Letteratura barocca tra Salento e Napoli Stampa
Critica letteraria
Martedì 18 Novembre 2014 19:23

Qualche considerazione per un’ipotesi di ricerca e di fruizione didattica.


[Letteratura barocca tra Salento e Napoli: qualche considerazione per un'ipotesi di ricerca e di fruizione didattica, in Antonio Lucio Giannone, Emilio Filieri (a cura di), Salento da leggere. Proposte di lettura ed esperienze didattiche tra '600 e '900, Lecce, 19-20 aprile 2007, Copertino, Lupo, pp. 19-26.]


Da lungo tempo, ormai, il giudizio sulla letteratura secentesca si è fatto più sereno ed equilibrato, in virtù di un processo di rivalutazione che ha spazzato via il campo da ripulse etico-critiche (pseudo-poesia, malgusto, decadenza, ecc.) e che ha ribaltato una plurisecolare linea interpretativa (Tiraboschi - De Sanctis - Croce), caratterizzata da orientamenti svalutativi e accusatori[1]. Due sono state le conseguenze più importanti di questo peculiare percorso ermeneutico e storicizzante, che si è poggiato anche su una fervida esplorazione di testi e di autori, spesso ignorati o trascurati. La prima è rappresentata dalla riscoperta di un’epoca problematica e pluriprospettica, per certi versi ambivalente e contraddittoria, che aveva sancito un forte iato con il passato (pur non esaurendo solo in questo la sua essenza primaria) e aveva inaugurato vitali istanze di modernità, talvolta ritenute incunabolo dell’età contemporanea[2]. La seconda conseguenza è identificabile nell’approfondimento storiografico su determinati contesti letterari, anche periferici, che erano stati in collegamento con le capitali culturali del tempo (Roma, Napoli, Venezia) e che si erano proiettati sul fondale della cultura “nazionale”.

Nel tentativo di definire un bilancio di una specifica metodologia di indagine letteraria (la dialettica tra “regione” e “nazione”)[3], alla luce di nuove implicazioni (la globalizzazione), e di rendere concretamente fruibile tale metodologia con esemplificative e mirate proposte didattiche, potrà, dunque, risultare utile e proficuo qualche cenno alla letteratura secentesca di area salentina. In primo luogo, si deve riconoscere che l’interesse critico su essa si è particolarmente sviluppato soprattutto per merito degli studi del compianto Gino Rizzo, nel quadro di un generale processo di rifondazione storiografica sorto per impulso di Mario Marti e che ha riguardato negli ultimi decenni tutta la letteratura locale (non solo quella secentesca)[4]. Nella “Biblioteca di scrittori salentini”, pubblicata prima dall’editore Milella di Lecce e poi dall’editore Congedo di Galatina, compaiono infatti cinque edizioni (integrali o antologiche) di poeti barocchi, quattro curate da Gino Rizzo e una da Antonio Mangione. Esse riguardano rispettivamente le opere di Ferdinando Donno (1979), di Gianfrancesco Maia Materdona (1989), di Giuseppe Battista (1991), di Antonio Bruni (1993, tutte a cura di Rizzo) e quelle di Ascanio Grandi (1997-1998: Il Tancredi e La Vergine desponsata, a cura di Mangione). A questa serie di edizioni può considerarsi assimilabile anche il volume della Collana sugli Scrittori salentini di pietà fra Cinque e Settecento (del 1992, a cura di Mario Marti e con un’Introduzione di Bruno Pellegrino), che comprende, fra gli altri, alcuni scrittori religiosi del XVII secolo in prosa e in poesia (Diego da Lequile, Serafino dalle Grottaglie) particolarmente importanti in un’area (come quella salentina) significativamente connotata da stimoli post-tridentini. Si può affermare senza tema di smentita che tutte le edizioni citate (insieme con alcuni altri importanti saggi di Gino Rizzo di argomento barocco[5]) hanno consegnato una conoscenza nuova del barocco letterario salentino e hanno contribuito a collocare molte figure di autori locali in un rilievo “nazionale”, tra le multiformi tensioni della letteratura secentesca, con un rilievo nuovo e problematizzato rispetto al loro iniziale inserimento nelle antologie di poesia del Seicento (Getto, Calcaterra, Ferrero, Asor Rosa, ecc.; per non parlare poi dei manuali e delle antologie scolastiche), dove compaiono al massimo come generiche testimonianze di poesia marinista (quando compaiono). Non pare allora nemmeno un caso che proprio a Lecce, nella scia di questi studi, si sia svolto qualche anno fa un importante convegno barocco, I capricci di Proteo, i cui Atti costituiscono un’aggiornata indagine sull’intera cultura secentesca, da un punto di vista letterario, artistico e musicale[6]; e che sempre a Lecce sia stata di recente fondata una Collana di studi e testi, la «Biblioteca Barocca», che ha al suo attivo già un buon numero di volumi[7].

