SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 99 - (13 luglio 2014) Stampa
Universitaria
Domenica 13 Luglio 2014 15:49

Scegliere la facoltà con la ragione del sentimento


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 13 luglio 2014]



Ci sono quelli che hanno scelto da tempo: qualcuno lo ha fatto  già quand’era bambino e si è portato dietro e dentro quell’idea di un lavoro da fare da grande.

Ci sono quelli che fino all’ultimo minuto restano incerti, disorientati, dubbiosi, a volte perché di idee ne hanno troppe, e quando si hanno troppe idee può accadere che ci si confonda.

Negli anni la scelta dell’università si è fatta sempre più difficile. L’incertezza delle possibilità, delle prospettive, molto spesso ha costretto i ragazzi a rinunciare ai desideri. Forse è vero che scegliere una strada non è stato mai facile per nessuno; forse è vero che non è stato mai tanto difficile quanto adesso. I ragazzi si guardano intorno e vedono vicoli ciechi. Certo, ogni anno ci sono i giornali che confezionano la loro guida all’università, che pressappoco è  com’è stata l’anno prima, perché in fondo non può essere diversa, perché in fondo è cambiato poco, perché forse non è  cambiato niente.

Talvolta uno sceglie in base alle previsioni di quello che sarà il mercato del lavoro fra cinque, sei, dieci anni. Ma non sono rari i casi in cui quelle previsioni non fanno altro che dire quello che tutti sanno o possono dedurre facilmente guardando il tempo.

In un giorno di agosto con quaranta gradi all’ombra, non c’è bisogno degli indovini per sapere  che domani farà caldo e anche domani l’altro, come non ce n’è bisogno in un giorno nevoso di febbraio per sapere che farà freddo certamente.

I dubbi stanno nelle stagioni di mezzo, di passaggio, quando il tempo cambia rapidamente, quando tra le nuvole s’intravede il sole e un istante dopo non si vede più, quando il vento cambia continuamente direzione. Questo tempo è una stagione di mezzo. E’ difficile scegliere perché è difficile prevedere.

Poi, in base alle previsioni, a volte può anche accadere che si scelga quello che non si vorrebbe, percorsi di studio che non ci si sente addosso, per i quali non si avverte passione o interesse, e senza passione, senza interesse, il rischio dell’abbandono, della dispersione diventa alto, forte.

Nelle stagioni di mezzo, quando nessuno è in grado di dirti se piove o se tiene, probabilmente conviene affidarsi all’istinto per portarsi dietro o per lasciare a casa l’ombrello. Allora, guardando il tempo di questa stagione di mezzo, nella scelta dell’università forse conviene affidarsi all’istinto. Nei fatti della formazione, della cultura, l’istinto si può chiamare anche sentimento.

Come per tutte le cose della vita, anche per il sapere si prova un sentimento, un coinvolgimento, un’attrazione. C’è una parte di sapere che attrae di più, coinvolge di più, un’altra di meno, un’altra per niente. Con il sapere si convive, nella buona e nella cattiva sorte, e non si può convivere né con qualcuno né con qualcosa per cui non si prova sentimento, che non attrae, non coinvolge, non affascina, non appassiona.  Oppure si può fare ma a prezzo di una sconfinata tristezza, forse anche di una sconfinata infelicità.

Certo, è giusto che nelle scelte ci si orienti anche seguendo una ragione. Ma il sentimento non esclude la ragione. Esiste una ragione del sentimento.

Non c’è studio – o forse non c’è nulla di essenziale nella vita – che non comporti sacrificio. Per qualcosa verso la quale si prova passione, si è disposti a fare anche lunghi sacrifici; per quello che non richiama, non seduce, sacrifici non se ne fanno, o si fanno fino a un certo punto. Poi si dice basta, non ne vale la pena, non è quello che volevo. Quando si abbandona lo studio è soprattutto per questo, perché non c’è una ragione del sentimento che costituisca una motivazione profonda, non c’è un’attrazione irresistibile, un sogno al quale non si può e non si vuole rinunciare.

Si abbandona quando ogni esame diventa il passo di una via crucis, quando le cose che sono scritte nei libri non suscitano nessuna curiosità, nessun interesse, quando ci si dice non voglio passare tutta la vita impastando questi argomenti.

Si abbandona per questo. Non perché le tasse sono troppe, per le difficoltà economiche, per la crisi. Questi sono alibi o teorie di cosiddetti specialisti che non tengono conto della storia.

La storia del dopoguerra dice di ragazzi, di ragazze, che lasciavano i paesi contadini e se ne andavano a studiare fuori, mangiavano a mensa un giorno sì e cinque  no, in quei cinque si nutrivano con i fichi secchi che si erano portati nella valigia, vivevano in gruppo in una camera con il mobilio che era il palcoscenico dei tarli, studiavano in posizioni di fortuna.

Mi raccontava un signore, che è un fisico di livello internazionale, di aver trascorso tutti gli anni dell’università seduto sul water. A studiare. Un compagno di stanza s’era impossessato del tavolinetto con tre gambe, un altro del davanzale dell’unica finestra. A lui era rimasto il bagno.  Usciva quando l’ambiente serviva per i bisogni degli altri due, e poi rientrava.

Si narra che un accademico  di queste parti studiasse la letteratura alla fiamma dei ceri del cimitero del suo paese.

I sacrifici non sono riusciti neppure a scalfire la loro ragione del sentimento.

E’ stata questa ragione a costituire l’energia che ha mosso l’ascensore sociale.

Su questa ragione, probabilmente, si devono fondare le scelte degli studi universitari da fare. Perché ora come allora si vive in una stagione di mezzo che pretende una fiducia soprattutto, o forse soltanto, nei confronti di se stessi.