La Banca del Sud Stampa
Economia
Martedì 07 Giugno 2011 16:26

[Pubblicato nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” del 7 giugno 2011 col titolo Banca del Sud sono due i punti critici]


Dopo oltre un anno di gestazione, la Banca del Sud non è solo più un ‘ipotesi, ma un dato di fatto. Pur essendo ancora non ben definite le finalità e gli assetti organizzativi, va riconosciuto che si tratta di uno dei primi provvedimenti – seppure tardivi – che questo Governo ha messo in campo per ridurre le divergenze regionali. E questo obiettivo andrebbe perseguito attraverso la fondazione di un Istituto di credito, finanziato con obbligazioni garantite dallo Stato italiano, che eroghi finanziamenti alle imprese meridionali. Il principale obiettivo consiste nel tentativo di porre rimedio al problema del razionamento del credito nel Mezzogiorno, ovvero dell’erogazione di finanziamenti alle imprese con tassi di interesse più elevati rispetto ad altre aree del Paese, dal momento che il razionamento del credito disincentiva gli investimenti e la crescita dimensionale delle imprese meridionali.

L’iniziativa, tuttavia, si presta a non pochi rilievi critici, alcuni dei quali evidenziati dagli stessi imprenditori. E’ opportuno evidenziarne due.

1) Viene fatto rilevare che l’istituzione della Banca del Mezzogiorno si associa al rischio di generare un eccesso di liquidità. Ciò a ragione del fatto che – data la garanzia offerta dallo Stato, che renderebbe sostanzialmente impossibile il fallimento della Banca – la selezione dei clienti, e dunque la verifica della loro solvibilità, potrebbe risultare irrilevante. Così che la Banca si troverebbe a finanziare anche iniziative imprenditoriali con bassa (o nulla) profittabilità, senza correre alcun rischio. Occorre evidenziare che questo rilievo è valido solo a condizione di assumere che, per definizione, qualsiasi azienda pubblica opera in condizioni di inefficienza. Evidentemente questo assunto, anche riferito alla Banca del Mezzogiorno, richiede di essere dimostrato.

2) Si può rilevare che, al di là dell’assetto pubblico o privato della Banca, la bassa dinamica degli investimenti nel Mezzogiorno dipende principalmente dalla bassa domanda di credito espressa dalle imprese meridionali. In altri termini, non è accrescendo l’offerta potenziale di moneta che si genera spontaneamente un aumento degli investimenti, essendo questi profondamente influenzati dallo stato delle aspettative imprenditoriali. In altri termini, per dirla con Keynes, “si può portare un cavallo alla fonte, ma non lo si può obbligare a bere”. Se gli imprenditori si attendono bassi profitti, tendono a posticipare gli investimenti anche a fronte della possibilità di accedere al credito bancario a condizioni agevolate. Vi è di più.  Il razionamento del credito nel Mezzogiorno dipende in misura poco rilevante da variabili di contesto (in primis, dalla maggiore rischiosità derivante dall’esistenza della criminalità organizzata) e dipende, per contro, in modo rilevante dalle piccole dimensioni aziendali delle imprese del Sud. Non in tutte le Regioni meridionali la criminalità organizzata è presente, eppure in tutte le Regioni meridionali le banche tendono a erogare finanziamenti alle imprese a tassi di interesse più alti rispetto alle altre aree del Paese. Il fenomeno appare quindi più ragionevolmente riconducibile a ciò che in ambito anglosassone si definisce il too big to fail (“troppo grande per fallire”): operando in condizioni di incertezza, le banche sono maggiormente propense a finanziare imprese di grandi dimensioni, presumendo che, proprio per questa ragione, siano meno esposte al fallimento. Stando a questa argomentazione, l’efficacia della Banca del Mezzogiorno dipende in modo cruciale dalla domanda di credito espressa dalle imprese che, a sua volta, dipende dalle loro aspettative in ordine ai profitti futuri. A fronte della riduzione dei salari, dell’aumento della disoccupazione e della contrazione della spesa pubblica – particolarmente nel Mezzogiorno – non vi è ragionevolmente da aspettarsi una significativa ripresa degli investimenti. Stando all’ultimo rapporto della Banca d’Italia, la ricchezza netta pro-capite al Centro e al Nord - rispettivamente di 146 mila e 168 mila euro - è circa il doppio di quella che si rileva nel Mezzogiorno, pari a 83 mila euro. Il divario aumenta se si considera il reddito disponibile: nel Centro-Nord è di circa il 50% superiore a quello del Sud e delle Isole. Nel Mezzogiorno, la ricchezza detenuta in attività reali supera di circa 10 punti percentuali quella del Nord, a fronte del fatto che, nelle regioni settentrionali, le attività finanziarie rappresentano circa il 50% del patrimonio. Il ricorso al credito al consumo registra una quota pari al 18% al Sud, a fronte dell’8,6% al Nord. Per quanto attiene ai mutui per l’acquisto di abitazioni, i cittadini meridionali ne fanno richiesta per una percentuale oscillante intorno al 30% del reddito dell’area, inferiore al 41% della richiesta di mutui nelle aree più ricche del Paese. Lo scenario che emerge da questi dati è allarmante, non solo perché – come ormai acclarato – i divari regionali sono in continua crescita, ma soprattutto perché segnalano un impoverimento in termini assoluti delle famiglie al Sud. In questo scenario, le prospettive di profitto delle imprese, e, dunque, le loro aspettative in merito all’ampiezza dei mercati di sbocco, non possono che essere pessimistiche. Soprattutto a ragione del fatto che le imprese meridionali operano prevalentemente su mercati locali e, dunque, l’aumento della ricchezza dei consumatori al Nord non costituisce per loro opportunità di vendita.

La disponibilità di accedere con maggiore facilità al credito bancario non può incidere sulle cause reali che inducono le imprese a non effettuare investimenti, dal momento che il nesso causale è esattamente l’opposto: soltanto laddove le imprese maturano aspettative ottimistiche e programmano incrementi di investimenti, aumenta la domanda di credito bancario. E, dunque, fino a quando non si interviene sulle cause strutturali del declino economico del Mezzogiorno, un diverso assetto del sistema bancario (come potrebbe risultare dalla costituzione della Banca del Mezzogiorno) non risolve il problema.