La civiltà letteraria del Salento non fu infatti, nel XVII secolo, una monade chiusa ed autonoma, ma si correlò efficacemente a centri e corti extra-regionali. In particolare, Napoli (spesso insieme con altre città) fu un riferimento obbligato e costante nel percorso formativo e creativo di molti letterati, che nella fase iniziale di quel percorso spesso abbandonavano la loro piccola patria, dando vita a un fenomeno di migrazione intellettuale che rappresentò una caratteristica tipica della società letteraria secentesca. Per esempio, il manduriano Ferdinando Donno (1591-1649) si trasferì presto dalla nativa Manduria nel centro partenopeo e qui si iscrisse all’Accademia degli Oziosi, dove assimilò il modello petrarchesco-bembesco e lo riversò nella sua raccolta intitolata La Musa lirica (1620). Il soggiorno napoletano fu anche alla base dell’opera che può forse ritenersi il suo capolavoro, l’Amorosa Clarice (pubblicata nell’anno del suo trasferimento a Venezia: il 1625), uno dei primi romanzi in prosa del Seicento che costituisce una rilettura emulativa della boccacciana Elegia di Madonna Fiammetta. A Venezia il Donno entrò in contatto con la locale Accademia degli Incogniti e qui scrisse il poemetto in ottave L’allegro giorno veneto (1627), celebrativo di una solenne festa, lo sposalizio del mare, tesa a ribadire il predominio del centro lagunare sul mare Adriatico. Anche il suo concittadino Antonio Bruni (1593-1635) ebbe nel soggiorno napoletano un momento decisivo della sua parabola creativa: qui egli infatti concepì la sua Selva di Parnaso (stampata però a Venezia tra il 1615 e il 1616), una silloge poetica che complica e dilata l’originaria e già multiforme ripartizione tematica della Lira mariniana in una “selva” (di qui, appunto, il titolo) di variegate sub-sezioni (piacevolezze, varietà, esequie ecc.), quasi a configurare una politematica enciclopedia del poetabile, emulativa del Guarini, del Tasso e del Marino. La successiva produzione del Bruni (le ovidiane Epistole eroiche del 1627; i suoi due altri canzonieri Le tre Grazie, 1630; Le Veneri, 1633) risentì sempre di questa originaria matrice regnicola, all’insegna di una tensione sperimentalistica che fu corroborata dal Bruni durante la sua permanenza romana (presso l’Accademia degli Umoristi, più aperta alla nuova poetica della varietà/meraviglia di quanto non fosse il napoletano sodalizio “ozioso”, ancora legato al culto del mito tassiano) e che, tuttavia, non disconobbe mai  le premesse moderate e classicistiche acquisite nel contesto napoletano. E ancora, il mesagnese Giovanfrancesco Maia Materdona (1590-1650 ca.), il cui itinerario poetico si sviluppò in vari centri italiani (Roma, Venezia, Pisa, Bologna, Ravenna, Torino), ebbe a Napoli una tappa decisiva (ancora una volta nell’Accademia degli Oziosi), prima dell’esperienza romano-veneziana (a questo periodo, precisamente al 1629, risale la pubblicazione delle Rime, nelle quali il Materdona fornisce il suo tributo più evidente al magistero del Marino) e del suo temporaneo rientro a Napoli (tra il 1631 e il 1632). Qui il mesagnese assiste all’eruzione del Vesuvio nel dicembre del 1631 e comincia ad elaborare quella svolta poetico-esistenziale (scelta della vita sacerdotale, ripudio della poesia giovanile), che si concretizzerà in una produzione matura di segno più moderato (le Rime nuove, del 1632) e, persino, di taglio parenetico-devozionale ed edificante (l’Utile spavento del peccatore, del 1649).

