Il tempo e la parola. Lo spazio del poeta: su Carlo Alberto Augieri Stampa
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Giovedì 12 Marzo 2015 09:54

[“Nuovo Quotidiano di Puglia di mercoledì 11 marzo 2015]

 

Mentre parola dopo parola, verso per verso, entravo – mi addentravo- nell’ultimo libro poetico di Carlo A. Augieri, avvertivo il richiamo di altri suoi libri, dei saggi, come se quei libri, quei saggi, potessero indicarmi una direzione, o farmi compagnia nella lettura.

Così ho letto “Nel rondinìo del tempo” (Milella) e parallelamente ritornavo su alcune pagine di “Leggere, raccontare, comprendersi”: quelle, per esempio,  in cui Augieri dice che leggere implica un incontro con l’altro, che con il leggere si fa parlare dentro la propria coscienza la parola altrui.

Mi è parso, allora, di rintracciare il senso primordiale, radicale, che scorre per tutto il libro, che talvolta prorompe, talvolta è sotterraneo, che talvolta vibra, turbina, o bisbiglia. Il senso dell’altro, anche del sé come altro, il senso dell’incontro con l’altro e con sé, il senso della parola che interroga, scandaglia, che rivela identità, che tenta l’indicibile, senza mai sfidarlo. Perché Augieri sa che l’indicibile resta comunque tale, che resiste ad ogni assedio e assalto di metafora.

Come il tempo: indicibile nella sua sostanza intima, nella sua profondità abissale. Ecco:il tempo. Questo libro di Augieri è un altro confronto con il tempo, un altro incontro che avviene  al buio della ragione e all’ombra  della parola poetica, sul confine tra sapere e non sapere, nella dimensione del desiderio di andare oltre: il visibile, l’udibile; anche oltre il pensabile, anche oltre quello che si può percepire, sentire, immaginare nella cecità: “Con gli occhi chiusi nessuno è cieco/lungo il piacere/la cecità/intima lingua del sapere prima dei saperi il non/ vedere…”

La luce ci nega l’intimità degli occhi chiusi, scrive, “ ci abitua a separare ad andare via/a immaginare col tatto il lontano e/ quel che non si tocca/ a separarci il corpo dall’avvicinamento/ a dividere l’esistere dall’invisibile/ a limitare la nostalgia in ciò che si vede/a limitare la madre in quella che vede/ a fare dell’apprensione l’incerto/ a fare di Dio un cieco che barcolla/ nel caso”.

Il tempo, dunque, e il richiamo di altri studi di Augieri: “Sul tempo scrivano”, per esempio. Il tempo e la parola costituiscono, da anni, uno dei  campi privilegiati per la sua indagine scientifica e poetica. Il tempo e la parola come nodo da sciogliere criticamente e da stringere poeticamente.

Se un libro di poesia riporta il lettore a testi di saggistica, forse si potrebbe anche pensare che se le due scritture non seguono un percorso propriamente parallelo, probabilmente procedono in modo integrato, contemporaneamente, in una condizione di reciprocità, con costanti rinvii, interscambi, combinazioni.

Per Augieri, il tempo oltre ad essere raccontato, ci racconta, ci significa come attiva forma scrivente, come soggetto scrivente di senso identitario: “ tempo scriba, tempo scrivente, tempo autore”. Che, in fondo, dice, esprime, racconta  il nostro essere  creature impastate essenzialmente di tempo, che si ritrovano inevitabilmente ad attribuire alle loro esistenze una sostanza di tempo che si esprime attraverso le storie, le emozioni, le percezioni, l’immaginario e le sue proiezioni,  tutte le possibile forme di realtà e tutte le possibili finzioni. Ma le espressioni del tempo sono continuamente mutanti, per cui richiedono – pretendono- una pluralità di forme di scrittura che le assimili, le rielabori e le rappresenti, almeno nella misura che risulta possibile al pensiero e alla mano di un uomo. Per tutto questo non può bastare una sola scrittura. Così Carlo Augieri affida le sue rappresentazioni del tempo in alcuni casi alla critica, in altre alla poesia, e spesso – amicalmente- alla parola soltanto parlata, pronunciata a tu per tu, nella forma più antica  ed essenziale che supera le forme per rifondare semanticamente l’unicità dell’incontro, del tu per tu configurato come genere, codice, canale autentici, nella leggerezza e nella profondità dell’essere con l’altro.

Questo pensavo, dunque, mentre attraversavo “ Nel rondinìo del tempo”, mentre mi perdevo e mi ritrovavo nella baudeleriana foresta di simboli dagli occhi famigliari  che nel tempo del pensare e dello scrivere questo libro Augieri ha abitato.