Poesia e/è filosofia. Riflessioni sugli scritti di Vittorio Bodini Stampa
Critica letteraria
Giovedì 11 Dicembre 2014 09:15

[Relazione letta durante il Convegno  dal titolo Vittorio Bodini fra Sud ed Europa, Convegno Internazionale di Studi, 4 dicembre 2014, Sala Conferenze Rettorato - Piazza Tancredi, Università del Salento, Lecce.]

 

Chi mi ha dato il via per una lettura di Bodini, mi ha detto di vedere nella produzione del poeta ciò che è affine ai miei interessi e alla mia Weltanschauung. La lettura sistematica della produzione di Bodini, laureato in filosofia nell’ateneo fiorentino a ventisei anni, ha generato in me la percezione che la filosofia non appaia in quanto tale nella sua produzione poetica, ma che vi appaia mimetizzata e, se è lecito il termine, «impastata» con la poesia. Insomma in Vittorio Bodini l’endiadi poesia e filosofia comporta che la «e» da congiunzione divenga copula. Non è un evento nuovo nella storia letteraria dell’Occidente: basti pensare al sommo Giacomo Leopardi e alla filosofia contenuta nei suoi versi, filosofia a cui sono stati dedicati convegni e robusti tomi. Va detto, per chiarezza, che la filosofia, per chi scrive qui, non è una serie di sistemi di pensiero, ma è una ricerca del senso della realtà e dei vissuti umani,

Questo connubio poesia-filosofia cosa comporta? Salvatore Quasimodo, nel suo Discorso sulla poesia, elaborato per la premiazione del 1958, quando aveva ottenuto il Nobel, ebbe a dire che i filosofi sono i «nemici naturali dei poeti». Ma lasciamo agli addetti ai lavori letterari la valutazione di quel paradigma, che personalmente non condivido, e torniamo a Bodini e alla sua filosofia mutata in poesia oppure alla sua poesia venata di una filosofia tramutata in esistenza. Infatti, c’è un essenziale punto di partenza teorico, se non teoretico, che ci dice che tutto è solo esistenza: non c’è trascendenza se non all’interno del soggetto.

Andiamo per ordine di raccolta, in modo da rispettare, per quanto possibile, attraverso scampoli dei suoi versi, il percorso temporale di Bodini e del suo fare poesia. Superfluo, ma doveroso, aggiungere che questa lettura non ha niente di filologico e rientra solo nella narrazione del poeta leccese, perché anche per lui, come per ognuno di noi, l’esistenza è autonarrazione. A questo punto è doveroso pensare e scrivere che sicuramente su ciò può aver influito il contatto del poeta con la filosofia spagnola del tempo. Non dimentichiamo che Maria Zambrano iniziò ed esaltò la propria militanza filosofica con Le Confessioni come genere letterario, apparso nel 1943.

Tornando a Bodini, potremmo iniziare da alcuni dei suoi versi più antichi (1939-1941) dove già esistono vissuti che troveremo in seguito. In Convergenze egli scrive: «Ritorna alla gola il dolore/ dell’ombra che m’abita,/ con avvertenze d’abituali riti/ consumati ed amari/ idoli che corruscano nel buio/ di morte età per sempre». Ma prendiamo materia dalle raccolte più note degli anni successivi. In Foglie di tabacco (1945-1947) sono già palesi una presa tematica di campo e anche una presumibile eco della poesia spagnola. Anche questa commistione di immagine, che somma il clima umano ed esistenziale della realtà iberica a quello salentino, non sorprende. Come è stato notato da critici e da lettori molto attrezzati per metodologia e per competenza, potremmo parlare quasi di una sovrapposizione e coincidenza di vissuto per il poeta tra Spagna e Salento. Tutto è silenzio e apparente accettazione di una vita immutabile: «Sulle pianure del Sud non passa un sogno./ Sostantivi e le capre senza musica,/con un segno di croce sulla schiena,/ o un cerchio,/ quivi accampati aspettano un’altra vita./ Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe/ anche un pensiero, un verbo,/ con il bigio sgomento d’una talpa/ correre tra due pietre. // La pianura mirare a perdita d’occhi,/ senza case, senz’alberi, senza una lettera:/ livello di un’assenza a cui sole si sporgono/ capre o spettri di capre morte da secoli».

