Nella sospensione della scrittura Stampa
Letteratura
Giovedì 27 Giugno 2013 06:48

Come le linee che tramano il palmo della mano. Ci sono vite per le quali la scrittura è così: così segno sul corpo, del corpo. Che insieme ad esso diviene, con esso si assimila, s’identifica. Ci sono scritture che cominciano e si concludono insieme alla vita. Sprofondano nella memoria, raspano in quella fanghiglia che a volte ammassa i ricordi, oppure si mettono davanti a quegli altri che rimangono nitidi, scolpiti negli occhi. Davanti ad essi si mettono certe scritture, come se fossero specchio, e li guardano, li penetrano con domande mute sul senso dell’essere lì, in quell’ora, in quel luogo, sul senso dell’essere stato, in un’altra ora, un altro luogo, con le stesse creature, con creature diverse. Ma sempre del tempo dicono, quelle scritture: perché nient’altro possono dire se non il tempo, non possono dire altro se non l’attraversamento dei giorni, delle ore, e non altro possono dire se non la nostalgia, se non il dolore, le gioie, gli stupori, i sogni, i trasalimenti, le emozioni, i rimpianti, i travagli, le sempre molte sconfitte, le sempre poche vittorie. Nella trasparenza di un’immagine, in una parola, in una scena che riaffiora dalla profondità della lontananza.

Però a volte sembra che la scrittura riesca a cancellare ogni distanza, che le cose di cui narra si concentrino, si condensino tutte in un presente della memoria, quasi agostinianamente. Perché la scrittura dice in che modo la memoria si riattiva nel presente: qualsiasi tipo di memoria: volontaria, involontaria, personale, collettiva, inquietante, consolatoria.

Il soggetto che narra è completamente dentro la scrittura: ne è avvolto, coinvolto, a volte travolto: psicologicamente, razionalmente, emotivamente, sentimentalmente, passionalmente. In tutta la sua fisicità. Il corpo si protende verso la scrittura, ed è come se si sporgesse dai bordi di un pozzo, e sul fondo di quel pozzo vedesse il passato, tutto lì, sul fondo, convogliato, radunato. Poi dal fondo di quel pozzo il passato risale fino agli occhi, fino al pensiero, che lo ricompone, lo riconfigura, gli restituisce movimento ed espressione, cercando di ridurre per quanto è possibile lo scarto determinato dal tempo, attraverso una narrazione lineare, organizzata per sequenzialità e consequenzialità, per cronologie, per cause ed effetti, per nuclei di senso.

Il soggetto che narra vorrebbe restare neutrale, o almeno a distanza, ma ci sono scaglie, particolari che lo richiamano, lo seducono, lo commuovono, provocando una memoria dolceamara costantemente contagiata dalla nostalgia dell’essere stato, di aver vissuto, di come gli altri sono stati, di come gli altri hanno vissuto, quando il tempo è stato bello e quando è stato brutto.

Una sospensione. La vita, la morte, il desiderio, la storia, il destino, la parola, sono nella sospensione. L’ universo, l’amore, le visioni del pensiero, le immagini interiori, la memoria e l’oblio, i disegni del tempo, i confini dello spazio, sono una sospensione. Tra decadenza e bellezza, tra la verità e la finzione, una presenza e un’ assenza, la maschera e la comparsa, la logica e il caos, affermazione e negazione.

La scrittura si genera sempre sul limite: nel punto in cui una ragione smotta, un sogno elabora figurazioni. Si genera sulla soglia che separa il conscio dall’inconscio, nell’andirivieni tra queste due condizioni, nella contraddizione tra immobilità e frenesia. La scrittura sfida l’enigma con la consapevolezza che l’enigma non si risolve, comunque. Alza altari al linguaggio sapendo che l’indicibile comunque non si può dire, che non basta la metafora, non basta l’analogia, neppure l’immagine, né il ritmo, né la forma, né la voce che urla, neppure la reticenza, la negazione, il rifiuto. Sa che non basta la sapienza del silenzio. Che forse occorre tentare la sfida dell’estremo, della trasfigurazione: andare oltre la figura : scomporla, ridurla in frammento, per poi ricomporla, ad occhi chiusi, per poi riaprire gli occhi e trovarsi davanti la forma dell’essere. Ma la forma dell’essere rielaborata attraverso la scrittura non può consistere in altro che nell’esito di una finzione, della mediazione tra la realtà e i suoi riflessi, tra la memoria e l’immaginazione. Ancora una sospensione, dunque: tra fisico e psichico, tra simbolo e significato, tra ragione e pulsione.

