Riflessioni non scientifiche su Scelsi il mare di Giuseppe Conte, per gli amici Peppino Stampa
Critica letteraria
Martedì 01 Luglio 2014 06:24

["Il Titano". Supplemento economico de "Il Galatino" n. 12 del 26 giugno 2014, pp. 40-41]

 

Giorni fa ho chiuso uno scritto su Nicola De Donno, docente di filosofia, preside di Liceo, poeta in vernacolo, scomparso un po’ di anni fa. Lo scritto che mi è stato richiesto per telefono da una persona che non si è fatta più viva. Poco dopo ho ricevuto il libro di poesie di Giuseppe-Peppino Conte, Scelsi il mare (nozioni di presenza) («edizioni del pescecapone», con sede in Serrano). Il dono dei suoi libri di poesia e un foglio nel quale io narro le mie suggestione durante la lettura sono divenuti una prassi alla quale nessuno dei due, autore e lettore, vuole rinunziare. La dedica manoscritta recita: «è per Giovanni, fraterno amico, per i dettagli che ci legano alla poesia». Ciò che ci lega alla poesia è costituito, in primis, come direbbe un avvocato, da «L’olio della poesia», nato da una mia idea nel 1996 (se non erro) e realizzato sempre da Conte con crescenti successi.

Inutile dire che ho letto il nuovo libro di poesie con la stessa avidità con cui bevo il caffè a prima mattina. L’idea complessiva e «a pelle» che ho ricavato è quella di un Conte-poeta che sta rileggendo l’esistenza in alcuni passaggi della vita che sono focali e che richiedono un dialogo continuo con se stesso. Quello che posso dire, nella mia abusiva veste di lettore ed ermeneuta di poesie, è che ho trovato in questa raccolta un Conte molto più riflessivo, molto più compositivo, rispetto al generale contesto e alla condizione umana che ci vede comunque andare avanti, con la consapevolezza che stiamo lasciando umori, colori, vissuti emotivi e affettivi che prima ci costituivano. Non voglio dire che ora, in questa silloge, non si incontri l’uomo e il poeta di sempre, ma lo si trova con venature che prima, probabilmente, non avvertivamo. Per altre cose molto più esistenzialmente più dure, la sapienza millenaria della Chiesa dice: «Vita mutatur non tollitur».

Così è la poesia di Giuseppe: potremmo dire che è mutata, ma troviamo sempre lo stesso afflato, lo stesso orizzonte di chi si sente vivo, pieno di affetti e di sensazioni, attivo all’interno del suo orizzonte e perimetro lirico come trent’anni fa. Qui sin dal titolo partiamo dal discorso del mare, cioè di uno spazio immenso che nasconde la vita di cui è custode ma di cui è anche alimentatore. L’incipit della raccolta è un programma drastico, duro, senza ritorni del poeta e dell’uomo: «non finirò di scrivere sul mare» un mare «da cuore cupo e mattutino». Ma, volendo, il mare è anche, in questa raccolta poetica, metafora della donna accogliente e, insieme, alimentatrice di vita. E la donna è lì, in queste poesie, con una presenza insieme ineludibile e discreta: «la sua voce dai denti stretti/ sulle labbra carne d’amore/ che affonda nel bacio/ e sfiora il seno rotondo della fanciulla/ quasi donna quasi amante».

La vita però non è statica, non permette spazi di contemplazioni. La vita è viaggio, è allontanamento e «senza l’ostinazione della fuga forse/ ci sarebbero più sogni/ e i folli un poco si aggrapperebbero/ alla certezza degli eventi». Ma fuga da che? da chi? perché? Il poeta cerca la libertà di cui è metafora lo spazio marino che, pur nella sua libertà imprevedibile, è rigoglio di vita e di vite. Anche il poeta ha Il sogno della libertà. E poi? Poi la morte, altro evento collegato agli spazi bleu-azzurri dell’oceano. Ma: «quando il poeta muore/ attendilo  fuori da ogni storia/ sotto i ponti della notte/ accanto ad ogni puttana/ cercalo magari nel firmamento degli ultimi/ nella loro disperazione/ nei loro grandi sorrisi comunque/ colorati».  Il poeta non muore mai perché può essere rintracciato ovunque, anche tra i derelitti, tra coloro che debbono vendersi il corpo per sopravvivere. Ma il poeta dà sempre «un colore alla vita». La pensosità apparentemente rassegnata, e certamente laica di Conte, non si attende per i poeti né paradisi né corone nella vita o dopo la vita.

