SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 161 - (29 novembre 2015) Stampa
Economia
Lunedì 30 Novembre 2015 07:58

Dignità e reddito nella Puglia di Emiliano

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 29 novembre 2015]

 

Ben vengano, ovviamente, per ragioni di equità, 600 euro al mese per sessantamila famiglie pugliesi al di sotto della soglia di povertà, come disposto nella misura sul reddito di dignità (denominato RED) della Giunta Emiliano. Ma forse si poteva fare di meglio. Non è qui soltanto in discussione la critica al provvedimento rivolta dai consiglieri del Movimento 5stelle, per la quale la misura è principalmente finanziata con tagli all’assistenza per i disabili, ma è qui in discussione soprattutto l’efficacia del provvedimento rispetto all’obiettivo di crescita dell’occupazione (soprattutto giovanile) nella Regione.

Innanzitutto va ricordato che l’erogazione ha durata annuale e che l’importo per singola famiglia dipende dal reddito, dalla condizione di disoccupazione, dalla numerosità dei componenti dell’unità familiare. Ed è condizionato all’accettazione di un’offerta di posto di lavoro”congruo” rispetto alle competenze dei beneficiari.

Il provvedimento presenta due criticità.

1) In primo luogo, nonostante le dichiarazioni del Governatore, rischia di tradursi in una misura assistenzialistica che, paradossalmente, non ha nulla a che vedere con la dignità dei beneficiari. Se si accetta l’idea che la dignità è nel lavoro, sarebbe stato semmai più opportuno ipotizzare interventi diretti dell’operatore pubblico come “datore di lavoro” di ultima istanza. In una condizione nella quale la domanda di lavoro proveniente dal settore privato è in riduzione, dovrebbe essere semmai l’Ente regionale a farsi carico di assumere. Le misure di contrasto alla povertà, in questa accezione, passano innanzitutto attraverso misure di contrasto alla disoccupazione, declinate sotto forma di aumento della domanda di lavoro nel settore pubblico.

2) In secondo luogo, non sono chiari (né prevedibili) gli effetti del provvedimento sulla crescita della domanda interna. L’attuazione del RED in una sola Regione rischia di generare effetti pressoché nulli sulla crescita della domanda interna e, dunque, sull’occupazione. Ciò a ragione del fatto che, anche assumendo che i beneficiari destinino le risorse aggiuntive prevalentemente per incrementi di consumi (ovvero non li destinino a risparmi per ragioni precauzionali), è ben difficile attendersi che quei consumi siano destinati interamente a produzioni interne. Se ciò non accade, e non vi è nessuna ragione cogente per prevedere che ciò accada, gran parte dei fondi stanziati dalla Regione Puglia rischia di tradursi in un aumento delle importazioni da altre aree del Paese, con conseguente riduzione della domanda interna. Si genererebbe un esito paradossale per il quale la Regione Puglia, in via indiretta, contribuirebbe a finanziare imprese operanti altrove e, in più, per il calo della domanda interna, si troverebbe anche un minor gettito fiscale con il quale eventualmente rifinanziare il RED.

In altri termini, si può ragionevolmente affermare che trasferimenti monetari a famiglie indigenti, sotto forma di reddito di dignità e di cittadinanza, possono risultare efficaci per l’aumento dell’occupazione (e, dunque, per la fuoriuscita non temporanea da una condizione di povertà estrema) se coordinate, ovvero se attuate a livello centrale, in un contesto di politiche fiscali espansive.

Il problema, in questo caso, è che il Governo si muove in una direzione esattamente opposta, lungo le linee delineate dalla commissione europea. Ovvero lungo un sentiero di moderazione salariale funzionale alla ripresa della crescita per il tramite di un aumento delle esportazioni. La linea di politica economica in atto è infatti basata sulla convinzione che la compressione dei salari, attraverso misure di indebolimento del potere contrattuale dei sindacati, metta le nostre imprese nella condizione di accrescere la loro competitività di prezzo nei mercati internazionali, con presunti effetti di segno positivo sulla domanda aggregata, l’occupazione e la crescita. In questa prospettiva, l’erogazione di un reddito di dignità è da escludere del tutto per due ragioni. Innanzitutto, perché rafforzerebbe il potere contrattuale dei lavoratori, che potrebbero contare su un sussidio statale in caso di perdita del posto di lavoro. In secondo luogo, e soprattutto, il reddito di dignità produrrebbe un aumento della domanda interna con conseguenti possibili aumenti delle importazioni: esattamente ciò che il Governo intende scongiurare.

E’ probabile che la scelta della Giunta Regionale sia prevalentemente dettata da ragioni di ordine puramente politico che attengono alla dialettica interna al PD. Ma, in ogni caso, a fronte dell’inerzia dei Governi che si sono succeduti negli ultimi anni sulle politiche di contrasto alla povertà, ben venga la scelta del Governatore Emiliano. Al netto dei possibili effetti collaterali del provvedimento, essa si muove su una direzione di rispetto della dignità umana e di recupero del senso di giustizia distributiva che ha valore in quanto tale, e che risulta purtroppo incompatibile con l’attuale modello di sviluppo e con le politiche economiche che lo assecondano.