Tutta interamente risolta tra la nativa Grottaglie e la città campana è, invece, l’attività del grottagliese Giuseppe Battista (1610-1675), il cui percorso poetico giunge sino alla seconda metà del secolo e si colloca nel pieno della crisi del marinismo, sfociando in posizioni talora apertamente contestative del modello del Marino. Le sue Poesie meliche (pubblicate in cinque parti tra il 1650 e il 1670) rivelano una posizione mediana tra il barocco estremista di fine secolo e l’incipiente classicismo arcadico: uno «stile culto e ornato» (la definizione è di Gino Rizzo), che rielabora la lezione del Marino (metaforismo, concettismo, arguzie retoriche) alla luce dell’insopprimibile modello degli autori greco-latini, appreso durante il soggiorno presso la napoletana Accademia degli Oziosi, e la riveste di implicazioni etiche, in polemica con la deliberata riduzione della prassi letteraria a esercizio ludico e combinatorio perseguita dalla poesia primo-secentesca. Non è un caso, infatti, che il tirocinio creativo del Battista abbia un inizio in latino (le due raccolte di Epigrammata, del 1646-47) e che poi si eserciti su un versante precipuamente moderato ed edificante (romanzi spirituali, Epicedi eroici). L’esperienza poetica del Battista si svolge in un clima culturale diverso, già contaminato dai primi fermenti pre-arcadici e nel quale cominciano ad affermarsi ormai rinnovate esigenze (una letteratura percorsa da più evidenti spinte etico-civili), che in territorio meridionale si innestano su un mutato contesto storico (rivolta di Masaniello; nascita del “ceto civile”; insorgenza delle istanze razionalistico-cartesiane all’interno dell’Accademia degli Investiganti) e che preludono al ripudio del marinismo. Questa evoluzione del gusto è percepibile anche nel dibattito letterario coevo. Violente polemiche, che coinvolsero pure il Battista e che nacquero per iniziativa di altri letterati pugliesi (il duca di Grottaglie Giovanni Cicinelli, il medico gravinese Federigo Meninnni), furono tese a definire nuovi modelli di poetica in ripresa di questioni già frequentemente ricorrenti nel confronto letterario secentesco (il tema del furto poetico; quello dell’imitazione), in una fase (la seconda metà del XVII secolo) che presentò tendenze culturali talora difformi e contraddittorie[8].

Se Ascanio Grandi (1567-1647) risiedé sempre ininterrottamente nel capoluogo salentino, i suoi poemi di impianto eroico-tassesco ed epico-religioso (i già ricordati Tancredi e La Vergine desponsata; Il Noé; i Fasti sacri) attestano tuttavia ugualmente un proficuo collegamento tra la città d’origine e alcuni prestigiosi consessi (tra questi, quello napoletano degli Oziosi), certificando la presenza nel Salento di un epos modellato sul paradigma della Liberata (con un precoce uso di tale paradigma: si pensi anche alle Glorie di guerrieri e amanti di Cataldantonio Mannarino[9]) e di una poesia epica connotata da precipue venature edificanti di impronta encomiastica[10] o martirologico-controriformistica[11]. Accanto ad essa fiorirono pure nel Salento un filone autoctono di poesia latina (attivo su multiformi versanti: lirica, ancora epica), che innervò gli impulsi provenienti dalla coeva letteratura e dalla dimensione municipale in un medium linguistico aulico e solennizzato, collocandoli così in una persistente e durevole tradizione umanistica[12]; e una ricca produzione teatrale, che trasfigurò, soprattutto nella forma della tragedia sacra e spirituale[13] (B. Morone[14], C. Mannarino[15], L. Riccio), gli stimoli dell’ideologia post-tridentina, magari riadattando a questa nuova temperie anche episodi  di consolidata mitografia letteraria (l’eccidio degli otrantini nell’Hidrunte espugnata di G. Pipini, del 1646)[16]; ma che non disdegnò neppure il genere della commedia di tradizione umanistico-rinascimentale, del dramma pastorale e quello innovativo e ibrido della tragicommedia (S. Ammirato[17], ancora Mannarino)[18].

