La lanterna di Diogene 9. Storture universitarie Stampa
Universitaria
Sabato 12 Luglio 2014 08:49

["Il Galatino" anno XLVII n. 13 dell'11 luglio 2014, p. 3].

 

Mi sono da poco arrivate, dalla Presidenza della mia Facoltà, le disposizioni per le lauree della sessione estiva. Niente di nuovo, purtroppo. Ma non dipende dall’Ateneo né dalle singole Facoltà. Si tratta di rispettare la riforma avviata dal ministro Mariastella Gelmini nel 2010. La Commissione di laurea, che dev’essere composta da “almeno” tre docenti, è decisa dal docente relatore della tesi, che è uno dei tre. Già in questa prospettiva si può paventare qualcosa di viziato, cioè che si formino delle terne di docenti ruotanti nelle tesi che riguardano allievi dei tre docenti: e, sia chiaro, non per condurre loschi affari, ma per lavorare in un clima di serena amicizia. La commissione, così formata, dovrà decidere anche data e luogo in cui si farà la valutazione delle tesi. Però il laureando, in relazione all’anno di iscrizione all’Università, non può essere presente alla discussione della propria tesi. Questo non è giusto perché, mentre avviene la discussione dei docenti che valutano il suo lavoro trovandone eventuali limiti, spropositi, carenze, il laureando, non ammesso alla discussione, non può giustificare e spiegare il proprio operato. Eppure nessun tribunale emette sentenze senza ascoltare l’interessato. Ma non c’è solo il pericolo che i tre o più docenti giudichino severamente l’elaborato dello studente, senza che il candidato possa giustificare il proprio prodotto, ma c’è anche l’ipotesi opposta: facciamo l’avvocato del diavolo e, visto il mercato dei cosiddetti centri culturali privati che “aiutano” (dietro consistente pagamento) il laureando nel lavoro di tesi, immaginiamo di trovarci davanti ad una tesi ottima, di altissimo livello. I docenti della commissione  vogliono verificare se  quel lavoro è farina “del sacco” dello studente. Ma costui, non essendo presente “per legge”, non può dimostrare di non essere stato sostituito, nella stesura del lavoro, da altri soggetti. Insomma, ci troviamo con una prassi che va al di là delle norme costituzionali che garantiscono al massimo i diritti del cittadino. Eppure queste storture nascono da una legge dello Stato italiano. Non è colpa né dello studente né delle Università, ma di governanti che si son sentiti chiamati, in maniera prioritaria, a far quadrare l’equilibrio tra partiti e correnti. E il paese, e i cittadini? Ognuno dia una risposta.