SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 13 Stampa
Economia
Domenica 23 Ottobre 2011 12:13

La spirale dei giovani poveri

 

[nel "Nuovo Quotidiano di Puglia" del 22 ottobre 2011]

 

La manifestazione romana degli “indignati” ha posto in modo eclatante all’attenzione pubblica il problema – non solo italiano – del crescente disagio delle giovani generazioni. Va rilevato che, fin qui, nel dibattito sulle politiche per la crescita economica in Italia non sembra si dia particolare attenzione alla condizione giovanile e agli effetti che il progressivo impoverimento delle nuove generazioni eserciterà nei prossimi anni. L’unica voce autorevole che, di recente, ha maggiormente insistito sul problema è quella di Mario Draghi, che, appunto, si è limitato a porre in evidenza l’esistenza di una preoccupante “questione giovanile”, senza, tuttavia, esprimersi sui possibili rimedi. L’evidenza empirica segnala che un milione e 200 mila giovani di età inferiore ai 35 anni (circa il 16% della forza-lavoro) sono inoccupati. La condizione di inoccupazione per i giovani di età inferiore ai 24 anni riguarda il 29,6% della forza-lavoro, a fronte di una media europea del 21%. La disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno si assesta intorno a una percentuale del 50%, in un Paese nel quale l’età media è elevata e l’incidenza della popolazione giovanile rispetto alla popolazione residente è significativamente bassa. In più, nell’ultimo Rapporto ISTAT si legge che il tasso di risparmio nazionale lordo, a fronte di un valore medio del 22,4% nel decennio 1981-1990, si è ridotto al 20,7% nel decennio successivo. Il declino è continuato nei primi anni del nuovo millennio, attestandosi a meno del 16%, con previsione di ulteriore contrazione. In sostanza, già a partire dagli anni novanta, non solo non si è generato risparmio aggiuntivo, ma si è distrutto risparmio privato.

L’aumento della disoccupazione giovanile sembra spiegare in larga misura la riduzione dei risparmi privati in Italia. Ciò a ragione del fatto che, in una condizione di elevata disoccupazione o precarizzazione del lavoro, i consumi delle giovani generazioni derivano, in larga misura, dai risparmi delle famiglie d’origine. Il che dà luogo a un circolo vizioso stando al quale, poiché una quota crescente dei consumi correnti è finanziata dai risparmi passati, la progressiva riduzione di questi ultimi non può che generare la progressiva riduzione dei consumi, dunque della domanda e dell’occupazione. Ciò anche a ragione del fatto che, di norma, la propensione al consumo dei giovani è superiore a quella degli individui di età superiore. A ciò si aggiunge il fatto che la riduzione dei risparmi riduce il potere contrattuale dei lavoratori, dal momento che l’indisponibilità di redditi non da lavoro costringe ad accettare qualunque offerta di posto di lavoro, anche se in condizioni di sottoccupazione intellettuale o in condizioni di irregolarità. Anche per effetto di questo meccanismo, la continua riduzione dei risparmi familiari dai quali attingere genera la progressiva riduzione dei salari (e il progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro), con effetti negativi sulla domanda e sull’occupazione. Il circolo vizioso è amplificato dalla preclusione all’accesso al credito bancario per coloro – ed è il caso della gran parte dei giovani italiani in età lavorativa – che lavorano con contratti a tempo determinato e, ancor di più, per gli inoccupati e per i disoccupati. In altri termini, la precarietà diffusa riduce la domanda anche per effetto del minore indebitamento privato rispetto al caso in cui un numero minore di lavoratori abbia contratti a tempo indeterminato e, dunque, abbia la possibilità di accesso al credito.

Vi è di più. La crescita della disoccupazione giovanile genera effetti negativi anche dal lato dell’offerta, in quanto influisce sulla produttività del lavoro. I termini della questione possono essere schematicamente così definiti. A fonte del fatto che i lavoratori ‘anziani’ possiedono competenze derivanti dall’esperienza acquisita lavorando, e tendono a gestire processi routinari, i lavoratori giovani sono maggiormente in grado di gestire (e promuovere) i cambiamenti, ovvero – e per quanto attiene all’ambito propriamente economico – sono maggiormente in grado di adattarsi alle innovazioni, o anche di promuoverle. In altri termini, sono mediamente più creativi dei loro colleghi anziani. Si può, quindi, sostenere che – in linea generale – l’esistenza di un’elevata disoccupazione giovanile costituisce un potente freno all’avanzamento tecnico, alla generazione di innovazioni e, dunque, alla crescita di lungo periodo. Il fenomeno è accentuato dal deterioramento della qualità della forza-lavoro che si associa a periodi prolungati di disoccupazione, sia nel senso che i disoccupati di lungo periodo trovano maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro, sia nel senso che gli individui istruiti e disoccupati di lungo periodo sono soggetti a “obsolescenza intellettuale”: perdono, nel tempo, le conoscenze acquisite, ovvero non sono in grado di adeguarsi alle nuove competenze richieste. In questo scenario, lo ‘tsunami demografico’ che, stando alla SVIMEZ, sta investendo – e investirà – il Mezzogiorno non è solo un problema sociale. E’ anche, e soprattutto, un problema economico che non potrà che accentuare i differenziali regionali, soprattutto a ragione dei flussi continui e consistenti di emigrazione intellettuale e dell’aumento, nelle regioni meridionali, della disoccupazione giovanile.

Si badi che, in assenza di interventi esterni, questa spirale perversa è destinata a perpetuarsi nel tempo. E l’esperienza storica insegna che la conflittualità sociale si manifesta nella sua massima intensità proprio quando è elevata la disoccupazione giovanile e, in particolare, quando i giovani disoccupati sono molto istruiti.