La Spagna di Bodini tra prosa e poesia Stampa
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Lunedì 17 Marzo 2014 17:01

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 16 marzo 2014]


In Spagna non ci sono mai stato. Quando qualcuno mi ci vuole portare, dico che la Spagna già la conosco. Da più di venticinque anni: da che lessi i reportages e le prose spagnole di Vittorio Bodini. Conosco la Spagna, la combinazione di follia e di realismo, le inerzie febbrili, il bianco della calce sotto il cielo. Conosco la chiocciola, il basilico, il gelsomino. Come Bodini dico che, da italiano del Sud, sono quasi spagnolo.

Quando rispondo così, chi mi ci vuole portare sorride con un po’ di compatimento e un po’ d’ironia.

Poi, però, sorride di meno, quando dico che le ho viste le processioni con i confratelli dagli occhi scintillanti nei fori dei cappucci, ho visto il loro passo breve e solenne, l’umiltà dei loro piedi scalzi per penitenza o per voto, e ho visto il simulacro del Cristo con le costole di fuori, e le piaghe e i lividi “che sono piaghe e lividi nel modo più convincente, e il viso in cui si scontrano senza riguardo  le convulsioni del dolore con una convenzionale dolcezza”.

La prima edizione del Corriere spagnolo, curata da Antonio Lucio Giannone, uscì con l’editore Piero Manni nel 1987. Ora Besa lo ripubblica, sempre con la cura di Giannone che integra la prima edizione con quattro lettere inedite che Bodini scrisse da Madrid a Enrico Falqui, Giuseppe Ungaretti e Giacinto Spagnoletti.

I reportage e le prose spagnole – scrive Giannone nell’introduzione – “ compongono nel loro insieme un singolare ‘ taccuino di viaggio’, in cui la progressiva esplorazione del paese straniero s’intreccia, da un certo punto in avanti con la ‘riscoperta’ delle proprie radici e della propria terra, la quale diventa spesso un termine di raffronto e di verifica delle sue impressioni”.

In queste, come in tutte le prose di Bodini, c’è una trattenuta tensione verso la poesia. Se la differenza tra prosa e poesia, prima che dalle parole, è determinata dallo stile di pensiero, dal modo con cui si rivolge lo sguardo alle cose e alle creature, dalla relazione che si stabilisce con la sfera del reale e con quella dell’immaginario, dall’intensità e dalla profondità dell’elaborazione concettuale, allora Bodini pensa in poesia: elabora figurazioni che si sottraggono alla linearità della prosa, perfora la superficie, rintraccia il nucleo, il lievito, l’essenziale delle manifestazioni del paesaggio, delle espressioni esistenziali.

Usa un lessico sorvegliato, dal quale si evince la cura per le sfumature di significato; traduce emozioni senza enfatizzarle; costruisce immagini caricandole di effetti. Ricerca la sonorità, il ritmo, la combinazione della frase che non ammette la possibilità di varianti.

Pensa in poesia, Vittorio Bodini, perché la condizione istintiva, la pulsione, è quella della poesia. Nel reportage non gli basta il resoconto: pretende il racconto, e il racconto consiste nello scandaglio dei fatti che vengono raccontati, nei quali cerca comunque di rintracciare le relazioni strutturali,la molteplicità dei significati, le loro stratificazioni. Nella scrittura in prosa Bodini è comunque attratto dalla trasfigurazione, dal guardare oltre la figura per rivelarne la molteplicità degli aspetti.  Poi il reportage è tramato di elementi memoriali che attribuiscono ad esso una condizione di radicalità; c’è uno scandaglio del sé che arriva all’identificazione con l’oggetto raccontato.

Non credo affatto che sia un caso che il Corriere spagnolo si concluda con una riflessione sul destino dello scrittore e sul movente della scrittura. Non può essere un caso che nell’ultima pagina si alzi come una marea quel pensiero di Camillo José Cela che dice: “Si scrive per una legge di inesorabile fatalità, si scrive perché non si può, non si sa e non si vuol fare altro. Lo scrittore scrive per la stessa ragione per cui il fiume scorre, o l’uccello vola o il lupo morde”.

Bodini sapeva perfettamente che la sua scrittura era l’ossequio a una legge di inesorabile fatalità.