La riscoperta di questa importante, vitale e varia area regnicola di letteratura barocca[19] presenta, insomma, senza dubbio novità interessanti, che si prestano  - mi sembra - anche a una opportuna utilizzazione didattica, qualora essa si mantenga immune da ingiustificate rivendicazioni provincialesche. Occorre, infatti, accostarsi a tale letteratura con tutte le cautele che il caso richiede, evitando destoricizzate enfatizzazioni e deformanti sopravvalutazioni, magari dovute a un mal represso spirito campanilistico. Ma questo è, come dire, un avvertimento che ha valore generale e che non riguarda solo l’epoca secentesca, per la quale, anzi, le figure sinora studiate sono tutte importanti e di primario livello e costituiscono un organismo canonico consolidato e difficilmente contestabile. Per le future esplorazioni sul Seicento letterario salentino, servirà invece procedere con attenzione, evitando di trasformare in oro ciò che è piuttosto piombo, dopo che il terreno della letteratura barocca è stato così compiutamente dissodato negli scorsi anni e molti spazi di ricerca sono stati già brillantemente colmati. Servirà, cioè, selezionare con consapevolezza, con senso della proporzione e con rigore storico le testimonianze culturali realmente significative da quelle che tali non sono e che occorrerà valutare, invece, sul piano a loro più consono, vale a dire il piano (non meno importante, per certi versi) della documentazione storico-culturale.

L’antidoto contro il rischio di inopportune visioni autoreferenziali (anche per quel livello didattico al quale prima si faceva riferimento) è, insomma, una corretta e storicizzata interpretazione di queste personalità letterarie sull’asse “regione”-“nazione”, che non è solo una metodologia di ricerca letteraria, come si è già detto, ma può e deve essere anche una strategia di insegnamento. Tale metodologia si basa sull’esigenza di connettere intelligentemente tali personalità (nate a Lecce, ma spesso, come si è visto, operanti altrove) con gli attori, i sodalizi, i movimenti dell’epoca alla quale esse appartennero e nella quale furono organicamente inserite, nel segno di una prospettiva policentrica della nostra storia letteraria. Anche rispetto agli esiti figurativi-archittetonici prodotti dalla locale civiltà del XVII secolo (il barocco leccese e salentino), questi poeti andrebbero considerati come espressioni di un contesto ideologico e culturale unitario, nel quale pure la letteratura aveva un proprio spazio e lo stile barocco rappresentava quasi una sigla antropologica e identitaria, una condizione dello spirito, per dirla con Bodini, oltre che una concreta realtà storico-culturale[20]: dunque, senza pregiudiziali e fuorvianti divaricazioni di valore estetico tra i diversi ambiti e come un peculiare corrispettivo di quelle risultanze artistiche, con le quali avvenne una feconda e dinamica compenetrazione proficuamente analizzabile solo secondo un’acuta ottica interdisciplinare, tra arte e letteratura.

