SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 16 Stampa
Economia
Sabato 12 Novembre 2011 13:22

I ricatti per la crescita

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del  12 novembre 2011]

 

Dopo quasi un ventennio di ossessione per la tenuta della finanza pubblica italiana, e dopo le conseguenti e reiterate politiche di riduzione della spesa pubblica, si è finalmente giunti a un accordo pressoché unanime - fra economisti, parti sociali e Istituzioni europee - che il vero problema dell’economia italiana (non solo di oggi) riguarda il rallentamento della crescita economica. Le proposte più chiare per rilanciare la crescita in Italia provengono da Confindustria: privatizzazioni, liberalizzazioni, aumento dell’età pensionabile, maggiore flessibilità del mercato del lavoro e soprattutto riduzione dell’imposizione fiscale sulle imprese. E’ evidente che alle imprese è quest’ultima proposta che maggiormente interessa. A riguardo, va preliminarmente rilevato che – su fonte Eurostat – l’aliquota massima dell’imposta societaria in Europa si è ridotta dal 40% del 1995 al 28% del 2007 e che, nel periodo considerato, non si è registrato un significativo aumento degli investimenti, in particolare in Italia. Su fonte Banca d’Italia, si registra che, fra il secondo dopoguerra e il primo decennio Duemila, in Italia il tasso di accu­mulazione, espresso come rapporto fra variazione degli investimenti fissi lordi in rapporto al prodotto interno lordo, si è costantemente ridotto, e in modo consistente: fra il 1973 e il 1995 la quota degli investimenti sul PIL è passata dal 24 al 18%.

Stando all’ISTAT, fra il 1980 e il 1996 il tasso di incremento dello stock di capitale fisso – su base annua – si è significativamente ridotto, passando dal 2.9% degli anni ottanta a meno del 2% degli anni novanta. Una dinamica di segno negativo si è verificata anche per quanto attiene al rapporto fra investimenti e stock di capitale negli ultimi quindici anni. Tale andamento è stato particolarmente pronunciato nel settore industriale, con un calo dell’accumulazione di capitale dal 7.3% del 1980 al 4.8%, del 1996. A ciò si aggiunge che gli investimenti realizzati sono stati effettuati prevalentemente in settori a bassa intensità di capitale e poco innovativi, e che, nel periodo considerato, i profitti sono cresciuti in modo rilevante.

 

La ratio della proposta confindustriale è solo apparentemente ovvia: la riduzione della tassazione sugli utili d’impresa incentiva gli investimenti. Il messaggio che si intende far passare è che ciò va a vantaggio dell’intera collettività, poiché a fronte dell’aumento degli investimenti c’è da attendersi maggiore occupazione e più alti salari.

A ben vedere, tuttavia, l’attivarsi di questo nesso è niente affatto scontato, dal momento che, per realizzarsi, occorre che si verifichi una duplice condizione.

1) L’aumento dei profitti netti – derivanti dalla minore tassazione - deve essere utilizzato per finanziare investimenti. Il che, stando all’evidenza empirica, non sempre e non necessariamente si verifica. Nelle condizioni attuali, vi sono buone ragioni per ritenere che il nesso aumento dei profitti – aumento degli investimenti non si attivi, o si attivi in misura poco significativa. Ciò a ragione del fatto che, in virtù della deregolamentazione dei mercati finanziari, diventa più semplice realizzare profitti monetari attraverso la speculazione. E soprattutto, a parità di altre condizioni, la realizzazione dei profitti attraverso scambio di moneta contro moneta è operazione più rapida rispetto alla realizzazione di profitti mediante la produzione e la vendita di beni e servizi. In termini più generali, il paradigma che è alla base delle dinamiche capitalistiche contemporanee è caratterizzato da ciò che viene definito il ‘divenire rendita del profitto’, ovvero la progressiva identificazione dei capitalisti in puri percettori di rendite.

2) Anche ammettendo che i profitti vengano interamente reinvestiti, affinché la proposta confindustriale si traduca in aumento dell’occupazione, deve accadere che le imprese non adottino tecniche di produzione labour saving, ovvero che non si determini disoccupazione tecnologica. In più, poiché la proposta di Confindustria è finalizzata alla ripresa della crescita economica in Italia, l’aumento dell’occupazione (eventualmente) conseguente all’aumento degli investimenti deve realizzarsi in loco. Si tratta di una condizione il cui verificarsi è altamente improbabile, a ragione della crescente mobilità internazionale dei capitali e, dunque, della convenienza da parte soprattutto delle imprese di grandi dimensioni a praticare politiche di “hit and run”: acquisire profitti in un Paese, grazie alla riduzione della tassazione sui capitali, per poi delocalizzare. In altri termini, poiché la ‘globalizzazione’ è associata a dumping fiscale (ovvero alla concorrenza fra Stati sulla riduzione della tassazione sui capitali per attrarre investimenti), la riduzione della pressione fiscale in Italia può non generare alcun effetto significativo sull’incremento degli investimenti interni e neppure sull’attrazione di capitali.

A ben vedere, la proposta di Confidustria può essere letta non tanto come finalizzata alla ripresa della crescita in Italia, ma come funzionale a una strategia difensiva rispetto alla ‘colonizzazione’, già in atto, del sistema produttivo italiano da parte di capitali esteri.  Si consideri, a riguardo, che la struttura produttiva del nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda le imprese di grandi dimensioni (Bulgari e Parmalat, per stare alle più recenti acquisizioni da parte di capitali francesi) è in larga misura di proprietà di imprese non italiane. L’assenza di politiche industriali, nel corso almeno dell’ultimo decennio, ha significativamente contribuito a questo esito. Ed è difficile pensare che la fragilità del sistema produttivo italiano possa essere contrastata attraverso la sola riduzione della tassazione sugli utili d’impresa.