Allora scrivere significa muoversi nella sospensione, lungo il confine che separa il comprensibile dall’incomprensibile, il descrivibile dall’indescrivibile, il narrabile dall’inenarrabile, il noto dall’ignoto, il presente dal passato. La scrittura scandaglia fondali di significato. Si tende alla prossimità. Si avventura nella lontananza. La parola si nutre dell’astrazione e della visione determinate dall’assenza. Come dice Mallarmé: la parola “fiore” è l’absente de tous bouquets: non si trova in nessun mazzo di fiori, è soltanto il sigillo di un’assenza.

Allora la scrittura non farebbe altro che fornire testimonianza di un’assenza.

Affida la sua possibilità alla capacità di evocazione di sensazioni percezioni profumi; è un riverbero di quello che è stato; la ricerca ansiosa di una consonanza con il tempo, di una rassomiglianza con la vita; è un’interrogazione a volte pacata, a volte disperata. E’ un corpo a corpo con la propria storia. E’ una maniera per placare la smania di rompere l’assedio della caducità attraverso l’inganno che ordiscono i fantasmi, le figure che risalgono dai fondigli della memoria.

Allora è in quest’illusione, in questa consolazione, in questa aspirazione consapevolmente impossibile di colmare le distanze tra gli esseri e la loro nominazione, che ogni scrittura trova la motivazione del suo principio e della sua fine.

In fondo si scrive per dare una forma alla propria vita, e forse per nient’altro. Alle passioni, alle occasioni, alle emozioni, ai sogni, alle rabbie, ai desideri, agli amori e ai disamori, alle delusioni, agli incanti e ai disincanti. Per renderli riconoscibili a se stessi; per rendersi riconoscibile, per trovare o ritrovare il senso dei propri giorni: di ciascun giorno com’è, irripetibile e assoluto. Non c’è un solo giorno che sia come un altro ch’è già stato oppure che sarà, che possa avere gli stessi pensieri, le stesse malinconie, gli stessi progetti, le stesse speranze o disperazioni. Allora, se si raccontano i giorni, le forme della scrittura devono essere diverse, molteplici, intrecciate, integrate, complesse, e siccome i giorni sono fatti di frammenti di tempo, di armonie e disarmonie combinate in maniera spesso anche misteriosa, di frammenti dev’essere fatta la scrittura, di armonie e disarmonie.

La scrittura si pone davanti al tempo a petto nudo, per impedirgli il passo anche attraverso il sacrificio. Impone ad essa il nostos, attraverso la condizione della memoria. In questo modo la scrittura sprofonda nel tempo e riprende stagioni, giorni, attimi, restituendoli all’esistenza.

Una memoria che tesse relazioni. Oppure, forse, solo i riflessi di una memoria che cercano rifugio in uno spossamento, nell’abbandono al senso più profondo dell’essere: quello che dimentica il sé del presente per richiamare l’altro che viene dal passato o per andare verso l’alterità di un orizzonte futuro.

La scrittura è una ricerca del tempo attraverso percezioni e suggestioni. Come per Proust. Una pittura di luci, di scene, di colori. Un pensiero che sopraggiunge in dormiveglia portandosi dietro e dentro immagini in un istante nitide, nell’altro istante screziate dalla distanza del ricordo. Si insinua nello spazio tra sonorità e silenzio: la parola è la mediazione tra il suono che finisce e il silenzio che agisce da custode di tutti i suoni finiti, zittiti, dispersi.

Scrivere è il tentativo di trascrivere la percezione di una magia, di una condizione generata da un motivo incomprensibile o comunque indicibile. E’ una sfida all’indicibilità. Un modo di oltrepassare la barriera alzata dal mistero, a volte seguendo la via dell’incantamento.

Quando è così, la scrittura si protende all’ascolto dei segni che appartengono alla terra e alle creature come un respiro e come una ferita; si apposta a spiare il movimento dei corpi che cercano una sintonia ancestrale con l’universo; s’inarca per farsi passaggio da una condizione ad un’altra del tempo e dell’esperienza.

