SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 15 Stampa
Economia
Domenica 06 Novembre 2011 10:16

L’austerità e la coesione sociale

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 novemfre 2011]

 

Il modello di sviluppo che è alla base delle politiche di austerità messe in atto dall’Europa negli ultimi due anni è un modello basato sulla crescita trainata dal reinvestimento dei profitti, dato il vincolo di bilanci pubblici tendenzialmente in pareggio. Le motivazioni teoriche che ne sono a fondamento stanno nella convinzione che la spesa pubblica è, per sua stessa natura, improduttiva; che non contribuisce alla crescita economica; che non ha effetti significativi sull’occupazione (e, se li ha, contribuisce a creare sacche di occupazione improduttiva nel settore pubblico) e che, soprattutto, accresce il debito pubblico.

A ciò si aggiunge che la crescita del debito pubblico è, in quanto tale, un problema. Si tratta di una motivazione priva di fondamento, le cui implicazioni di politica economica hanno il solo effetto di generare crescenti diseguaglianze distributive, e impoverimento crescente dei lavoratori e dei ceti medi, sia all’interno dei Paesi dell’euro zona, sia fra Paesi. Per quanto riguarda il primo aspetto, è ampiamente documentato – sul piano teorico ed empirico – che la spesa pubblica ha effetti positivi sull’occupazione e la crescita economica. Sia qui sufficiente ricordare che, restando al caso italiano, il maggiore tasso di crescita dell’ultimo quarantennio si è avuto nella stagione (dagli anni cinquanta alla prima metà degli anni ottanta) di maggiore intervento pubblico in economia e di maggiore espansione del debito pubblico. Né vale obiettare che proprio per aver accresciuto il debito pubblico negli anni della ‘finanza allegra’ l’attuale generazione è necessariamente costretta a subire politiche di rigore, che ne riducono il reddito disponibile. Si tratta di un nesso non cogente e per nulla necessario: l’indebitamento pubblico costituisce un trasferimento dell’onere fiscale sulle generazioni future solo a condizione che, una volta accresciuto, vi sia una decisione politica che ne imponga la riduzione. Ma, poiché di decisione politica si tratta, questo nesso non regge su nessun automatismo. Per quanto riguarda il secondo aspetto, occorre richiamare l’attenzione sul fatto che, con l’adozione dell’euro, la contestuale rinuncia alla sovranità monetaria e l’adesione al Trattato di Maastricht, l’economia italiana si è trovata nella condizione di dover individuare percorsi di crescita diversi da quelli tradizionalmente perseguiti. In particolare, data la sua struttura produttiva basata su imprese di piccole dimensioni specializzate nella produzione di beni a bassa intensità tecnologica, l’economia italiana è cresciuta – prima dell’adozione dell’euro – o mediante iniezioni di spesa pubblica (che hanno accresciuto i mercati di sbocco a vantaggio delle imprese) o mediante svalutazioni competitive, ovvero modifiche unilaterali del tasso di cambio, che hanno reso possibile – soprattutto nelle fasi di crisi – il recupero dei margini di profitto attraverso le esportazioni. L’adesione ai vincoli imposti dal Trattato di Maastricht e l’adozione dell’euro hanno reso impossibile riprodurre questo modello di crescita, sia per il vincolo imposto all’espansione della spesa pubblica, sia per l’impossibilità di ricorrere alla svalutazione.

 

La deflazione salariale è apparsa l’unica strada percorribile, ed è stata sostenuta da reiterati provvedimenti normativi che hanno reso sempre più agevole un uso ‘discrezionale’ della forza-lavoro, in particolare mediante la crescente precarizzazione e l’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Stando all’ultimo rapporto IRES, dal 2000 al 2010, si è prodotta una perdita cumulata di potere d’acquisto dei salari lordi di 3.384 euro (solo nel 2002 e nel 2003 si sono persi oltre 6.000 euro) che, sommata alla mancata restituzione del fiscal drag, si traduce in 5.453 euro in meno per ogni lavoratore dipendente alla fine del decennio.

Si può dunque affermare che, almeno per l’Italia, la via delle politiche di rientro del debito pubblico si è rivelata del tutto fallimentare: anche al netto della crisi, il tasso di crescita, nel trascorso decennio, è stato in media del 2% (ed è attualmente stimato a poco meno dell’1%) mentre il disavanzo delle partite correnti è passato dal pareggio del 1999 al -3,5% del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.

Il patto fondativo dell’euro si reggeva su queste clausole implicite: consentire alla Germania di evitare la concorrenza di altri Paesi europei nei mercati internazionali, evitandone le speculazioni competitive, offrendo, in cambio, agli altri Paesi una maggiore garanzie di stabilità finanziaria, riducendo la probabilità di attacchi speculativi. Nelle condizioni attuali, non vi è dubbio che l’assetto istituzionale europeo giova prevalentemente ai Paesi centrali del continente e, in particolare, alla Germania, e che i Paesi periferici non possono permettersi di tornare alle loro valute pre-euro pena una significativa probabilità di subire attacchi speculativi (probabilità, incidentalmente, che si ridurrebbe di gran lunga se l’Unione Europea fosse uno Stato ed emettesse propri titoli del debito pubblico). Grazie al significativo aumento della produttività del lavoro generato dai flussi di innovazione, la crescita dell’economia tedesca è sempre più trainata dalle esportazioni. In tal senso, la Germania ha interesse a mantenere lo status quo, a ragione del fatto che – nel caso risulti non più socialmente sostenibile per i Paesi periferici restare nell’euro zona - le imprese collocate nel Mezzogiorno d’Europa riprenderebbero a competere sui mercati internazionali attraverso svalutazioni competitive, sottraendo quote di mercato alle imprese tedesche.

Va rilevato che un modello di sviluppo di questo tipo è socialmente insostenibile, dal momento che può reggersi solo a condizione che i salari – e più in generale il welfare state - vengano ulteriormente compressi (o quest’ultimo sempre più privatizzato), dando luogo a crescenti conflittualità sociali, che accentuano l’irrazionalità del disegno di politica economica che si sta perseguendo. Infatti, il conflitto sociale genera oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche per una duplice ragione:

1) In quanto va represso, esso richiede un impiego crescente di forza-lavoro improduttiva (il lavoro di sorveglianza e di repressione) che, per definizione, non contribuisce alla crescita economica.

2) In quanto il conflitto sociale peggiora le aspettative imprenditoriali, esso disincentiva gli investimenti, riduce il tasso di crescita e, dunque, il gettito fiscale, accentuando la disciplina fiscale, in una spirale viziosa stando alla quale chi è povero non è destinato a rimanere povero: è semmai destinato a impoverirsi ulteriormente.