al precariato che, oltre alle esistenze, umilia un Paese, non se ne può aggiungere altro. Si tratta, semplicemente, di una condizione per la sopravvivenza di una società. Si tratta di scegliere tra  mantenere marcato il profilo della cultura e della formazione oppure di abbandonarsi all'idea di una subalternità, anche di una colonizzazione.

Non c'è chi non affermi che dobbiamo essere protagonisti in Europa. Ma come, se non potenziando la condizione – forse l’unica condizione- che consente di esserlo. Se alla società di questo tempo abbiamo attribuito la suggestiva definizione di società della conoscenza ( delle conoscenze), una ragione ci dev’essere.  La conoscenza che determina evoluzione è data dalla formazione. Allora occorre intervenire sulla qualità della formazione. La qualità ha bisogno di tempo, di approfondimento, di specificità e di trasversalità.

Diciamo anche che quando i nostri laureati se ne vanno all’estero sono i migliori. Ma se questo è vero, e molto probabilmente è vero, non si capisce per quale motivo non ce li teniamo. Perché quello che fanno da un’altra parte non possono farlo qui. Non si capisce. C’è sempre un sentimento di tristezza in ogni gesto di fuga. Anche nella fuga dei cervelli c’è un sentimento di tristezza: da parte di chi fugge e da parte di chi li vede fuggire, di chi sa perfettamente che si perdono energie, intelligenze, competenze, pensieri nuovi, pensieri forti.

Accade sempre più spesso di sentire giovani laureati che vogliono andarsene via. Alcuni lo fanno per scelta, perché si sentono attratti da questa esperienza. Va bene, benissimo. Ma quando lo fanno per necessità,  la cosa suscita  molta tristezza, davvero. Tristezza e rabbia. Perché altri sanno dar loro quello che noi non sappiamo dare.  Ancora più tristezza e ancora più rabbia perché si tratta di giovani del Sud. Sarà anche una tristezza e una rabbia provocate da una passione verso questa terra, ma oggettivamente il Sud ha più bisogno delle loro energie.

Quando lo fanno per necessità è perché si guardano avanti e non vedono niente, si guardano intorno e non vedono niente. Allora dobbiamo insieme con loro disegnare paesaggi riconoscibili. A questo serve il nodo fra università e contesti di lavoro. Non è facile, si sa. Sembra quasi impossibile. In trent’anni la situazione si è aggrovigliata. Ma bisogna riuscirci. Fino a quando non si riesce caleranno le immatricolazioni, e quindi il numero di laureati, e il confronto con l’Europa sarà sempre più difficile da reggere. Fino a quando non si riesce rimbomberà l’eco di quella parola amara che Eduardo De Filippo disse ai giovani del Sud: fuitevenne.

La scarsa considerazione sociale che si dà al titolo di studio trova la sua radice proprio nella difficoltà di rendere utilizzabili le competenze che quel titolo certifica.

Una laurea in ingegneria, in lettere, in biologia, in medicina, in architettura, una qualsiasi laurea deve trasformarsi in professione, in applicazione concreta delle competenze. Se non accade è come non mietere il grano maturo per fare il pane.

L’orientamento, si diceva.

Rivedere il sistema di orientamento è fondamentale.

Molti cominciano e non finiscono. Fanno la strada a metà. Il più delle volte accade perché hanno preso una strada che non gli piace, che non è quella che veramente volevano fare, che credevano fosse diversa, magari più dritta, più bella, più facile. Così abbandonano, si disperdono.

Che si sappia com’è la strada è straordinariamente importante.

A diciannove anni, uno di strade in testa ce ne ha tante. E’ bello così. E’ giusto così. Però è giusto anche che qualcuno gli faccia capire come sono in realtà le strade che ha nella testa, che gli dia gli strumenti per interpretare la relazione semantica fra il destino e la destinazione.  E’ onesto che gli si prospettino le difficoltà che comporta, i sacrifici che bisogna affrontare, che scorciatoie non ce ne sono, che per arrivare fino in fondo ci vuole la forza delle gambe e quella del pensiero, che talvolta ci si deve affidare soltanto a se stessi.

In parole povere orientare significa sostanzialmente far comprendere questo. Talvolta invece si usano parole ricche, che però confondono.

In fondo orientarsi significa definire una direzione all’interno di un sistema di riferimento. Questa competenza bisogna costruire innanzitutto. Non può farlo da sola la scuola superiore; non può farlo da sola l’università. Allora la condivisione di un progetto diventa necessaria. Anzi, urgente.