Quando è così, la scrittura riconferma ad ogni riga il legame dell’uomo con la propria origine, con le radici del tempo e dell’esistenza, con le ragioni, le passioni, i riti, i miti, i sentimenti, i sogni che vengono da lontano e dal profondo, che c’erano prima che si accendesse la parola, che ci saranno quando la parola sarà spenta.

L’identità probabilmente è questo: l’esito di passato rievocato che si combina con il presente, una fisionomia che si delinea attraverso il confronto serrato, talvolta lacerante, con il tempo e con le sue espressioni, le sue rappresentazioni, i suoi fantasmi, le paure che suscita e i suoi richiami seducenti.

Perché, poi, la scrittura è quella tela che l’Altro che si è quando si scrive tesse, senza pazienza, per catturare l’innocenza di essere, l’incantevole stupore che l’uomo si tiene dentro, gelosamente.

La scrittura matura con le stagioni, con le passioni, con i giorni che vanno e vengono, matura con le illusioni, con i dolori, con le parole che si crescono come mammole nelle aiuole. Poi matura con la ricerca e con l’attesa della sillaba che vorrebbe essere perfetta, del ritmo che vorrebbe trovare consonanza con il respiro, con il battito del cuore, con la pazienza e la sapienza che si devono avere per trasformare il lievito in pane caldo.

La scrittura tende il linguaggio a volte fino allo spasimo. Tenta di violare la soglia del dicibile. Ma non può fare altro che muoversi lungo quella soglia: guarda al di là, sbircia o scruta, sospettando che ci possa essere, in qualche punto, un varco, una maglia rotta nella rete, un pertugio che consenta l’incursione.

In principio è una negazione: quella che attraversa tutto il Novecento e che si spande – esasperandosi, esacerbandosi- in questi primi anni di secolo nuovo. E’ la negazione che corrode la letteratura, la filosofia, l’esistenza di ogni giorno. Che dà significante e significato alle storie vere e a quelle inventate. Che genera le diserzioni dall’esistere, l’indifferenza nei confronti dell’essere.

Cominciò Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal, affermando che la lingua in cui gli potrebbe essere concesso non solo di scrivere, ma anche di pensare, non poteva essere quella latina, né quella inglese, non quella italiana, né la spagnola, quanto piuttosto una lingua di cui non conosceva nessuna parola, una lingua in cui si manifestano le cose mute, quella lingua nella quale forse un giorno ci si ritroverà a rispondere ad un giudice sconosciuto.

Poi Montale che supplicava – o intimava ? - di non chiedere la parola che squadri l’animo informe, né la formula capace di spalancare mondi, perché si ha possibilità di dire soltanto “ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Dopo Montale, ogni poesia ha ripreso quella negazione esistenziale e culturale. Con essa si confronta e si misura. La rapporta ad un sé aggredito da tutto e salvato soltanto dall’amore, dalla coscienza intima dell’essere con l’altro, per l’altro.

Tutto il resto non c’è; fuori dall’amore ogni cosa si dissipa, si consuma, o comunque si offusca, si annerisce, diventa larva, parvenza talvolta inquietante.

La poesia non dà conoscenza, non dà saggezza. Meno che mai dà felicità. La poesia è un tempo marginale, un evento inaspettato, a volte sgradito. E’ il graffio sulla guancia, una folata che spalanca la porta che si serra in faccia ai giorni, la scaglia che s’infila fra la carne e l’unghia. E’ moneta falsa che si continua a portare nelle tasche perché tintinna, perché è sonora, perché fa compagnia se la sera è scura e in giro non c’è anima che rassicuri il cammino. Ma, alla fine, della poesia – della propria poesia – non si sa che farsene.

In principio fu anche Walter Benjamin: quel suo frammento sull’Angelus Novus di Paul Klee; quella figura dell’ angelo della storia con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese, che si alza sulle rovine con il viso rivolto al passato e una tempesta impigliata nelle sue ali che lo spinge verso il futuro. “ Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta”.