La terra e la vita sono gli spazi che possono gratificarci e costruire un percorso, se non di felicità, di motivazioni vere e vitali che danno ossigeno alla nostra anima. Qui è ancora la donna l’orizzonte salvifico e rassicurante. A volte, sì «a volte mi succede/ di cercare/ il tuo volto nelle pietre/ il tuo sorriso che s’apre tra le/ foglie d’arancio/ o accovacciata sulla roccia senza/ segreti». Ma chi è questa donna? Lui la individua: «mentre mi sfiori/ e mi scavi la mente/ senza poterci possedere se non/ a tratti ma infinitamente/ nuda di veli e appena appena mi lasci/ per correre e non averti più mia»: questa donna è la poesia e la poesia è donna. Ma stiamo attenti, sembra dirci il poeta, c’è l’eros narrato dalla poesia, la stessa poesia è l’eros: «e mi affido al tuo respiro/ per aprire il primo verso/ per non sentirmi solo di fronte/ alle parole/ all’inganno della poesia». Allora la poesia come placebo, come oppio che inganna? Essere in questa storia, che non è una storia tra le tante storie di ogni soggetto, ma è storia che vive l’uomo, ha delle conseguenze: «talvolta il cuore ci nega/ la pietà/ o anche l’indifferenza».

Vivere, insomma, è come stare ai margini di ogni verso, di ogni frase. La vita si prolunga all’interno della creazione lirica: «nell’erba di ogni nuova parola/ dimora l’anima della poesia/ il vecchio prodigio della vita».

Ma dove viviamo noi? La scelta simbolica del mare non fa dimenticare, al poeta e alla poesia, che viviamo, comunque, in un mondo-giardino, anche se «non c’è nella notte la traduzione delle farfalle/ naufragano in un alfabeto invisibile/ anche le albicocche» e «le grammatiche del grano si sgranano a chicchi». Solo in questo giardino ha un senso l’innamorarsi e l’amarsi: «credo nell’unico volo possibile/ dal sapore di mentastra e di ginestra/ in questa terra dove tu ed io/ primavera/ troviamo ancora qualche ardore possibile/ qualche foglia di stupore per saperci innamorare/ per saperci vivere// a scanso di tutto». Come detto prima, donna come poesia e poesia come donna. Insipienza del lettore o strategia espressiva del poeta? La cosa non cambia, direbbero i censori e i critici togati. Ma è bene che il lettore comune viva in queste reti di senso e di significati.

Lo stesso autore pare perplesso: si sente insieme soggetto-autore e mezzo inconsapevole di strategie meta-umane, perché la vita «in fondo/ non è qui/ nell’incessante comando/ di questa mia penna/ che lega con segni imperfetti/ piccole vaghe eternità/ per farle sembrare leggere», ma è solo un gioco del poeta disincantato, come avrebbe detto Sergio Corazzini parlando della «desolazione del povero poeta sentimentale».

Ma in questa raccolta di Giuseppe Conte non è assolutamente desolazione, ma soddisfazione se non gioia di vivere, perché c’è la consapevolezza che la poesia è continua, paradossale creazione del mondo e della vita. E qui c’è la comunità degli elementi: «devo molto/ ai passeri del mio giardino/ che scoppiano in risa fragorose/ ed io mi sento d’ostacolo/ quando tento di prendere in prestito/ le loro piume d’amore/ per farne poesie colorate/ o chiudere ferite ancora aperte».

Quindi, il congedo dedicato alla sua poesia, ed è un congedo di un uomo ad una realtà che si avverte femminile, per la dolcezza, per la sopportazione che essa manifesta: «mia poesia/ entro in te da nessuna/ porta con nessuna chiave/ a volte con forza/ rompendo le vetrate/ sventrando le finestre tagliandomi/ le mani/ bellezza delle sofferenza/ gridando i tuoi miracoli assurdi/ i tuoi sconcerti di donna/ le tue disarmonie colorate/ i tuoi ferimenti d’amante».

Allora, Conte è arrivato ad un punto alto non solo della sua poesia ma anche dell’essenza fenomenologica della scrittura poetica. E ce ha donato questo panorama non, heideggerianamente, con importanti però da decrittare capitoli filosofici, ma prendendoci per mano da amici e percorrendo verso per verso della sua raccolta per indicarci «in re» percorsi, attese, narrazioni dell’esistenza che servono, al non poeta, per avviarsi verso la zona in cui la poesia è sì racconto, ma anche seme fecondo che entra nel lettore per far germogliare, anche in lui, chicchi di poesia che forse dentro diventeranno spighe  di vissuti che aiutano ad affrontare l’indigenza interiore del nostro esserci.

 

Lecce, 6 maggio 2014