Non troviamo, però, nella poesia bodiniana inerme rassegnazione e fatalismo: l’uomo del sud vuole continuare a vivere pure in situazioni di precarietà umana, anche quando il lavoro è morte: «Un bisbigliare fitto, di mille voci,/ s’ode lontano dai vicini cortili:/ tutto il paese vuol far sapere/ che vive ancora/ nell’ombra in cui rientra decapitato/ un carrettiere dalle cave». L’ermetismo o post-ermetismo, come dice Giannone, come scelta espressiva, non toglie ma aggiunge colore, durezza, verità ad un poeta che vuole ricomporre l’esistenza di un meridione che non attende miracoli, ma che si appresta a ridarsi umanità da solo. Ciò è visibile e percepibile nella quotidianità presentata nei versi, intasati di immagini forti e dal difficile accostamento. Anche la memoria è turbata: ci si chiede se, nelle stanze, l’odore degli agrumi e il vento di scirocco escludano ogni memoria.

L’uomo vuole ricomporre l’alfabeto per rileggere la propria storia. Come? Affidandosi «a quel delirio d’ali nere nell’aria» che appaiono come arsi frammenti d’una lettera che si tenterà invano di ricomporre. Nulla, però, cambia nel sud dell’anima, perché l’esistenza dei sud del mondo la ritroviamo tanto in Spagna quanto a Roma e nel sud d’Italia che è come tutti i sud del mondo. Nonostante ciò, sono permanenza e iterazione che danno sicurezza. Per questo, simbolo del sud non sono i giovani che studiano nelle università, come ha fatto il poeta, ma lo sono le icone di sempre: «Sulle soglie, in ascolto, antiche donne sedute/ - o macchie che la luna ripercuote nell’aria -/ socchiudono pupille d’una astratta durezza/ dai palmi delle mani, aperte». È finita una guerra e tutto ritorna come se non fosse accaduto niente. Ogni cosa sembra rientrare in una dimensione onirica dove il logos e l’eros, come direbbero i filosofi, si mimetizzeranno nei sogni notturni.

Il sonno e i sogni sembrano un universo aggiuntivo alla quotidianità, perché i pesci d’oro «evaderanno dai nostri petti nel sonno/ nuotando per le tenebre della stanza/ e pronunziando le oscure frasi dei sogni». Tutto è fatuo, tutto è onirico e sfuma quando cerchiamo di afferrarlo. Allora ci accorgiamo del nulla e del vuoto: «Sulle rive del nulla/ mostriamo le caverne di noi stessi». Non è il nulla a cui, pochi anni prima, in Francia, Jean-Paul Sartre aveva dedicato la sua ontologia: l’uomo con la sua coscienza è il Nulla, l’Essere sono le cose, cioè la materia. La cultura e la formazione di Bodini non sono mai estranee alla filosofia in genere, anche se ci pare che lo siano al panorama filosofico francese, molto più razionalista e geometrico. I sentimenti sono vissuti, ma non possono essere concettualizzati. Bodini scrive, in Altri versi 1945-1947, la composizione Con questo nome, dove leggiamo: «Amore, cosa chiamo con questo nome/ io non sono più certo di sapere».

In Olvido troviamo il problema del tempo, della precarietà, della mutazione dei soggetti: quindi tematiche filosofiche. E l’uomo non può far niente: «Tutti gli orologi della tua casa/ sono fiori irrequieti [,,,]. Ciò che sfere inuguali/ segnano in essi è il tempo/ dei tuoi fuochi divisi: odio e speranza,/ timore e gratitudine, e i tuoi anni/ fra cui rapido passa il tuo bel viso/ come luna nei vuoti delle nubi». In Lydia Gutiérrez, che ha come sottotitolo Caffè Greco, 1945, ritroviamo questo clima meridiano, ombroso, quasi cupo e stantìo: «Gli stucchi delle sale sempre in penombra/ (dove l’ora è tappata in una bottiglia verdognola)/ sono lo sconsolato limite dei suoi fasti,/ il ponte miserabile ai giovani della nostra epoca,/ quelli che da ragazzi giuravano non senza rossore/ che la musica non era che un suo attributo».