Ma c’è forse un altro modo per cogliere appieno la rilevanza dei letterati secenteschi del Salento dal punto di vista storico-critico e, insieme, didattico e questo risiede nella nuova luce che tali autori sono in grado di gettare sul complessivo panorama del marinismo meridionale, apparentemente uniforme e monolitico e in realtà estremamente multiforme e articolato[21]. Questi autori, che ebbero a Napoli il punto di riferimento geografico e culturale più importante, sebbene non esclusivo, si collegarono, infatti, alla poetica mariniana in modo aperto e flessibile, reinterpretandola pure alla luce delle personali esperienze biografiche, talora superandola e innovandola. Essi assimilarono utilmente gli stimoli e gli impulsi del milieu partenopeo e quelli provenienti da altri importanti centri e li riversarono nella propria attività creativa, dando così luogo ad esiti originali che non sono manifestazioni di inerte epigonismo, ma che piuttosto devono essere considerati come rielaborazioni feconde e vivificatrici di un archetipo, pur nella diversità dei valori artistici ed estetici. Come si potrebbero ridurre con disinvoltura, infatti, al rango di “minore”, dopo gli studi degli ultimi anni, figure del calibro del Bruni, del Materdona e del Battista, che furono interpreti attivi di una poetica e divennero essi stessi capiscuola per molti letterati meridionali? O letterati come il Donno, pressoché sconosciuto sino all’edizione di Rizzo e oggi oggetto di un rinnovato interesse critico (soprattutto per la sua Amorosa Clarice)? Insomma, l’indagine su una periferia (Lecce, Salento, Terra d’Otranto) consente spesso l’esercizio ermeneutico su una realtà culturale di più ampia portata (in questo caso il marinismo), colta pienamente nelle sue specificità e nelle sue differenziazioni, a patto che questa indagine sia correlata al livello della “nazione”.  Una lettura dal basso può infatti svelare pieghe nascoste ed esaltare e valorizzare dettagli a prima vista secondari, può stabilire nuove gerarchie e rivisitare canoni fissi e inveterati, contribuendo a una più piena comprensione dell’insieme, come accade emblematicamente per punti strategici della nostra tradizione letteraria quali la poesia barocca. Qui a Lecce e nel Salento questa poesia si sviluppò in osmotico collegamento con le grandi capitali culturali del tempo, ma non rinunciò mai a recepire le spinte del contesto locale, confermando ulteriormente la saldezza del nesso regione-nazione e costituendo, dunque, un’area privilegiata per l’applicazione di un metodo di ricerca letteraria (e di insegnamento) oramai collaudato, ma ancora oggi, nell’epoca dell’universale globalizzazione e omologazione, valido e vitale.

 


[1] G. Getto, La polemica sul Barocco, in Il Barocco letterario in Italia, a cura di M. Guglielminetti, Milano, Mondadori, 2000, pp. 396-409; P. Frare, La condanna etica e civile dell’Ottocento nei confronti del Barocco, in «Italianistica. Rivista di letteratura italiana», XXXIII, 1, 2004, pp. 147-165.

[2] Per una complessiva panoramica cfr. la monografia di A. Battistini, Il Barocco. Cultura, miti e immagini, Roma, Salerno editrice, 2000.

[3] Sul tema, vd. almeno C. Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967; M. Marti, Dalla regione per la nazione. Analisi di reperti letterari salentini, Napoli, Morano, 1987.

[4] Gli studi di Rizzo hanno contribuito ad ampliare in forma sistematica la conoscenza sul barocco letterario salentino, dopo le prime rapsodiche incursioni otto-novecentesche, nella scia di un importante incontro di studi leccese (21-24 ottobre 1969) i cui Atti sono usciti con il titolo Barocco europeo, barocco italiano, barocco salentino, a cura di Pier Fausto Palumbo, Lecce, Centro di Studi Salentini, 1970.

[5] G. Rizzo, Filologia e critica tra Sei e Ottento, Galatina, Congedo, 1996; Id., Metodo e intelligenza. Tre episodi dal Barocco al Verismo, ivi, 2000; Id., Le inquiete novità. Luoghi simboli e polemiche di età barocca, Bari, Palomar, 2006.

[6] I capricci di Proteo. Percorsi e linguaggi del barocco (Atti del Convegno di Lecce, 23-26 ottobre 2000), Roma, Salerno editrice, 2002.

[7] Fondata nel 2002 da Gino Rizzo, condiretta da Martino Capucci insieme con Davide Conrieri e Pasquale Guaragnella e pubblicata dall’editore Argo di Lecce; finora in essa sono usciti sei volumi a firma di diversi autori, tra saggi ed edizioni, che esplorano aspetti inediti della civiltà letteraria secentesca.