Con questa tempesta si è ritrovata a fare, inevitabilmente, i conti ogni scrittura; con le contraddizioni, le deformazioni, le deviazioni del tempo della storia; con l’esplicito e con l’implicito, con l’affiorante e con il sommerso, con il compreso e con l’incompreso, con gli eventi che accadono e si sviluppano in modo lineare, quasi chiaro, decodificabile, e con i macigni che improvvisamente irrompono nei giorni, e li travolgono, in modo misterioso, o comunque semanticamente aggrovigliato.

Hanno un incanto, talvolta, le macerie della storia: covano dentro una specie d’attrazione, quasi un canto di sirene della modernità. Tra le macerie della storia lo scrittore si muove con uno sguardo acuto, profondo, perforante, con la coscienza lucida dell’assoluta inutilità di tutte le domande, con l’amara consapevolezza ideologica e culturale che tutto è già accaduto, che tutto è stato scritto, che la storia si ripete – a volte anche stancamente - all’infinito.

La voragine dell’odio, gli scheletri, i martiri, le catastrofi, i campi della morte, le devastazioni, i piccoli e grandi tradimenti, i cumuli di colpe e di innocenze. E’ tutto già accaduto: cominciato, concluso, ricominciato, spesso con varianti impercettibili, oppure con i missili al posto della clava, ma sostanzialmente con gli stessi aberranti risultati.

Viene in mente Theodor Adorno quando diceva che dopo Auschwitz non si poteva più fare poesia.

Probabilmente non può essere vero. Forse una rinuncia alla poesia sarebbe dovuta avvenire immediatamente dopo l’assassinio di Abele, perché ogni atto di violenza non è altro che la conseguenza di quel gesto che segna il confine tra il Bene ed il Male.

Ma se una rinuncia non c’è stata non è perché si è pensato che la poesia potesse in qualche modo rappresentare una salvezza per i destini individuali e collettivi.

Questo è, forse, la poesia: un elemento e una condizione del corpo e del pensiero, una necessità e un richiamo con cui confrontarsi istante per istante, una dimensione della coscienza cui dar conto ed a cui giustificare quello che si è fatto o non si è fatto, uno specchio su cui guardarsi per riconoscersi o non riconoscersi, un modo per essere e mostrarsi nella propria autenticità ed essenzialità, la storia del sé che scorre tra le sillabe ma anche la storia dell’altro che si era l’istante prima di scrivere una sillaba e che si sarà l’istante dopo averla scritta.

A ventiquattro anni aveva scritto tutto, Jean-Nicolas Arthur Rimbaud. Così, dopo quell’età, non ebbe niente da scrivere più, oppure non volle scrivere più.

Perché, certe volte, la scrittura non risponde agli anni che conta la vita. Risponde, invece, a qualcosa che è difficile definire in modo preciso, comprendere senza cadere nell’imboscata dell’equivoco. Si può chiamare genio, creatività smisurata, con i più diversi nomi oppure con nessuno. E’ una condizione che può durare decenni, o forse pochi giorni, quei pochi che bastano per versi irripetibili, per una frase perfetta, che non ha paragoni. Pochi giorni di estro. O di follia. Di pensiero che deraglia dalla comune grammatica con cui si legge il mondo, si guardano le cose, di indaga la Storia, si raccontano le storie.

Un presente e una memoria, una realtà senza finzione, la sostanza nell’ apparenza, la lotta contro i mostri che abitano l’insonnia, lo stupore dell’infanzia, l’ebbrezza di una giovinezza, la vecchiaia che misura i passi sul ritmo di un battito lento.

Ogni gesto di scrittura è un attraversamento dell’esistenza. Fruga nelle sue viscere. Rovista nelle sue pieghe. Rivela ogni suo inganno, ne scopre ogni nascondimento, tramuta l’assenza in presenza. Restituisce volti e voci. Vuol far resuscitare i morti.

Scrittura come testimonianza consegnata alla macchia d’inchiostro che cade e si allarga e invade la pagina.

Così il racconto di sé, della propria storia, quella che diciamo autobiografia, talvolta si rivela come il racconto della storia delle proprie emozioni, dei propri sogni, delle illusioni, di fantasmi che hanno il volto buono, che hanno gli occhi dolci, di tutte le situazioni immaginate, del desiderio di quello che si avrebbe voluto e non si è mai avuto, o di tutto quello che si è perduto, dei pensieri nascosti, di ansie, paure, e bellezze, e straordinari pudori, e amori nati e naufragati dentro oceani di notti.