In La luna dei Borboni, del 1950-1951, le immagini relative alla salentinità sono più evidenti. La raccolta pare divisa in due sezioni. Dopo la prima che riprende il titolo dell’intera raccolta con otto poesie, ne abbiamo una, col n. 9: Cocumola. Nella prima composizione c’è una pluralità di soggetti e oggetti posti appositamente ad indicare il marasma presente nella penisola salentina, cioè nel sud del sud. Troviamo un gufo, le suore, i gerani…: cioè tutto si chiude con una immagine che rinvierebbe quasi a certe figure elaborate da Salvador Dalì: «Sbigottiranno il gufo delle Scalze/ e i gerani – la pianta dei cornuti –/ e noi, quieti fantasmi, discorreremo/ dell’unità d’Italia.// Un cavallo sorcigno/ camminerà a ritroso sulla pianura». Occorre tener conto dell’apparente diacronia, quando leggiamo che si parla dell’unità, già risorgimentale, d’Italia: tema apparente perché, invece, il riferimento era attuale non solo perché il titolo parlava dei Borboni, ma anche perché, quando il componimento di Bodini è stato scritto, l’Italia stava cercando di ricostituirsi politicamente dopo l’evento bellico.

Che ci siano nei fatti alcune vicinanze tra alcuni autori che narravano del sud d’Italia di quei tempi, può essere confermato dall’immagine della composizione 6: «In piazza, accoccolati/ sulle ginocchia del Municipio,/ stanno i disoccupati/ a prendere l’ora del sole». Quella immagine pare vicina ad una usata da Rocco Scotellaro, in L’uva puttanella, testo di due anni successivo a La luna dei Borboni. Nel testo del poeta lucano leggiamo che il barbiere caccia la sedia fuori e si siede «con le spalle al muro».

In Bodini ritorna il rifiuto di una città che non sembra viva e che è meno interessante del sonno: «Ma lasciamo un momento questa città./ Andiamo nel sonno,/ andiamo a vedere che succede». Il sonno è la via di scampo per una vita dove la pigrizia, non dolosa, sembra fare da padrona: «Pigro/ come una mezzaluna nel sole di maggio,/ la tazza di caffè, le parole perdute,/ vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano/ […] ma tu mortale e torbida, così mia/ così sola,/ dici che non è vero, che non è tutto». Qui il lessico e l’ispirazione finali con i termini vero e tutto, sono visibilmente filosofici.

La rete è tesa e il poeta non riesce a sfuggire alla trappola dell’«amara contea». Non rimangono che il delfino, emblema del Salento, che avrà pure un nome, le prefiche e i grilli. Quindi «il delfino che ha in bocca la mezza luna/ si chiamerà per nome,/ come ora le prefiche piangono tra quattro ceri/ vite senza cavalli e senza amore./ Laggiù sarà la costa, dove cantano i grilli, ove dicono i grilli: “Gesu! Gesù!”», e il nome di Gesù, qui ripetuto, significa scandalo o sorpresa. Se dovessimo parlare di filosofia, diremmo che qui ci troviamo dinnanzi ad un pessimismo storico non di sistema, anche perché in queste poesie c’è sempre l’attenzione all’uomo, alle sue forme di convivenza e ai suoi progetti storici.

Dopo la luna, che presenta delle composizioni scritte tra il 1952 e il 1955, fa trovare un uomo, un poeta, oramai disilluso e scontento, quasi imbrigliato in una rete di pesca da cui non sa come uscire. Ma l’ironia impera anche in una immagine simile che troviamo in Autunno, pescatore d’aragoste: «i cinque uomini d’equipaggio/ che scesi a terra vollero restare/ coi selvaggi. Fummo offesi/ da quella preferenza: ci può esser di meglio/ di questa nostra civiltà?» Tanta è l’ironia del poeta contro ciò che erano diventati la sua terra, il popolo, la vita che faceva sì che l’unica possibile attesa di salvezza fosse data dall’amore: «Quanta rabbia di esistere diventa amore!/ E qui bisognerebbe addurre casi, narrare/ e anche narrarsi, scegliersi negli specchi/ di foglie, d’acqua, di neve». Narrarsi da parte dell’uomo, anche se con modelli, stili, lessici, è dall’inizio della sua storia la carne di quella che da millenni la cultura occidentale chiama filosofia.

