La lettura 22. Qualche nota su Giovanni Francesco Romano Stampa
Critica letteraria
Domenica 01 Febbraio 2015 10:41

["Il Galatino" anno XLVIII n. 2 del 30 gennaio 2015, p. 5]

 

Se penso a Giovanni Francesco Romano ho nella mente un’immagine del mio periodo pre-adolescenziale. Lo vedo giungere nella casa di campagna dei miei genitori, Luigi Mariano e Rosa Dell’Anna, accompagnato in macchina dalla moglie. Lo vedo scendere dall’auto, fermata per garbo e per discrezione solo al cancello del viale d’ingresso, e avanzare verso mio padre, le braccia protese, chiamandolo “fratello”, perché lo riteneva tale in spirito. Aveva fatto fatica a raggiungere la campagna in quell’estate calda come lo sono quelle del Salento, sia pur egli lontano pochi chilometri, per quel peso difficilmente codificabile che, doloroso, si era riversato spesso nei suoi versi.

Questo è il mio unico ricordo di un evento tangibile. Altri provengono dai racconti di mia madre. Uno è quando egli mi sollevò in alto, nella festa per il mio battesimo, dedicandomi un generoso augurio di matrice omerica, testimonianza priva di enfasi della sua preparazione classica, completata nell’Università di Napoli. Un altro risale al tempo in cui i miei genitori non si erano ancora incontrati e Romano si avviava dalla sua casa verso quella dei miei nonni paterni, a cercare mio padre, stringendo nella giacca un qualche libretto di versi, per parlare di poesia, di un singolo verso, del suono di una parola nella struttura ritmica di un componimento, finché l’ora non diventava tarda e invitava al sonno. È lo stesso Romano che ricorda quei giorni in Quando ascolti, una poesia del 1954, inclusa nella raccolta Superstite, io rammento, pubblicata nel 1993: Gino, quando ascolti miei versi / hai dentro una chitarra: / vibrano sulle corde le parole / e tu fremi … poi, nel silenzio, / le note sono gocciole di luce / raccolte nel tuo cuore.

Fernando Pessoa, poeta schivo, perfino plurimo, decomposto com’era nei suoi eteronimi, e che ha avuto postuma l’attenzione critica e la fortuna letteraria che non ebbe in vita – ricordo la cura e la devozione che Antonio Tabucchi ha avuto per la sua opera e il giudizio di Harold Bloom su tutti – lascia scritto così: Essere un poeta non è la mia ambizione. È la mia maniera di restare solo (si veda Una sola moltitudine, Milano, 1994). E la solitudine è cifra essenziale di tanti versi di Romano ed è dichiarata in maniera esplicita già ne Il Grido, che appare a pagina 16 della raccolta di versi Mentre la luce è piena del 1950: Perché sono solo? / Sospesa azzurrità / palpebrante notturna. E ripercosso / dal mio deserto mi ritorna il grido. Sono versi che bastano a indicare un clima.

La solitudine ha in Romano un connotato duplice. È mossa dalla perdita delle persone care: il fratello Romeo, scomparso ventenne, cui dedica un Epitaffio nel 1950 e poi altri componimenti nel 1962 e nel 1973, il padre Anacleto nel 1969, la madre, Susanna Maria Contini, nel 1976, la sorella Anna Paola e il di lei marito Pietro Valeri nel 1971, e poi la nipote Mariquita Valeri in più occasioni, e Ofelia Noya nel 1973. È anche, e forse soprattutto, una solitudine esistenziale. I Morti sognano? Si chiede Romano nel 1968 in Contemplando il piccolo camposanto di Cutrofiano. Già nel 1954, in Vino rosso, che appare a pagina 69 della raccolta del 1993, Superstite, io rammento, aveva scritto versi chiari in merito: Mi sento male davvero, / molto a dentro, nell’anima è il male. / Versami vino da bere / per questo ti sarò grato. // Non v’è medico per me / no, no, non c’è medicina, / vino, in vero, assai poco ne bevo, / ma vino rosso ci vuole a guarirmi, / vino rosso che addormenta, / per questo ti sarò grato.

È un’angoscia dell’esistere che anela l’oblio, quella che Eugenio Montale in Ossi di seppia ha ritratto: Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il riso strappato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia, / riarsa, era il cavallo stramazzato. E forse c’è, mi pare, anche un’eco catulliana. Così si possono individuare due fonti essenziali d’influenza sulla scrittura di Romano: l’influsso classico che emerge dalla formazione universitaria e che si rispecchia nelle sue traduzioni dal greco, e la vicinanza anche temporale all’ermetismo.