Un diario, anche. Scene di grandi e piccole storie. Frammenti di un discorso amoroso.

Un costante parlare a qualcuno. All’assenza che è l’altro. Alla sua presenza. Alla propria presenza. O forse al proprio essere assente al presente e presente ad un passato che torna come un’onda profonda e leggera.

Una scrittura sincera. Che non gioca, non nasconde, non simula, non ricerca strade tortuose, sa bene che tortuosa è la vita e che le parole forse dovrebbero darle l’illusione di un passo sicuro. Una scrittura così tanto sincera da riuscire anche a disarmare, a rivelare che a volte basta molto poco per dire qual è la verità abissale. A volte basta capire qual è la parola che si è fatta ombra del corpo o di un pensiero. E pronunciarla. Semplicemente. Disperatamente. Felicemente. Con la stessa semplicità. Con la stessa disperazione. Con la stessa felicità di una preghiera rivolta all’idea di un Dio, alla dolcezza di un ricordo, al tempo che viene e che va, o soltanto a se stessi, al proprio bisogno di affidare a qualcuno la confessione di una fedeltà.

Forse si scrive perché si amano le parole. Non perché si amano uomini, donne, luoghi. Forse non si scrive nemmeno per memoria, né per felicità, né per dolori, non si scrive perché si hanno sogni, perchè si hanno passioni. Forse no. Si scrive perché si amano le parole, il loro tintinnare nella testa, la loro profondità o la loro leggerezza. Diceva Giovanni Arpino in un racconto che ogni avventura amorosa di Don Giovanni aveva lo scopo segreto del racconto postumo. Senza questa funesta allegria per le parole di poi, Don Giovanni non avrebbe mai inseguito donne. “Il suo pubblico era il servo che lo aspettava nelle osterie. Don Giovanni fu il servo dei sogni del suo servo, un gallo variopinto che il servo liberava, la sera, dai ceppi dell’immaginazione”.

Poi un giorno o l’altro si arriva sempre al punto in cui si comincia a domandarsi che senso hanno avuto le parole, a che cosa sono servite tutte quelle parole che sono costate notti d’insonnia, scommesse perdute in partenza con le immagini che passavano dentro gli occhi e non si fermavano.

Allora, a quel punto, ci si chiede che cosa si è riusciti a dire mettendo una dietro l’altra le parole, a volte in versi, a volte in prosa, a volte con felicità, a volte con disperazione, senza indulgere mai, senza rinunciare, tentando l’azzardo di una metafora, l’apparente semplicità di una favola.

A quel punto, quando le domande cominciano a bussare forte e a pretendere risposte con concetti semplici, con espressioni chiare, si prende consapevolezza che il tempo del gioco – ingenuo e bellissimo – con le parole si è concluso. A quel punto si comprende che bisogna pretendere dalle parole tutto quello che possono dare. Niente di meno ma neanche niente di più. Che dalle parole si deve pretendere onestà. Che onestà bisogna restituire. Prima di ogni cosa. Più di ogni cosa.

L’onestà di confessare che ci sono cose che non è possibile dire: certe sensazioni, emozioni, certi trasalimenti, certi stupori, certi stordimenti, certi ricordi. Che, per esempio, l’amore non si può raccontare: la sua dolcezza, i suoi furori, i tentativi di rivolta, qualche tensione verso il disamore, tutto quello che si riesce a strappare al tempo e che dal tempo viene strappato, giorno per giorno. La scrittura è un nodo che stringe la propria dimensione dell’essere e la dimensione dell’essere di un altro, di chiunque in qualche modo ci riguardi, abbia con noi una relazione determinata dal senso che si attribuisce ai gesti, agli sguardi, agli accadimenti consueti o inconsueti, alle fortune e alle sfortune, a ciascun istante di ogni giorno.

Quando finisce il gioco che si fa con le parole, a quel punto si capisce che si può scrivere soltanto dopo aver vissuto, oppure mentre si vive. Si capisce che così dev’essere e che quando accade che sia diversamente, la scrittura è soltanto un artificio, un coccio di bottiglia, un miserevole imbroglio.