Lo sguardo e il pensiero del poeta va alla morte, ad una Morta in Puglia a cui l’autore chiede di continuare a vivere benché morta e, se deve risorgere, risorga nella natura, nel mare: «Morta, non morire di più./ Ricordati delle ulive nere./ Lucida le maniglie e annaffia i garofani. […] Risorgi nell’Inutile, morta in Puglia:/ nei coralli del mare o negli urli del vento/ nella tua terra d’ostriche e di lupi mannari». Ma egli pensa anche alla sua morte, ribaltando i tempi e scrivendo Quando fu l’ora. Il futuro, inteso come tempo grammaticale, è sostituito dal passato. Così Vittorio Bodini pare voler fare il proprio epicedio e lo narra al lettore: «Quando fu l’ora/ gli orologi avevano perduto la voce/ e la pietra lunare del cui bagliore/ sinistro s’era nutrito il mio esilio/ scivolò in mare dove qualcuno/ un giorno la troverà, qualcuno che invidio/ perché sarà come me triste e ìlàre/ quand’io non potrò più esserlo».

Il poeta si rende conto della problematicità dell’esserci, il Dasein su cui Heidegger aveva fondato la propria filosofia fenomenologica e esistenziale. Bodini la fa avvertire anche in un testo che ha un titolo significativo: Tutto un paese sorge contro un uomo. E l’uomo è lui se scrive: «Mi sarebbe costato meno uccidere,/ in quest’inefficace lume di natura […]/ che dover dire: “un uomo come me”». Ha vergogna e pudore nel parlare di se stesso e accettarsi come oggetto di discussione.

In Sto davanti alla tua caverna si sottolinea uno sdoppiamento della cultura umana, in senso antropologico, tra civiltà e inciviltà. In maniera evidente le due categorie antropiche sono sempre maschera della persona dell’autore: «Sto davanti alla tua caverna./ Esci fuori e arrenditi./ Noi abbiamo la sintassi e la radio,/ i giornali e il telegrafo,/ e tu non vivi che del mio sonno,/ non hai che la roccia a cui ti tieni abbrancato,/ e per farmi dispetto/ non mi rispondi nemmeno».

Il tema diventa più un parlare di sé o, meglio, il parlare con sé. In Tutto ciò che ti dono per metà della breve composizione si ha l’idea che ci sia un altro  interlocutore. Solo la frase finale pare dissolvere il dubbio dell’identità, quando si parla della percezione che procura quello che viene definito, in maniera ludica, «dispetto», termine qui usato nel senso della contrarietà, della rabbia, del dolore che produce la certezza della morte: «Noi viviamo/ assieme da tanti anni,/ e non posso sapere/ cos’è che ti rattrista/ che respingi ogni cosa:/ se è l’orgoglio e i belletti del piacere/ o se il dispetto di non essere eterno». L’ambiguità del discorso autobiografico viene sciolta e l’esigenza razionale, se non razionalistica, è di timbro teoretico .

La poesia Dalla porta del carbonaio, una delle più note di Bodini, offre dapprima una immagine acquerellata, dove è presente la pioggia che s’annera e che scende verso Porta San Biagio. L’acqua fugge come il tempo umano, ma, mentre l’acqua trova sempre  la via per uscirne, per l’uomo non è così. Cosa rimane se non l’immagine degli uomini che, al barbiere, guardano i nuovi calendari con donnine attraenti ma fittizie, ed escono, così, idealmente dalla loro uggiosa quotidianità? Scrive Bodini: «Ma non ci son porte/ per uscire da te, tempo». È la versione rinnovata di un vecchio detto che riguarda la tirannia del tempo. È una tirannia che, invero, appare esagerata se ne parla un quarantenne, qual era il poeta quando scriveva questi versi.

Nello scrivere i versi di Xanti-Yaca, dove si racconta la raccolta del tabacco nel Salento, Bodini unisce i malesseri fisici e i malesseri esistenziali di questi lavoratori «a giornata». Il suo tono non solo è quello di una partecipazione e di una condivisione, ma produce anche l’esame di coscienza di una generazione, di una classe sociale e culturale di gran lunga meno coraggiosa di quei contadini. Leggiamo: «Le febbri artificiali, la malaria presunta/ di cui tremavano e battevano i denti,/ erano il loro giudizio/ sui governi e la storia.// Così semplice,/ che noi non lo avremmo fatto». Questo humus se non populistico, sicuramente solidaristico, ricorda un Bodini che aveva preso posizione e militato in una struttura politica progressista come «Giustizia e Libertà», istituita dai fratelli Rosselli. Il poeta, inoltre, collaborava a Lecce con Ernesto Alvino, notoriamente di destra, ma aperto alla innovazione e all’impegno culturale come risulta da alcuni importanti periodici da lui promossi ed editi.