[8] G. Rizzo, A Napoli, tra censure, affetti caritativi e furti svelati (G. Battista, G. Cicinelli e F. Meninni), in Filologia e critica cit., pp. 31-44; Id.,  Baldassarre Pisani tra Federico Meninni e Giuseppe Battista, in Le inquiete novità cit., pp. 177-190.

[9] C. A. Mannarino, Glorie di guerrieri e d’amanti, a cura di G. Distaso, Fasano, Schena, 1995; C. A. Mannarino, Glorie di guerrieri e d’amanti, a cura di J. Minervini, Taranto, L’Editoriale SRL, 1996.

[10] G. Distaso, La prosopopea degli Acquaviva nella celebrazione epica di Cataldo Antonio Mannarino, in La linea Acquaviva dal nepotismo rinascimentale al meriggio della riforma cattolica, a cura di C. Lavarra, Galatina, Congedo, 2005, pp. 183-200.

[11] A. Vallone, Ascanio Grandi e i Poemi Sacri del Seicento, in Studi e ricerche di letteratura salentina, Lecce, Centro di Studi Salentini, 1959, pp. 97-128; M. Leone, Epos religioso di età barocca in Terra d’Otranto, in Dopo Tasso. Percorsi del poema eroico (Atti del Convegno di Studi, Urbino 15-16 giugno 2004), a cura di G. Arbizzoni, M. Faini e T. Mattioli, Roma-Padova, Editrice Antenore, 2005, pp. 477-515.

[12] Sulla poesia in latino del Seicento e su alcuni dei suoi più importanti esponenti salentini, cfr. Marco Leone, Geminae voces. Poesia in latino tra Barocco e Arcadia, Galatina, Congedo, 2007, in particolare le pp. 135-272.

[13] Sul panorama pugliese e salentino, cfr. G. Distaso, De l’altre meraviglie. Teatro religioso in Puglia: secoli 16°-18°, Milano, Amici della Scala, 1987; Ead., Palcoscenico. La drammaturgia pugliese negli ultimi cinque secoli, Fasano, Schena, 2003, in particolare le pp. 27-60.

[14] G. Rizzo, A Roma con i Barberini: epica martirologica e politica conversionistica nelle tragedie spirituali di Bonaventura Morone, in Metodo e intelligenza cit., pp. 43-64.

[15] G. Distaso, Esempi di favola pastorale in area meridionale fra modelli di scrittura, polemiche letterarie ed echi parodici, in Teatro, scena, rappresentazione dal Quattrocento al Settecento, Atti del Convegno internazionale di studi (Lecce, 15-17 maggio 1997), a cura di P. Andrioli, G. A. Camerino, G. Rizzo, P. Viti, Galatina, Congedo, 2000, pp. 240-251.

[16] G. Rizzo, La ‘Hidrunte espugnata’ (1646) di Girolamo Pipini: una ‘rappresentazione tragica’ della mitografia otrantina, in Metodo e intelligenza cit., pp. 65-74.

[17] Sulla commedia I Trasformati di Scipione Ammirato, cfr. la moderna edizione a cura di P. Andrioli Nemola (Galatina, Congedo, 2004).

[18] Sulla letteratura teatrale pugliese del Cinque-Seicento, cfr. G. Distaso, Strutture e modelli nella letteratura teatrale del mezzogiorno, Fasano, Schena, 1990, pp. 13-98.

[19] Si occupa di molti di questi autori salentini G. Rizzo, La cultura letteraria: identità e valori, in Storia di Lecce, vol. II: Dagli Spagnoli all’Unità, a cura di B. Pellegrino, Bari, Laterza, 1995, in particolare le pp. 720-757, e, in un inquadramento generale che riguarda l’intera Puglia, F. tateo, La cultura letteraria in Puglia nell’età barocca, in La Puglia tra Barocco e Rococò, Milano, Electa, 1982, pp. 321-344.

[20] V. Bodini, Barocco del Sud, in Barocco del Sud. Racconti e prose, a cura di A. L. Giannone, Nardò, Besa, 2003, pp. 79-83.

[21] Su questo importante aspetto si sofferma G. Rizzo, Con il Marino tra i marinisti, in Le inquiete novità cit., pp. 25-48.