Il grande errore di non investire nella ricerca Stampa
Economia
Sabato 21 Maggio 2011 18:27

["Nuovo Quotidiano di Puglia", 21 maggio 2011]

 

In un recente intervento su Quotidiano, il Rettore dell’Università del Salento ha fatto rilevare che, pure a fronte delle numerose innovazioni di eccellenza prodotte da questo Ateneo, non si sono presentate “orde di imprenditori” per acquistarle. Appare sufficiente questa testimonianza per capire quali sono gli interessi materiali alla base della c.d. riforma Gelmini.

Il depotenziamento dell’Università pubblica – messo in atto mediante una strategia mediatica di delegittimazione dell’Istituzione e, soprattutto, mediante una decurtazione di fondi di ammontare senza precedenti – risponde a due principali obiettivi: ridurre l’offerta di lavoro qualificato e, almeno parzialmente, affidare il controllo dell’attività di ricerca a soggetti privati. Si tratta di due obiettivi complementari, che rispondono alla impellente necessità della gran parte del mondo imprenditoriale italiano di recuperare la propria competitività (e dunque i margini di profitto erosi dalla crisi) comprimendo i costi di produzione, salari in primo luogo.

Il sistema produttivo italiano, fatte salve rare eccezioni, è caratterizzato dall’uso di tecnologie ad alta intensità di lavoro poco qualificato e con spesa per ricerca e sviluppo di gran lunga inferiore rispetto ai principali Paesi industrializzati. Alcuni dati – su fonte OCSE - possono servire a inquadrare meglio il problema. Tra il 2004 e il 2008 gli investimenti fissi lordi dell’Italia rispetto all’Europa sono risultati più bassi di 3,2 punti percentuali. La produzione industriale italiana è significativamente più bassa della media dei paesi europei. Negli ultimi dieci anni, nell’area euro la produzione industriale media cresce rispettivamente del 2,23%, mentre in Italia aumenta di un modesto 0,61%. La produzione di beni strumentali, in Italia, cresce al tasso medio annuo dello 0,38%, mentre in Europa ha tassi di crescita medi annui pari a 3,81%. Neppure per il settore considerato strategico della nostra economia, il posizionamento delle imprese italiane è favorevole. Se la crescita media della produzione di beni di consumo in Europa è pari a 1,15%  su base annua, per l’Italia il corrispondente valore è pari a 0,25%. La quota del commercio internazionale legata all’alta tecnologia vale il 39%, contro il 20% dei settori a media e bassa tecnologia. A fronte del significativo avanzamento tecnico nei principali Paesi industrializzati e nei Paesi emergenti (i c.d. BRIC: Brasile, Russia, India, Cina), l’Italia è rimasta sulle stesse posizioni del decennio 1985-1995, con un’incidenza della produzione ad alta intensità tecnologica pari al 10% della produzione manifatturiera. La scarsa propensione delle imprese italiane a investire in ricerca viene, di norma, motivata alla luce del fatto che il sistema produttivo italiano è caratterizzato da piccole dimensioni aziendali (e, dunque, non avrebbe risorse sufficienti per finanziare le innovazioni) e, in particolare nel Mezzogiorno, dal razionamento del credito che costituirebbe un ulteriore impedimento agli investimenti. A ben vedere, queste tesi colgono solo una parte del problema.

L’evidenza empirica disponibile mostra che, in Italia, le spese private per la ricerca sono sostanzialmente equivalenti alle spese per la pubblicità. Nel biennio 2007-2008 la spesa in pubblicità si è assestata intorno ai 9 miliardi di euro, un ammontare sostanzialmente equivalente a quello destinato all’innovazione, a fronte di una spesa per ricerca pari a circa la metà delle imprese francesi e inglesi e circa il 70% in meno rispetto alle imprese tedesche.

Coperta dalla retorica del merito e dal vincolo dei conti pubblici in ordine, la ‘riforma’ mira a destrutturate il sistema formativo per disporre di manodopera già ‘disciplinata’ al momento della laurea e, dunque, già in quella fase ben disposta ad accettare condizioni di sottoccupazione e bassi salari. Con la riduzione del 5% di immatricolazioni alle Università pubbliche nel 2010, una parte del risultato è già stata conseguita. Ben poco a che vedere, dunque, con la lotta al nepotismo e la meritocrazia. Il che evidentemente non significa legittimare l’esistente nelle Università italiane: significa semmai opporsi a quegli attacchi al sistema formativo pubblico che non sembrano motivati da nobili finalità moralizzatrici. Non appare casuale il fatto che la riforma universitaria sia accompagnata al potenziamento dell’apprendistato e alle politiche di incentivazione del lavoro manuale. Il Ministro Meloni ha efficacemente sintetizzato questa teoria con la considerazione che i giovani italiani soffrono di “inattitudine all’umiltà”, aggiungendo che il Piano per il lavoro che il Governo sta mettendo a punto – basato essenzialmente sul potenziamento del finanziamento dell’apprendistato – costituisce il definitivo “superamento del ‘68”. La linea di politica del lavoro che il Ministro Sacconi si appresta a perseguire viene così chiarita: “Se si dicesse a ogni studente che intende iscriversi a giurisprudenza che per gli avvocati il tasso di disoccupazione è al 30%, e chi lavora guadagna 900 euro al mese, mentre per gli infermieri il tasso di disoccupazione è zero, e lo stipendio di 1600 euro, probabilmente inciderebbe sulle scelte”. Per trovare indicazioni non lontane da queste occorre risalire al 1600. Si scriveva in quegli anni: “si voglia ben considerare in qual misura l’educazione dei figli dei poveri al sapere ed alla scienza abbia contribuito a farli deviare dalle occupazioni manuali; poiché pochi hanno imparato a scrivere e leggere senza che i loro genitori o essi non siano inclinati a credere di meritare qualche preferenza, e per questa ragione disprezzano tutte le occupazioni manuali”.

Ciò che occorre rilevare è che questa strategia è controproducente in un orizzonte di medio-lungo termine. A fronte del fatto che la competizione internazionale si gioca sempre più sulla qualità dei processi produttivi, dei prodotti e, dunque, del lavoro, andare nella direzione opposta significa condannare l’economia italiana alla progressiva marginalizzazione. Non solo a danno dei lavoratori (che, se occupati, percepiscono retribuzioni di gran lunga inferiori a quelle dei loro colleghi europei), ma a danno delle imprese stesse.