Tornando alle poesie, sempre in Dopo la luna troviamo un congedo inatteso, nella composizione Addio e non leggete dove l’addio appare metaforico: «Siamo nati dicendo “a priori” nel fondo/ delle case, senza neanche confessare/ la sorpresa in un pianto nuovo […] io parto svanendo per far ritorno fra voi/ duro e sofisticato come siamo sempre stati». In quell’a priori ritorna il lessico e lo spirito del filosofo.

C’è anche una esplicita – ed ora famosissima - composizione su Lecce dove il barocco diviene l’elemento caratterizzante: «Biancamente dorato/ è il cielo dove/ sui cornicioni corrono/ angeli dalle dolci mammelle,/ guerrieri saraceni e asini dotti/ con le ricche gorgiere.// Un frenetico gioco/ dell’anima che ha paura/ del tempo,/ moltiplica figure,/ si difende/ da un cielo troppo chiaro». Le agenzie turistiche non hanno perso tempo per utilizzare queste versi…

Anche Brindisi rientra in questo bagaglio poetico-esistenziale ed è presentato secondo l’iconografia che Bodini ha definito per il Salento e che per lui caratterizza questa penisola di «Finibusterrae». Così il poeta vede quest’altro luogo pugliese: «L’ultimo sole sui carri,/ sulle code dei cavalli,/ l’ultimo sole di oggi/ che non è domani.// E un palmizio era  a guardia della fonte/ che come un ladro io guardavo. Ladro del tempo che ci  ruba tanto./ Era qui che i crociati abbeveravano/ i loro cavalli». Si tratta di una riflessione filosofica sul tempo. E, in un’altra composizione dedicata a La brindisina, l’autore segnala anche una peculiarità di linguaggio: «lei parla metà con gli occhi e metà/ aguzzando le u come rametti secchi/ tolti a un cielo invernale di zucchero azzurro». Questa vocale ritorna in Con la parola nu, dove la sillaba finale ritorna quasi come simbolo di una terra e del suo idioma: «Con la parola nu/ come un bastone/ trovato tra le tombe/ - nudità, nulla, nuvola – attraverso il paese semispento/ nel sonno del meriggio».

In Dov’è l’uomo? Chi arriva pare esserci il discorso di una solidarietà umana che vacilla in un società oramai puramente formale che risolve tutto con manifestazioni ipocrite. E l’uomo? «Dov’è l’uomo? Chi arriva/ fino al suo grido/ dove non ha più fronte ma targhe d’ottone? […] ma non può vedere/ nulla il compagno mio perché i suoi occhi/ non gli servono a nulla senza di me./ Così valiamo poco, l’uno senza dell’altro,/ e il lamento dell’uomo a cui muovemmo/ s’abbarbica ai suoi fili e ci si fa nemico». Solo la solidarietà può far vivere. Questa idea è tematizzata anche in Troppo rapidamente dove sono immagini dis/umane che noi pensiamo peculiari al contesto nel quale il poeta-filosofo ci ha trasportati. C’è l’immagine dell’autore che apre la porta e trova un uomo disteso a terra con la testa tra le braccia. Quell’uomo dormiva ma, dice il poeta, pareva che parlasse in un orecchio alla terra e che lei ascoltasse. Ma poi il dubbio: «Ma a che terra parlava?/ Siamo in un’età/ di grandi riepiloghi./ O terribili somme, fra poco/ come le braccia di una croce, come le pagine/ d’un libro Oriente e Occidente/ si chiuderanno su di noi./ L’Oriente senza Oriente/ non avrà più mistero/ e l’Occidente non ha più avventura». La conclusione è però positiva e costruttiva: «Il Sud ci fu padre/ e nostra madre l’Europa».

Quindi leggiamo Via De Angelis dove appaiono poesie del quinquennio 1956-1960. La poesia che dà nome alla raccolta rinvia alla via che Bodini riteneva la propria via: «Questa strada sbilenca, traballante/ fu dunque la mia pelle,/ pietre e lastrici umani/ di cui m’entrò nel sangue/ l’odore e la gaia tristezza». Ennio Bonea, docente universitario e uomo politico, studioso di Bodini, deprecò il fatto che amministratori cittadini avessero cambiato il nome di quella via. Vale la pena ricordare un altro passaggio della stessa composizione: «Venuto via dal mondo, fuori gioco/ come credevo d’essere/ dalle sue chiuse gare/ di treni e di egoismo,/ di subire o di imporre,/ fui come un gatto che s’affaccia/ alla luce dal buio degli scantinati/ con un’aria terribile,/ come se tornasse dall’aver scoperto/ un passaggio per gli inferi». Potremmo pensare che il riferimento al treno e all’egoismo fosse una immagine dell’istituzione universitaria che l’autore stava attraversando in quel periodo.