La solitudine non è, però, la sola cifra caratteristica della produzione di Romano. Vi è un altro se stesso, non un eteronimo, che appare in tanti altri versi che si rifanno alla natura e alla vita di tutti i giorni, tralasciando il fluire della Storia, anche le considerazioni sull’essere e l’essere nel mondo, lasciando l’inclinazione dolente e facendo scorgere espressioni di serenità. I componimenti in merito quasi si alternano agli altri. È del 1967 Luna con tramontana a Villa Piccinno, a pagina 98 di Superstite, io rammento. Così scrive Romano: Come limpida ondata di vento / assale il fico oscuro sulle fronde / gocce d’argento crepitando esultano; … “esultano”, appunto. E l’atteggiamento ritorna in Coriandoli, a pagina 150 della stessa raccolta di versi, senza indicazione di anno: S’impigliano i coriandoli di neve / ai peli irti d’un cane che si ostina / a frantumare un osso ne mezzo della via bianca, deserta. In quest’altro aspetto di Romano la cifra essenziale è la freschezza che emerge dai singoli versi, dalla loro concatenazione ritmica e dalle suggestioni visive che inducono. Mentre in taluni casi l’emergere del dolore esistenziale portava in Romano una qualche deviazione enfatica – il no, no di Vino rosso mi sembra un esempio – è proprio l’abbandonarsi alla freschezza descrittiva che gli permette di cogliere maggiore senso estetico nelle immagini e nel ritmo.

In questi componimenti, anzi, meglio, nello spirito che li anima, trovo una certa “contiguità” con la tendenza al silenzio della poesia di Tomas Tranströmer, più contemporaneo di Romano, e con l’attenzione ai contenuti estetici del paesaggio, di un oggetto lasciato lì, del gesto quotidiano. Una donna stende il bucato / nel silenzio. / La morte è senza vento, scrive il Nobel svedese – Tranströmer, intendo – in uno dei suoi haiku. La “continuità”, se così si può dire, con Tranströmer, sia pur mantenendo, i due, personalità e tipologia di risultati diverse, si può scorgere nel giungere di Romano anche agli haiku, quasi fosse per lui la conclusione naturale di un percorso che attraversa l’ermetismo e da esso è guidato. Ricordo, infatti, che Giuseppe Ungaretti e Salvatore Quasimodo scrissero haiku.

Sono proprio gli haiku, o haikai, l’ultima fonte d’influenza sulla scrittura di Romano: una tecnica giapponese del XVII secolo per la costruzione di componimenti di tre versi per complessive diciassette more (ciascuna essendo l’unità di misura fonetica delle sillabe e corrispondendo alla sillaba breve latina), secondo lo schema 5/7/5, con possibili varianti, una tecnica portata all’attenzione degli ambienti letterari italiani soprattutto dalla traduzione di Mario Chini di poesie giapponesi raccolte in Note di Semisen, del 1915.

Gli haiku di Romano sono nella raccolta Il vento e le stagioni, pubblicata nel 1990. Ciascuno di essi ha un titolo – il che un po’ devia dal limite dei tre versi perché il titolo stesso può essere considerato incluso ritmicamente nel componimento. Faccio alcuni esempi: (pagina 67) Cicale // Che frenesia / setacciando la luce / folte cicale; (pagina 85) Mareggiata // Ricadono i cavalloni / lasciando sulla scogliera / cascatelle di schiuma. Ho però l’impressione che gli esempi non siano esaurienti perché ritengo, sommessamente, che Il vento e le stagioni, la somma degli haiku di Romano, debba essere in fondo letta come un unico componimento, dove la scelta degli haiku si traduce, forse inconsciamente, in un mero espediente tecnico, sia pur non facile, che assicura un ritmo specifico a un susseguirsi d’immagini che contribuiscono tutte a costruire un certo senso di freschezza.

Quando si suggerisce di valorizzare i locali, è necessario ricordare che è giusto farlo quando si è alla presenza di una qualità che esuli dal localismo, che emerga dalle opere e sia distinguibile nel tempo, altrimenti l’invito rimane solo il pigolio patetico di chi vuole infine valorizzare essenzialmente se stesso per pomposa protervia, mancando di creatività e di valore sostanziale. Non è questo il caso di Giovanni Francesco Romano, per mia fortuna che qui ne scrivo, per quella di tutti voi che leggete, per quella degli altri che di lui oggi parlano.