Omaggio a Gòngora dà ancora al poeta la possibilità di un rapporto tra l’umanità e la cultura iberiche e quelle salentine: «Venuto qui non oso domandare/ se è piena o vuota la realtà. Cordova è una dolce tempesta/ di bianco verde e nero e in quell’accordo/ di calce e di limoni e di freschi cancelli/ trovo il mio Sud ma con più aperta coscienza/ con più aperta tristezza e più valore». Il lessico di coscienza, tristezza e valore è un lessico che ha anche valenza teoretica che si coniuga con i colori che danno una dimensione estetica a tutto. La poesia continua senza finzioni ma raccordandosi, filosoficamente, alla vita. In Generazione leggiamo: «Quanti fili spezzati/ di vite, di romanzi/ fra acacie sui prati» e in Canzone per una sedicenne avvertiamo la sensibilità e la malinconia del poeta: «Non era un’arpa, era solo/ un’altalena senza suono/ con tutto il vuoto di te».

La raccolta di Via de Angelis si chiude con I pini della Salaria dove è una premonizione o una paura di una fine non lontana: «Attento. Ogni poesia/ può essere l’ultima./ Le parole s’ammùtinano./ Comincia un insolito modo/ con le cose di guardarsi/ d’intendersi/ scavalcando le parole/ in una vile dolcezza». Il lettore avverte nell’autore la probabile percezione, preoccupata, della vicina senilità.

La Serie stazzemese del 1961 presenta il disincanto dell’uomo anche se il poeta non perde umore e colore. Prendiamo una definizione della poesia dedicata a Ninetta, dove leggiamo che la poesia d’estate «è un pappagallo/ dalle penne oro e verdi e una mania/ di contraddire». Ma leggiamo anche un severo esame di coscienza: «È la smania/ di vivere troppo presto che m’ha tradito./ Non dar tempo al tempo. Vedere/ la bellezza soffrendo/ di non poterla usare./ Ho imparato tardi a accordare/ al mormorio di un ruscello i moti del cuore,/ a ammetter la natura fra i miei pensieri/ come un ospite da lasciare a suo agio». È da sottolineare l’affermazione di aver accolto la natura, l’oggettività tra i suoi pensieri.

Questa autocritica la troviamo anche in La verde noia uccide, dove l’autore cerca di fare il punto del proprio percorso ma poi si accorge che chiedersi «a che punto sono con me stesso» non ha senso e aggiunge: «Sarò/ solo un filo fra i tanti/ di questo verde arazzo dietro il quale/ una pastora invisibile/ implora un’invisibile capra». Lessico e immaginazione non mutano e in Mostri confessa a se stesso e al lettore: «Son tornati la morte e il malumore».

In Metamor 1962-1966 abbiamo la produzione ultima che sembra confermare il consuntivo di una vita che l’autore vuol presentare come una vita sprecata. In Conosco appena le mani, del 1962, abbiamo un’autoanalisi esistenziale in perdita: «Conosco appena le mani,/ le scarpe che metto ai piedi./ Conosco il giorno e la notte/ e i terrori del vento./ Ma gli anni? Dove son gli anni, /e tutti i libri che ho letto?// Dove si nasconde il senso/ delle cose che ho vissuto,/ e i brividi lucenti/ e i cieli dell’avventura?» Pare un consuntivo da una parte deficitario, dall’altra consapevole di non aver vissuto una vita che comunque sembra essere stata improduttiva. Ma è proprio cosi?

In Canzone semplice dell’essere se stessi abbiamo un’autoconfessione nella quale l’autore richiama la sconfitta dei suoi desideri e delle sue attese reiterate. Ed è certo che questo dipende dal suo essere, che è immodificabile. Si è quello che si è: «L’edera mi dice: non sarai/ mai edera. E il vento:/ non sarai vento. E il mare: non sarai mare.// I cenci, i fiumi, l’alba della sposa/ mi dicono: non sarai cencio né fiume,/ non sarai alba della sposa.// L’àncora, il quattro di quadri, il divano-letto/ mi dicono: non sarai noi/ non lo sei mai stato.// E così il sogno, l’arco, la penisola,// la ragnatela, la macchina espresso.// Dice lo specchio:/ come vuoi essere  specchio/ se non sai dare altro che la tua immagine?// Dicono le cose: cerca di essere te stesso/ senza di noi./ Risparmiaci il tuo amore.// Io fuggo da ogni cosa delicatamente./ Provo a esser solo. Trovo/ la morte e la paura». È quasi il documento della conclusione di una vita non positiva ma anche di una weltanshauung.

C’è la paura della solitudine e della fine. In Innestiamo il discorsivo, del 1963, abbiamo l’immagine di un soggetto che, dopo aver colpito l’armadietto dei medicinali, si abbandona «a una odiosa boscaglia/ che dice che è sera/ che bisogna prendersi per la mano con qualcuno o qc./ per non morire del tutto soli». Ma conclude, quasi con la distanza di un esistenzialismo razionale: «se è questo che si vuole».

Nei testi successivi il linguaggio pare essere ritornato in forma ermetica, se non criptica, e abbiamo anche il rimpianto della giovinezza: «Come una scheda in uno schedario è nei giardini/ bombardati dagli astri dei datteri che ti cercherò,/ fame sete di vita della mia giovinezza.// Mio me stesso possibile» (Testo a fronte, 1964). Nel 1965 in Daccapo? ricorda, attraverso metafore, sue vicende affettive passate senza le soluzioni attese. Il poeta ci dà anche una fenomenologia metaforica dell’amore: «Alle radici dei gesti/ dove amare significa/ imbeccare risposte ad un passero giallo/ che ti cercò con l’anima/ non ti trovò che con gli occhi.//  Gli occhi d’oro del sole».

La percezione di una sconfitta è dichiarata ripetutamente e quel che rimane, con estrema consapevolezza, è l’affidare al foglio, alla scrittura la narrazione che fa agli altri del suo vissuto. È quello che scrive nel 1964 in Perdendo quota: «L’insonne adolescente/ assetato di sogno e di brutalità/ piange ora sulla spalla/ di un’alba spilungona/ non lontano dal mare/ non lontano dalla verità./ Che furia. Che vergogna senza pace./ Che accanimento opporre la cruda invereconda/ casistica del vizio a ciò che fu/ sentirsi un tempo il cuore in petto/ o camminare sulle vie, tra la gente/ come armati di un bastone/ meraviglioso e invincibile./ Come potremo ora vivere perdendo quota in noi stessi?/ […] Aiutatemi voi, bianco foglio di carta,/ a dire ciò che non so».

L’autocritica è feroce e giunge alla rinunzia e all’autoironia. In Pseudosonetto del 1965 gioca con se stesso, ma amaramente: «Se non puoi esser altro sii un tovagliolo di carta/ piegato in quattro sul piatto./ Fa’ in modo che i tuoi pensieri evitino quel rumore/ di neve ricattatoria// calpestata da un piede senza scrupoli. […] Vola dunque. Fa’ perdere le tue tracce (anche a te stesso)// seminando una zavorra di falsi rimpianti./ Un gancio di ferro, una spiga che vuol trafiggerti gli occhi/ sian la sola solitudine consentita». È una fuga dal mondo, come era avvenuto con tanti pensatori del secolo. Ma qui abbiamo un poeta-filosofo che vuole lasciare un testamento morale e culturale.

Alla fine anche la brace, il fuoco possono essere la sua conclusione. Nel 1964, in Tramonto a San Valentino, dove tanto il termine tramonto quanto l’allusione al santo dell’innamoramento possono essere emblematici di un punto di arrivo senza alcuna possibilità di ripresa o di esito positivo delle attese, egli scrive: «L’uomo che s’affeziona al proprio deserto/ guarda la proditoria brace/ che scolora tra i platani/ e sa che il suo pensiero un tempo amante di sfide/ non sa andar oltre e quasi di quel limite/ s’accontenta./ Lo sfiora appena il sospetto/ d’essere prediletto/ da quel rosso nulla».

È il rosso metaforico di un tramonto con cui il pensiero rinunzia a ulteriori sfide. È la fine di una filosofia, ma quella poesia permane ancora.